Chi ha spento la luce?

Divido i mesi dell’anno per blocchi di colore, da marzo ad agosto i colori sono piuttosto accesi, da settembre a febbraio una gamma di grigi, un po’ come ho diviso le aree della mia mente.

Settembre è il mese che mi prende per mano e mi conduce verso il noir dei mesi gelidi, in tutti i sensi. Un mese in cui si tenta di riprendere i ritmi intensi abbandonati prima dell’estate, che però mi restano attaccati addosso come pesanti zavorre che non riesco a metabolizzare.

Il colore del cielo e del sole che cambiano, incupendomi fin dal primo risveglio. Ho dei ricordi ben distinti, di quando ero bambina, associati a questo periodo dell’anno, soprattutto legati alle mie campagne verdi.

L’ora crepuscolare accompagnata da quella lieve nebbia che piano piano prende il posto del calore estivo, il verde che cede il posto a varie tonalità di gialli e marroni, rami che mano a mano si spogliano di ogni loro protezione, il buio che ogni giorno si insinua prima, qualcosa o qualcuno deve aver spento la luce, ed io non trovo l’interruttore.

Non mi stupisce che, il mio animo bianco e nero, abbia sempre avuto una passione per i racconti esoterici legati alla fine dell’anno, quante storie fin dalle elementari leggevo sulla festa di Ognissanti che noi oggi chiamiamo Halloween, la fine della stagione estiva e l’inizio del freddo, del buio, la fine dei raccolti.

Gli ultimi mesi dell’anno segnano il momento preciso in cui la mia mente inizia ad annebbiarsi, scurirsi, si anima, vive da sola e prende un’ autonomia non concessa rispetto alla strada in cui cerco di incanalarla a fatica ogni giorno. Settembre, ottobre, novembre, sono i mesi in cui ho avuto le ricadute peggiori, momenti in cui sento che quel lato oscuro con cui convivo non è del tutto un mio alleato, piuttosto un avido personaggio che, appena mi trova distratta, cerca di rubarmi tutta la lucidità, vincendo sul controllo che ho sulla mia mente.

A volte mi chiedo se, quel lato che io fingo di non conoscere, sia il mio essere reale; come posso non tener conto del fatto che mi curo per non lasciarlo dominare? Se non lo facessi sarebbe totalmente libero di inghiottirmi, ciò significa che io sono realmente questo? Senza le mie cure cosa ne sarebbe della mia mente così colorata e serena?

La differenza di chi sono senza terapia non è banale; quando sono serena, sento di aver luce e sole dentro di me, consapevole anche della presenza di nuvole e i temporali, ma ben calibrati e capaci di vivere insieme nello stesso cielo. Quando sto bene, io e il mio lato oscuro siamo amici, in sintonia, viviamo insieme, una convivenza equilibrata, come se davvero fossimo due esseri paritari.

Cazzate, quando sto male si ribalta tutto. Il cielo diventa quello autunnale, fatto di grigi, il sole non c’è, è stato totalmente coperto, giorni interi di grigio totale, dove la nebbia copre la lucidità ben salda fino a poche settimane fa.

Com’è essere bipolari? Questa è la realtà, non ci sono giorni di sole o nuvole solamente, ma settimane di nebbia, dove perdi anche la strada più comune che ogni giorno percorri.

Cosa c’è che non va? Cosa ti ha scatenato questa sensazione? Perché sei caduta in questo buco? No non c’è nulla che non va, non ci sono motivi scatenanti. Il bipolarismo o qualsiasi altro disturbo psichico è ciclico, come lo è il lavoro su un appezzamento di terreno agricolo, per fare un esempio comune, ciclico, influenzato dal clima, dalla luna e da chi lo ara.

Il mio lato oscuro è una sorta di maggese, un momento in cui metto a riposo la lucidità della mente, per restituirgli fertilità, ma prima deve passare attraverso un anno di totale carestia e svuotamento.

Questi sono i lati di una mente scomposta in settori non comunicanti tra loro, dove l’unico filo conduttore è il poterlo scrivere su un foglio, alleggerendone i contenuti. Aree di colore e aree di grigio, che durante alcune stagioni, fanno veramente paura.

L’incognita più grande per chi soffre di questo disturbo è il non sapere per quanto tempo il cielo resterà coperto, la nebbia oscurerà il sole, la terra può dirsi davvero fertile solo se illuminata dai suoi raggi.

“Quella grassa”.

Ultimamente sono ossessionata, posso dirlo? Il fatto che mia figlia sia prossimo all’inizio della scuola dell’infanzia è per me un pensiero fisso.

Chiudo gli occhi e mi sento di viverla come se il tempo in cui potevo tenerla sotto copertura dal mondo esterno sia agli sgoccioli, un mese e poi il filtro che sto mettendo su ogni anomalia non avrò più modo di applicarlo.

Non posso listare in toto quelle che sono le mie paure verso il mondo che la sta aspettando, quale mamma non le ha? La verità è che probabilmente non sono pronta io a viverle di nuovo.

Nei suoi occhi vedo il pulito, quello sguardo senza macchia che non ha titubanze, incertezze, insicurezze, perché non ha ancora sentito il dolore e so che il mio compito non è quello di evitarglielo, quanto di tenerla per mano fin quando me lo concederà.

C’è però un’ossessione di cui vorrei parlare, raccontando un fatto della settimana scorsa mentre ero al parco con lei. Due bambine, di qualche anno più grandi, stanno giocando con lei e le sento chiedere: “Perché hai capelli tagliati corti come i maschi?”. Mia figlia che parla molto ma solo quando è in casa con noi, si è limitata a sorridere continuando con il suo gioco.

Le bambine ridacchiano tra loro e si allontanano, lei le rincorre e io la seguo.

A quel punto vengono da me: “Perché ha i capelli così corti?”, insistono. “Perché quando crescono troppo sul collo si lamenta”, rispondo io.

“Sono i maschi ad avere i capelli corti così”, continua.

Rispondo solo con un sorriso perché a fine luglio, con il caldo, voglia di spiegare a due bimbe di 5 anni che, schemi mentali di questo tipo, nel 2022, sono veramente fuori moda, proprio non mi va.

Ecco da quel momento è partita un’ossessione costante, e se anche mia figlia, come me, diventasse angosciata e ossessionata dal suo aspetto fisico come è stato per me in tutti i miei anni da ragazzina?

L’ossessione per la bellezza, la magrezza, il rispetto ad ogni costo dei canoni che il mondo esterno ci inietta, ma è solo questo quello a cui vogliamo far ambire i nostri figli?

All’età di 11, 12 anni mi sono detta che essere grassa fosse il mio difetto peggiore, perché gli esempi e le persone a me vicino non facevano altro che farmelo notare.

Ecco devo ammettere, in tutta onestà, che se mi fossi tolta questo pensiero malsano, e concentrata magari su cose più importanti, sui miei ideali, i miei obiettivi, probabilmente il famoso libro che volevo scrivere, anziché pubblicarlo a giugno 2022, sarebbe uscito molto prima. Invece, ho passato innumerevoli giornate a piangermi addosso, perché ero grassa, brutta, inadatta.

Ma come può una ragazzina che sta via via facendo il suo ingresso nel mondo, capire quali sono le cose realmente importanti? Se chi le sta intorno continua a puntualizzare il suo aspetto fisico come un difetto, è normale che lo diventi realmente no? Certo che lo è. Ad oggi, quasi 40 anni, vivo di disagi quando non mi sento fisicamente all’altezza di chi sta con me; il mio schema mentale vede la donna taglia con un difetto in meno rispetto a me.

Mi auguro che le mamme di oggi, per lo più fatte di unghie finte, capelli e corpi artificiali, alimentazione assente, capissero cosa stanno passando ai loro figli. Vorrei future ragazze originali, autentiche, in cerca di ideali puliti, indipendenti, audaci, intelligenti, caparbie, questo vorrei, è davvero così troppo come desiderio?

Farò quanto mi è possibile per continuare a schermarla da questa realtà, il suo corpo, qualsiasi esso sia, non deve essere un limite, tanto da comprometterla. Troppe volte mi sono sentita “quella grassa che”, sto lottando contro ogni cellula del mio corpo per staccarmi da questo schema mentale inserito nel mio DNA., oggi a maggior ragione, per me ma anche per lei.

L’esaltazione della magrezza su ogni piattaforma social è, a dir poco, esasperante, davvero volete farmi credere che sia sufficiente essere magre? Essere belle? Essere conformi a un prototipo? Sono davvero questi gli ideali che stiamo portando avanti?

Fedy_On_The_Blog

L’imperfezione di un manoscritto.

La parte più difficile dello scrivere un libro? Indubbiamente la fase di editing, di modifica, correzione, rilettura.

love is in the air

Ho passato quasi sei mesi a rileggere costantemente ogni pagina in cerca di quella svista che ero certa mi sarebbe sfuggita. L’editore a sua volta, occhi umani che continuano a passare sulle stesse parole, virgole, punti, sperando di non aver perso nulla.

Poi un pomeriggio, appena prima di lanciare il fatidico “ok si stampi”, mi ricordo di uno dei miei autori preferiti: Hemingway e la sua interessante teoria sui dieci refusi circa da lasciare all’interno di un manoscritto.

Oggi, la maggior parte delle sue opere in commercio, è stata più volte ristampata e corretta, ma le sue partenze erano colme di piccoli errori dimenticati qua e la.

Dimenticati, o meglio dire concessi? Si perché fino a che punto l’occhio umano può verificare?

Senza sosta, possiamo fare tutto certo, ma è possibile veramente raggiungere la perfezione?

Ecco mi sono fermata e ho pensato: posso controllare tutto? posso avere sotto controllo ogni lettera, parola, punteggiatura di questo manoscritto? No, la risposta è no.

Ho passato così tanto tempo a disquisire sull’imperfezione umana, su come sia proprio la nostra debolezza ad aiutarci a sbocciare, che ho dimenticato di applicare la stessa normativa nei miei confronti.

Voglio metterlo bene in chiaro, nero su bianco, il mio libro in uscita a breve è imperfetto, i personaggi lo sono e anche l’autrice.

Ho quindi scelto di lasciare per ogni capitolo qualche refuso, all’incirca 15 in tutta l’opera, certa di non poter renderla perfetta. Così facendo, a chiunque mi si avvicini sottolineandomi un’imperfezione, posso rispondere che si ce ne sono diverse, è un libro umano, scritto da occhi e mani umane, letto, controllato e riletto da occhi e mani umane. E’ giusto quindi che presenti le imperfezioni dovute, senza perderci il senno.

Manca meno di un mese all’uscita e volevo solo precisare che, soltanto chi si appassionerà in toto alla mia storia ne giungerà al termine, dimenticandosi il punto esatto in cui ha trovato l’imperfezione. Qualora invece al lettore intrighi la ricerca dei miei refusi abbandonati, attendo la lista con localizzazione annessa.

Scrivo e racconto l’imperfezione umana, attraverso l’imperfezione stessa.

A breve il link per l’acquisto di Trafalgar Tales e i suoi piccoli refusi. (giugno 2022)

Fedy_On_The_Blog

Li conoscete i perturbarti?

Il mio libro è alle porte, giugno è vicino, e sono estremamente felice di essere arrivata a questo traguardo.

Come ogni scrittore ho sottoposto il manoscritto a persone a me vicine, di spicco totalmente diverso l’una dall’altra, lo scopo era quello di giungere a valutazioni dalle varie sfaccettature, che nemmeno io avrei potuto notare.

E’ così che uno dei miei primi lettori mi dice: “Hai scelto una protagonista estremamente perturbante”.

Resto in silenzio subito, perché dentro di me ho avuto un attimo di smarrimento. Perturbante? Veramente?

Poi mi sono andata a leggere il vero significato di questa parola, perché evidentemente le avevo attribuito il tono sbagliato. Dalla Treccani: tutto ciò che si presenta come estraneo e non familiare al soggetto, generando in lui angoscia e terrore, e la cui origine si connette, contraddittoriamente, a ciò che gli era già noto da lungo tempo, ma che era diventato oggetto di una rimozione.

Si, lo è, eccome, ecco la sfaccettatura che mi mancava.

Di perturbanti ne ho conosciuti, per fortuna pochi, perché sono i peggiori. Sono quelli che, come dice la Treccani provocano un senso di estraneità, ma legato anche a qualcosa di familiare, generando una forte attrazione mista a repulsione. Nulla di rassicurante o prevedibile insomma, anzi. La lotta interiore che ci consuma ci obbliga all’autenticità, facendo cadere tutte le nostre maschere. Chi ha questa capacità può mandare all’aria tutto ciò che ci siamo gelosamente costruiti, esattamente come lei, la mia protagonista.

Non a caso, tendenzialmente allontaniamo queste persone, spaventati da quello che abbiamo provato non appena le abbiamo avvicinate. L’affanno dettato dalla loro presenza ci obbliga a conoscere noi stessi, guardarci dentro per davvero, lasciando spazio a paure irrazionali scongiurate e nascoste sul fondale.

L’amico lettore ha poi aggiunto: “Ciò che rende speciale i perturbarti è che sembrano sempre entrare in contatto con i loro nemici giurati: gli imperturbabili, gli stabilizzatori, gli equilibrati, coloro che vivono la vita con raziocinio e coscienza sempre attivi.”

“Sono dei poveri illusi chiaramente, perché è quasi sempre l’ignoto a guidarci, bel libro Fede, mi è davvero piaciuto”.

E voi? Li conoscete i perturbanti?

Fedy_Under_The_Rain

Al tavolo dei potenti.

Una retorica nauseante quella dell’8 marzo, fatta di mimose social, frasi poetiche sulla meraviglia della donna, mantra di empowerment e incoraggiamento.

Ricordo, appena l’anno scorso, avevo preparato alcuni post per utenti per cui lavoravo, attenendomi alla media dei messaggi che, ad inizio 2021, erano favoriti in ambito “donne”, questo perché, per chi non lo sapesse, ogni post comunicativo inclusivo ha una sua moda del momento. Ebbene, l’anno scorso il focus era proprio atto a confermare alle donne che potevano diventare tutto, essere cioè che volevano, no limits. Per l’occasione ricordo di aver utilizzato infatti una frase di una donna di grande ispirazione per la sottoscritta, Michelle Obama, la quale in varie occasione ama ricordarci che: “There is no limit to what we, as women, can accomplish”.

Ma è davvero così?

Pensavo di si. Oggi, entrando in questo 2022 così violento e crudo, ho capito come messaggi in pompa magna, siano belli e d’effetto, pronunciati da chi non ha la casa distrutta dalle bombe.

Rametti di mimose, regali, offerte nei centri estetici per trattamenti speciali, trucchi in offerta, una piega in omaggio, ma possiamo essere qualcosa in più oltre che belle per forza?

Abbiamo tra le mani una guerra, fatta da uomini. Al tavolo dei potenti, delle trattative, della tanto amata diplomazia, sempre loro, nessuna di noi. Le donne dove sono?

Non di certo dal parrucchiere, sono in campo, operative sul posto, impegnate a rincorrere la salvezza, non i loro sogni, preservare i bambini, le prime vittime di queste guerre; ma soprattutto sono impegnate a combattere, armate con quanto gli stati “alleati” hanno provveduto ad inviare, fucili. Stanno difendendo la loro terra dall’invasore.

Nel 2022 è davvero pensabile che si possa ledere i diritti umani senza intervenire per scongiurare una guerra mondiale? Forse si, basta mettere una bella mimosa in bacheca e mandare un grande abbraccio alle vere eroine di questa guerra, le donne.

Quanti anni ancora serviranno alle donne per capire che questa festa altro non è che un riconoscimento farlocco istituito dalla società patriarcale per renderci mansuete? Esiste una festa dedicata agli uomini? Quindi per quale motivo deve essercene una per noi?

L’8 marzo dedichiamolo alle donne che non possono più essere qui, uccise dal patriarcato, in ogni sua forma; come la guerra in questo caso. Dedichiamolo alla commemorazione, al ricordo rispettoso e silenzioso.

Quello che mi ha trasmesso questa giornata appena passata è che le donne possono armarsi fino ai denti per proteggere la propria indipendenza, oltre ad essere mamme amorevoli che curano i loro figli all’interno di bunker o partoriti nella metropolitana.

Noi, invece, seduti sulle nostre poltrone occidentali, compriamo fiori, pubblichiamo stati con frasi accattivanti sulle nostre bacheche, così da sentirci in pace con il modus operandi in voga l’8 marzo.

La Giornata Internazionale della Donna è qui solo per ricordarci che, anche quest’anno, le donne non hanno gli stessi diritti degli uomini. Non bastano post rosa con hashtag correlati, mimose scontornate inoltrate mille volte, fiumi di metafore su come portiamo poesia, amore e senso materno, donne in abiti da supereroine e similari. Non è la festa di nessuno, è un ricordo di dolore che ci portiamo dietro e dentro da quando al comando ci sono loro, gli uomini.

Fedy_On_The_Blog

Pienezza vs Mancanza.

Avete presente il giorno degli innamorati? Credo fosse ieri, quasi sicuramente, non partecipo attivamente a quel gioco. Sono generalmente innamorata della mia famiglia e di quello che ci sta dentro e fuori.

Sono rimasta sorpresa dal numero di persone che ieri “sdrammatizzava” l’assenza dell’amore nella loro vita, specialmente non corrisposto o non vissuto totalmente.

Difficile parlarne, io vivo di concretezze, bollette da pagare, lista della spesa e pannolini di mia figlia, ma ieri sentivo questa mia amica sofferente per un amore non fattibile, non possibile nella realtà.

“Cosa significa non fattibile?” chiedo.

“Non possiamo stare insieme, abbiamo deciso di non viverla”.

L’amore cos’è? Costruire una casa? Mattoni, giardino? Aprire un conto in banca insieme? Fare progetti? Viaggi? Boh io non credo, trovo tutto questo una sorta di controllo, dominio, possesso.

Ci sono tanti modi di vivere un amore, ma noi ne conosciamo solo uno, quello che implica “costruire qualcosa insieme”, ciò per cui la società sembra ci abbia creato, nasci, cresci, riproduciti, lavora e muori.

Cosa c’entrano tutte queste cose con il sentimento dell’amore? Certo si, la famiglia nasce su queste note, ma non solo.

L’amore è intensità, un uragano di movimenti interni al nostro corpo che ci segnalano presenze nuove, un dolore al petto che ti toglie l’aria. E’ autenticità, fuoco vivo, adrenalina, pioggia dopo la siccità. La presenza fisica del “viverci” cosa c’entra in questo?

Non è vero che le persone innamorate DEVONO stare insieme, non è sempre così. Quanti libri avete letto di amori consumati su carta e inchiostro? Lettere piene di un sentimento mai toccato con mano?

L’amore è libertà, non dominio, non possesso, non mattoni.

L’amore è abbondanza, non mancanza, sentire un sentimento nel cuore non può portare sofferenza, amare non significa cercare per forza di essere ricambiati, amare non è possedere.

Amica mia, come puoi decidere di non vivere un amore? Non si sceglie nulla, l’amore c’è tra anime che si ritrovano dopo tempo e si scelgono ancora, malgrado siano distanti o impossibilitate nel vedersi, quindi vivi il tuo amore, esattamente com’è, nella pienezza di un sentimento che non deve essere completato.

Fedy_On_The_Go

Piuma o mattone?

Ho sta cosa dentro di cui non riesco a venire a capo. Per cercare di farmela amica ho chiuso gli occhi e come se fossi in possesso di una telecamera interna, mi sono immaginata di controllare in quale parte del mio corpo potessi trovare la sua posizione. Tra la gola e l’imboccatura dello stomaco, c’era questo groviglio, come un gomitolo, una matassa di nodi, stretti tra loro, rigidamente, bollenti. Da questo punto ho visto partire il resto del mio corpo, luminoso ma debilitato, accorciato, affaticato da questa confusione di nodi che rallentavano il mio movimento.

Il groviglio nasce di conseguenza prima o dopo una scarica di adrenalina non consumata correttamente, non preventivata e non assestata. Scie sporche contaminate da notti assenti, da un cuore pressante, da denti stretti, e occhi spalancati.

Non ho scoperto l’acqua calda, l’adrenalina è un prodotto delle ghiandole surrenali che induce effetti, quasi sempre fugaci, (a meno che tu non sia un soggetto particolarmente ansioso..), come eccitamento fisiologico, aumentando fortemente la pressione arteriosa.

L’adrenalina viene rilasciata in un momento di stress, dettato da un evento, un pensiero, un qualcosa di futuro che dovrà avere luogo; è un ormone che attiva un campanello di allarme, benevolo o meno, per avvisarci che quella detta situazione potrebbe causarci delle conseguenze.

Scientificamente parlando è tutto ben definito, cosa la scatena, come viene prodotta, come reagisce il corpo, quali sono i sintomi più frequenti, quelli più di nicchia, fino ad arrivare a “come combatterla”, una lista chilometrica di attività zen, respirazioni, meditazioni.

Il mio groviglio è resistente alle meditazioni, alle respirazioni e ad ogni sport io voglia praticare, mi segue, mi accompagna, mi preme sul petto, mi toglie l’aria. Sicuramente non sono “portata” per queste attività introspettive, sono più brava ad aprire una bottiglia di vino e alleggerirmi con il suo profumo, come se la matassa andasse assottigliandosi.

Una scarica di adrenalina è un fiume che va lasciato scorrere senza argini, può sommergere fino alla gola rischiando di soffocarci; talvolta può nutrire terreni aridi da piogge. Cosa può aiutarci a determinare cosa sarà?

Ho iniziato a farmi una domanda ogni volta mi trovo di fronte ad una data situazione che mi tiene sveglia la notte: quello che andrò a fare come mi fa stare? Mi alleggerisce come piuma? Oppure mi appesantisce come un mattone?

L’adrenalina del prima o del dayafter può cambiare totalmente se pensiamo a come ci può curvare la schiena, la pesantezza di una scelta, la leggerezza di una non decisione, e viceversa.

Chi l’ha detto che dobbiamo per forza? Siamo padroni del nostro qui ed ora, e possiamo passare attraverso una scarica di adrenalina tenendo solo quello che ci serve, ascoltando il nostro corpo, che ci segnala, ci avverte, ci sintonizza sempre sulle frequenze giuste, non ignoriamoci, siamo i migliori amici di noi stessi, nessuno può capirci meglio.

“Si vive una volta sola, devi buttarti”, non sono del tutto d’accordo, posso dirlo? Cosa potrebbe succedere ad un mattone pronto a buttarsi nel vuoto? Rompersi in mille pezzi, vivendo una volta sola, ma totalmente ricoperto di crepe. Al contrario una piuma potrebbe tuffarsi ogni qualvolta lo desideri, sapendo che il vento continuerebbe ad adagiarla lenta sul terreno senza procurarle alcun dolore o rottura.

Ecco quello che vorrei far passare è: non sempre l’istinto, l’impulso, possono essere motori pronti a muoverci nel nostro sentire; certo, l’emisfero destro del nostro cervello va ascoltato senza dubbio alcuno, ma ognuno di noi sente dentro di sé quella vocina sottile, provenire da un luogo lontano ma estremamente vicino, come un warning, lei ci sta indicando il poi, il DOPO, lei sa chi si schianterà al suolo in mille pezzi e chi volteggerà nel cielo blu, l’adrenalina facciamocela amica.

Fedy_On_The_Blog

Geometria applicata.

Resto stranita da come le persone estranee alla mia condizione trovino interessante il bipolarismo, come incuriositi, affascinati, da quello che potrebbe essere la scoperta di una persona diversa ogni giorno.

“Chi si è svegliato con te stamattina?”, me lo chiedo ogni giorno. Intimorita le prime volte, oggi meno, le personalità, gli umori, il mood, chiamiamoli come preferite, ad oggi sono sempre quelli, piuttosto ciclici, ho imparato a suddividerli per macro aree, i cinque postulati di Euclide mi hanno aiutato molto, la geometria applicata non mi è mai stata così utile come oggi, sono punti e sono rette, traccia la linea Fede.

Vi svelo alcuni punti fondamentali da tenere a mente per chi si interfaccia con noi.

La vita dei bipolari è fatta di imprevisti, ecco perché è sempre bene ridurre tutto alla geometria, tracciando linee tra i punti, per capire a quando il prossimo incontro con la personalità della distruzione, fondamentale è giocare d’anticipo, dopo un dato periodo tornerà.

Il bipolare dovrebbe cercare di condurre una vita noiosa, statica, quotidianamente boriosa, per ridurre al minimo le incidenze sulla sua sfera mentale, un imprevisto non calcolato potrebbe anticipare la “maggese” e distruggere il raccolto di un interno anno, lasciandolo senza nulla di cui campare.

Il bipolare però ama auto sabotarsi, perchè la vita noiosa lo devasta; nelle giornate in cui l’adrenalina non gli da pace, eccolo addentrarsi in strade e percorsi pericolosi, dove il sentiero si stringe e il burrone è pronto ad inghiottirlo. Il nostro amico bipo, camminando sulla cresta della montagna si troverà a dover prendere una decisione importante, in base a come si sarà svegliato potrebbe fare una clamorosa retromarcia, rischiando più volte di cadere nel baratro, oppure vestire in panni di un highlander, un superuomo che nemmeno Nietzsche&Co potrebbero permettersi di giudicare, correndo senza freni per quella piccola stradina di montagna arrivando alla cima.

Che poi in cima per quale motivo ci sei finito amico mio bipolare? La verità? Non ve la sa dire, credetemi. Voleva spostarsi dalla sua zona comfort per un capriccio dettato dalla personalità in auge in quel momento, mentre percorreva il sentiero però, l’amico bipo ha cambiato circa 10 personalità (numero indicativo), ed ecco che la persona partita non è la stessa che è arrivata.

Trovate davvero così interessante la sfera emotiva di una persona bipolare? Avete mai provato a chiederle, potendo scegliere, quale delle tante personalità vorrebbe mantenere statica nella vita? Posso rispondervi io, l’apatia, la non emozione, la non emotività, la totale mancanza di movimento chimico nei meandri nascosti del proprio cervello.

Morta praticamente? A livello emotivo, si.

Quando si avvicina il dark side, la notte digrigna i denti, le tempie pulsano per giorni interi, divorandolo dentro. Gli occhi catatonici potrebbero trarre in inganno, mostrando una persona spenta e anaffettiva, tutto frutto di una mente che sta elaborando i pensieri più subdoli e traditori. Le unghie sono quasi sempre divorate o ridotte all’osso, la bocca è serrata e inespressiva, stomaco contorto e schiena ricurva. Potrebbe stare ore seduto sulla poltrona fissando una tv spenta che ha dimenticato di accendere, ascoltare in loop una canzone senza sentirne una nota, sentire il dolore squartarsi dentro, mentre fa la spesa al supermercato o canta una ninna nanna. Parla serenamente, vive giornate normali, beve il caffè, saluta il cane, ma solamente nella sua totale solitudine lascerà avvolgersi dal mantello nero. I bipolari sono premi oscar, in grado di recitare per una vita, solo pochi fortunati possono davvero conoscerli nudi dalle vesti che indossano.

Ne conoscete qualcuno? Nel profondo? Che condivide con voi il bianco ed il nero? Se la risposta è si, lasciate che mi complimenti, chi soffre di questo disturbo studia bene le persone che possono avvicinarsi oltre i limiti, privi di ogni protezione potrebbero polverizzarsi di fronte al minimo raggio di sole, siete persone importanti, li fate sentire liberi, dallo status sociale che si sono cuciti addosso, grazie.

Back in Black

Potrebbe esserci il sole con la pioggia e viceversa, la loro mente è un posto così vasto che non basterebbe una vita per percorrerla tutta, seguite i punti, la retta si traccia man mano.

Fedy_On_The_Blog

C’è della chimica

“Tu chiamale se vuoi emozioni.”

Caro Lucio, io non credo si parli di emozionalità, o almeno concedimi di dubitarne. Sono così terrena e pragmatica che posso attribuire una reazione ad ogni miracolo della vita, partendo dal sentimento più puro dell’amore materno, fino all’odio più infuocato verso chi ci sbriciola.

Diamogli il nome corretto: CHIMICA. Nonostante i miei passi umanisti tra gli scrittori più passionali delle epoche lontane, non posso che dissentire con i loro versi floreali nel parlare dei contatti umani.

Certo che si chiamano emozioni, ma si sviluppano, crescono annaffiate dalla nostra mente, fino ad esplodere come bombe atomiche, spesso sotto forma di malattie psicosomatiche, si tipo quel mal di stomaco che ogni santo mese viene a spaccarci in due, nonostante gli esami siano tutti perfetti, ma quindi.. che cazzo è che mi fa male?

Posso dirtelo onestamente? ti fa male la vita, fa male a tutti, non solo a te, trova un posto dove mettere quell’inquietudine, corri, salta, canta, scrivi, respira, lasciala uscire come le cascate, irruente e impetuose.

Ogni scelta, anche la più banale, è dettata dalla chimica. Sai quella camicia a scacchi rossa e nera che hai appena comprato? Si quella, si chiama chimica. Quella foto su cui continui a tornare perché ci sono due occhi neri che leggono nei tuoi, chimica. Il sorriso di quella ragazza, che ti ha fatto sentire abbracciata nonostante il covid e il saluto col pugnetto, C H I M I C A.

Lo stomaco è quello che mi fotte sempre, sento quella cosa, non so che nome possa dargli, forse non voglio proprio darle alcun nome, perché è così mia che nessuno deve condividerla con me. Sale, mi arriva al petto ed ecco che il respiro si blocca. Calmati Fede, devi solo ricordarti la respirazione che ti hanno insegnato, penso.

Ma lei sale e ride perché, la chimica, quella stronza impulsiva, sa che non ti darà il tempo di fare le respirazioni alla Bruce Lee. Il tuo cuore? Tachicardico si è già impossessato delle tue braccia, che iniziano a tremare ed essere rigide, e poi? beh poi il corpo si difende a suo modo, endorfine a profusione.

Non è malvagia, non spaventiamoci. La chimica è l’effetto. L’effetto che fa annusare i capelli del tuo bambino appena sveglio, profumati di sogni leggeri, l’abbraccio della mamma che anche a 38 anni scalda più del fuoco, la canzone degli Spandau Ballet che ascoltavi da bambina senza capirne una parola, la presenza di qualcuno che ti cura solo con una carezza.

C’è chimica nel silenzio, nella calma piatta, nello sguardo perso, che nasconde tutti quegli scarabocchi neri che tentano di trovar vie di fuga dalla nostra mente.

C’è chimica quando scali le montagne, quando ti tuffi nel mezzo del lago senza vederne il fondo, quando ti completi nel corpo di un altro, quando ti colori la pelle, quando leggi un libro tutto d’un fiato, quando la notte scegli di non dormire.

C’è chimica, perché noi siamo chimica, un mix di ingredienti di cui non è dato sapere la ricetta, gioie e dolori che ci hanno reso quello che siamo, tenuti in piedi da un corpo che è nato solo per sostenerci, e come tutte le cose, sarà la chimica a ricostruirlo, guarirlo o lasciarlo andare, ma solo nel momento opportuno.

Oggi ha vinto il my Dark Side of The Moon, domani saranno cieli tersi.

Fedy_On_The_Blog

Quei cinici auguri glitterati.

Le luci, i fiocchi, il calore delle candele, i dolcetti, quell’atmosfera di pace e leggerezza che si fonde con la neve, i sorrisi, gli abbracci, la famiglia, gli amici, un’infinità di parole che mi vengono in mente quando ripenso a “quei natali”.

Ve li ricordate anche voi? Quei natali dove ci si credeva davvero, quelli che: “tra poco è Natale, basta musi lunghi, pensieri negativi, preoccupazioni, ci penseremo poi”. Quelli in cui avvertivamo una strana emozione la giornata della vigilia, perché, anche se non eravamo più bambini, la notte in arrivo era magica, sempre. Quei momenti in cui nonostante l’anno difficile, qualche brutta esperienza, un amico che ti aveva tradito, un amore finito, una difficoltà lavorativa, sentivamo comunque la magia in arrivo, il tempo del riscatto, la serenità.

Beh si tutto davvero bello il Natale e la meraviglia che lo circonda, ma sento di dover fare uno dei miei outing più invadenti per non compromettere ulteriormente i miei valori pressori già piuttosto alti.

Quale migliore modo per fare outing se non quello di augurare buon Natale a modo mio? Tramite le note della “mia penna”? La penna più cinica e dolorante raggiunta dall’alto dei miei 38 anni?

Lasciatemi iniziare dicendo che vorrei sentire “auguri di buone feste” solo da chi me lo sta augurando davvero, da chi lo dice col cuore, sorridendomi, da tutti gli altri vorrei solamente essere ignorata, avete preso nota?!

Vorrei invece fare degli auguri speciali, di luce e serenità al punto elenco seguente:

  • a te che hai dovuto aprire la porta della tua amorevole casa alla malattia, quella stronza che sta logorando lentamente la persona con cui pensavi di trascorrere lenta la vecchiaia, in pace e silenzio, magari guardando i vostri nipotini diventare grandi. Si, questo augurio è anche per te, perché so che in silenzio la sera quando sei sola, piangi lacrime di sale che bruciano sulle ferite che ogni giorno quella malattia ti infligge,
  • a te che hai accompagnato per mano il tuo papà fino alla fine, stringendolo forte e facendolo sempre sentire amato. Si, questo augurio è anche per te, perché per la prima volta quest’anno dovrai guardare la sua sedia vuota alla cena della vigilia, sarà il Natale più triste e freddo mai vissuto, ti abituerai, anno dopo anno,
  • a te che per eliminare la pesante solitudine nella tua vita, stai facendo grandi sacrifici, intraprendendo percorsi insapori e dolorosi, per lavorare su te stessa nella grande incertezza. Si, questo augurio è anche per te, che la speranza non ti abbandoni mai, nonostante i mesi e gli anni proseguano e non ci siano novità all’orizzonte,
  • a te che mai avresti pensato di poter ricevere quella pugnalata dal tuo amico, si sai di chi parlo. Quello che sembrava essere onesto, fedele e trasparente con te, veniva a cena a casa tua a giocare coi tuoi figli ricordi? Proprio lui, che ha sgretolato la tua fiducia in pochi secondi, gelando la vostra amicizia, onestamente, detto fra noi.. non so se si sia accorto di averti fatto del male. Si, questo augurio è anche per te, perché nonostante questo, so che nella tua prossima avventura non mancherà il tuo forte entusiasmo, lascerai alle spalle quella ferita che, nonostante il male, ti insegnerà che le persone hanno interessi non sempre puliti nei tuoi confronti,
  • a te che passi le giornate impaurita dal tempo che passa, dalla tua bambina che cresce, dalla paura di non poter riuscire. Lo so che la notte ti svegli con il cuore in gola, quella tachicardia che ti toglie il respiro per prosciugarti, purtroppo non credo se ne andrà presto. Questo augurio è anche per te, perché ti diranno che passerà tutto, ma non è così, sono solo bugie dette per farti star serena. Sappi che prima tu imparerai a convivere con i tuoi demoni, prima loro impareranno a lasciarti respirare la notte,
  • a te che non conosci l’umiltà, arrogante e irruento hai camminato per i prati fioriti senza accorgerti del deserto dietro che lasciavi. Ti senti solo ora vera? La verità è che lo sei sempre stato, lo realizzi solo ora perché non c’è più nulla da mangiare sulla tavola e quindi la gente ti ha abbandonato. Questo augurio è anche per te, perché il tuo sarà un Natale molto triste e silenzioso. La storia di Dickens ahimè non esiste, non ci sarà nessuno spirito dei Natali passati, presenti o futuri che verrà a trovarti la notte della vigilia per darti un’altra possibilità, no davvero. Ecco perché sei finito tra le persone a cui mando un augurio sincero, perché, nel caso in cui non ci sia un lieto fine ad attenderti, che sia lieve la tua caduta e che tu possa fingere il più possibile di viverla bene, augurandoti di rimetterti in gioco ancora,
  • a te che sei piccola e indifesa ai miei occhi, che mi commuovi ad ogni carezza. Questo augurio è anche per te, perché la tua mamma impari a capire che stai crescendo, lasciandoti fare qualche passo da sola più serena, abbi pazienza e continua ad accarezzarla, il tempo vi aiuterà a crescere insieme.
“Grazie al cazzo”.

Sarebbe bello, anche solo per un attimo, immaginare la magia del Natale tornare; alleviando la malattia, il distacco per una perdita, colmare la solitudine, curare una delusione, lenire l’ansia, sollevare le angosce e guarire le insicurezze, sarebbe bello davvero, ma il mio cinismo vorrebbe lanciare un messaggio: CAZZATE!!! SONO TUTTE CAZZATE!!! La verità è che sposteremo per qualche ora, in un angolo della nostra mente, tutti questi pensieri tristi, così da poter mangiare in compagnia di chi è consuetudine incontrare durante queste feste comandate, per poi tornare nella nostra realtà e poterci immergere di nuovo nelle piaghe dei nostri pensieri.

Adesso prendo la scopa, spazzo sotto il tappeto tutte le grida del mio cinismo stronzo che vuole rovinarci le feste! Via levati, così che anche per quest’anno io possa fingere che la magia del Natale sia arrivata, quanto meno per gli occhi incantati della mia bambina che merita di vivere questo momento glitterato come se davvero esistesse. Saranno poi le persone e le esperienze dolorose purtroppo, a darle modo di riflettere e capire che i glitter sono belli ma servono solo a coprire delle crepe, troppo visibili al naturale, della vita.

Fedy_On_This_Christmas