Rompiamo la bolla della normalità.

E’ il 25 di novembre e ho perso il conto di quante volte ho scritto testi o saggi brevi relativamente al tema, mi piacerebbe avere la ricetta giusta, quella che fa la magia e sistema tutto. Cosa posso dire oggi di diverso? Cosa posso dire che non sia già stato detto mille volte?

La parola chiave che ho scelto per scrivere oggi è NORMALE, il problema è questo, è tutto ancora normale, parte del nostro quotidiano. Ci sono situazioni in cui è normale vivere così, donne che vivono sul filo del rasoio ogni giorno perché basta poco per scatenare la bestia. Tutto normale, ci si sveglia, si fa colazione, si portano a scuola i figli, tutto deve essere fatto in un certo modo perché da un momento all’altro lui potrebbe arrabbiarsi, ma è normale, lui lavora molto ed è stressato.

“Lui è un brav’uomo, mi da la possibilità di stare a casa dal lavoro per accudire i figli, solo ha questo piccolo difetto, ma lo so che non è colpa sua, sono io che scateno queste reazioni, può succedere”

“Ho chiamato i carabinieri perché avevo paura, ieri sera ha superato ogni limite, ma poi quando sono arrivati mi hanno fatto ragionare e ci siamo riappacificati, anche loro mi hanno detto che alle volte succede anche nelle migliori famiglie”.

Queste sono le frasi che ho sentito più e più volte nei centri antiviolenza, la maggior parte di queste donne ha scelto di non proseguire, di restare in questa normalità, perché è questo l’ambiente in cui vivono. Su dieci donne che si recano in questi centri, forse due arrivano alla fine del percorso, la maggior parte sceglie di fermarsi, soprattutto per il bene dei figli.

La maggior parte delle donne che si reca in ospedale con contusioni o fratture dovute alla violenza domestica non denuncia, inventa scuse pessime del perché si trova li, per evitare di essere picchiata ancora quando tornerà a casa, la motivazione è lampante, davanti agli occhi di tutti, ma purtroppo se lei sceglie di non agire, nessuno può farlo al suo posto. Diverse sono state le telefonate o i contatti di persone vicino alla vittima, ma l’azione di aiuto, sostegno e protezione può partire solo se è lei a chiederlo.

I centri antiviolenza sono ovunque, facili da trovare, digitando su Google trovate sempre la sede a voi più vicina. Tutto si svolge nell’anonimato più totale, le volontarie sono obbligate al silenzio e alla non divulgazione, siete al sicuro e protette. Le volontarie sono formate con corsi specifici tenuti da psicologi, avvocati, sociologi, medici, figure di rilevanza che danno un’ottima base a chi vi deve aiutare.

La bolla della normalità in cui viviamo queste violenze è ancora difficile da rompere, la casa dovrebbe essere il posto più sicuro in cui ognuno di noi si può riposare, proteggere, godere il relax a fine giornata, sentire il calore dei familiari, se non è un posto sicuro allora non è casa.

Fate il bene dei vostri figli, non restate in quella casa, i vostri bambini vedono tutto, non devono crescere in questa normalità deviata, saranno uomini violenti a loro volta, o donne vittime che non parleranno, questa normalità non va tramandata. Uscite dalla bolla, scappate, urlate e denunciate, solo così i vostri bambini impareranno che non è normale, la violenza è sempre sbagliata in ogni sua forma. Salvatevi e salvate i vostri bambini, ripulitevi dallo schifo di quell’uomo che non è degno di crescere vicino a voi.

A tutte le forze dell’ordine, che ad ogni chiamata ricevuta da donne in lacrime, spesso cercano di smorzare la rabbia e la paura con la mediazione dico NO, non funziona così, è omissione di soccorso, la prossima volta potrebbe non riuscire più a telefonare perché la violenza è stata troppa, non c’è nulla da mediare o sistemare di fronte a botte corporee o violenze, la donna va messa in sicurezza subito.

Lasciatemi fare un appello, come ogni anno in questa giornata triste, non lasciate mai sole le vittime, spronatele sempre a denunciare anche se capite che non serve, vi sembra che lei non capisca, non voglia reagire, non mollate mai, perseverate, continuate a stargli vicino, non lasciamole solo nella loro normalità malata.

Rompiamo la bolla della normalità, rompiamo il silenzio.

Non mi stancherò mai di lottare per noi.

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Parità: ieri, oggi e domani.

“Avete voluto l’uguaglianza tra i sessi? Bene adesso ti arrangi”, una delle frasi più sentite, ma cari amici zotici leggete bene cos’ho da dirvi.

Noi non abbiamo chiesto l’uguaglianza, noi vogliamo parità, cosa ben diversa. Parità nell’essere viste, riconosciute, parità d’importanza, pari giudizi e pari trattamenti, siamo esseri umani diversi e non potremo mai essere uguali, ma possiamo essere allo stesso livello?

La strada è ancora molto lunga, rispetto a dieci anni fa almeno se ne sta parlando, questo è già un passo avanti, almeno per me che sono una femminista moderata.

Perché parliamo di parità? Iniziamo dicendo che le donne sono in credito con la storia, fino a qualche anno fa, non solo la parità era lontana, ma le donne non erano considerate come esseri umani indipendenti. La donna era proprietà del papà, del marito, o dell’uomo di casa, abbiamo acquisito un’indipendenza solo da poco tempo. La libertà, uno dei diritti fondamentali dell’uomo, per noi non c’è mai stata veramente, basta tornare indietro ai tempi dei miei nonni, o ai tempi del fascismo, dove le donne, oltre ad essere di proprietà del marito, se non obbedivano potevano essere rinchiuse nei manicomi come “persone isteriche”. Lo stupro in passato era considerato come un reato contro la morale comune, non di certo verso la donna che lo aveva subito, e come veniva risolto? Innanzitutto la donna doveva avere il coraggio di far presente di essere stata violata; il proprietario, diciamo il papà, l’ammoniva per il comportamento che aveva indotto il suo stupratore a tanto, poi stabiliva una somma di denaro consona per coprire l’ammanco subito. Cioè, il papà chiedeva soldi allo stupratore in base al valore della figlia, per chiudere il tutto, la vittima era il proprietario della donna, oppure c’era il famoso matrimonio riparatore soprattutto se la donna era rimasta incinta.

Vorrei specificare che i cenni storici sopra, risalenti non a tanti anni fa, sono storici solo per noi “fortunate”, infatti ci sono paesi nel mondo in cui quanto sopra è ancora vigente. Pensiamo alle spose bambine, un uomo vecchio “acquista” la figlia di un papà per una buona cifra, poco importa che la bambina abbia dieci o undici anni e la notte stessa verrà violata da quell’uomo grande come il suo papà. Da quel momento in poi il suo proprietario diventerà il vecchio marito, e lei inizierà a vestirsi da donna truccata e agghindata per il suo nuovo padrone e nonostante questo la notte andrà ancora a letto con la sua bambolina di pezza, perché le mancherà la sua mamma.

Il nostro retaggio culturale di uomini bianchi europei, è ancora molto legato all’idea della donna come patrimonio dell’uomo, difficile pensare ad una parità in un paese dove ancora molte donne lasciano il lavoro e dipendono dal marito in termini economici. La storia ha lasciato pesati paletti nella nostra cultura, nonostante sia una delle più open mind. Sarebbe buona cosa iniziare nelle scuole a parlare di cosa avveniva in passato e come sono cambiate le cose, facendo figurare certi comportamenti errati e mostrandoli agli occhi dei bambini. Studiamo le guerre, studiamo i mutamenti dei popoli, e la nostra di donne non è stata forse una guerra? Quante di noi sono morte e hanno lottato in nome di questa libertà? Nelle scuole bisogna parlarne per riconoscere il lavoro fatto dalle nostre antenate.

Nessuno ci pensa a disgregare questi stereotipi culturali per raggiungere la parità, o quanto meno ci pensano solo le donne che ne hanno sofferto, l’uomo comanda da sempre e non ha mai avvertito l’esigenza di dover portare tutti alla parità perché è abituato ad una posizione dominante proprio a causa della nostra cultura.

Per il nostro domani spero in una scuola che possa insegnare ai bambini la vera parità, loro sono il nostro futuro e non meritano di portare avanti radici vecchie e marce di un passato che ci ha sempre considerato parte integrante dei domini maschili.

Tutti dovremmo essere femministi, che non significa calpestare gli uomini, significa portare le donne sullo stesso livello.

Agli uomini che continuano a sminuirci, rimpicciolirci ne non ci stanno aiutando dico una cosa precisa: avete paura di donne indipendenti, siete esseri piccoli e finiti e non volete riconoscere la nostra grandezza e l’importanza, lasciarci libere vi farebbe sentire ancora più impotenti e limitati.

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SMART MAMME 2.0

Potrei scrivere una prefazione degna di quello che andrete a leggere, ma questo pezzo, scritto d’impeto da una mia cara amica, è già perfetto così e credo non abbia bisogno di aggiunte, se non le virgolette per aprire e chiuderlo.

“Durante un colloquio chiedere ad una donna se ha o se vorrà figli è ancora legittimo? Un’aberrazione che ci riporta nel 1912. Cosi iniziava una discussione che ho letto su LinkedIn stamattina alle 6.00, durante l’ennesima poppata di mio figlio.

Giusto, sacrosanto. L’ho sempre pensato e anzi ho sempre combattuto perché questa concezione sparisse sia nei miei confronti, che in quello di colleghe o collaboratrici. Eppure, stamattina, mi sono fermata un attimo a riflettere. Fare questa domanda oggi, in questo momento di difficoltà assurda che stiamo vivendo, ha ancora solo una dimensione di inaccettabilità? Parliamone. Vi dico solo una parola. SMARTWORKING. Lavoro agile, intelligente. Fantastico. Flessibile. Puoi lavorare dove, come e quando vuoi. Si ma se hai i figli? E magari senza aiuti esterni? Aggiungiamo anche una casa da gestire nonostante con la collaborazione di tuo marito?

Ho sentito leggende di donne felicissime di svolgere smartworking da casa perché mentre impostano una call si fanno la maschera ai capelli, mentre parlano al telefono col capo si riescono a sistemare lo smalto, mentre fanno un briefing con le airpods alle orecchie, mettono su un brasato. Smartworking, smarthousing, smartcooking, tutto insieme. Poi riescono addirittura a fare pausa caffè comodamente in ciabatte. Una cosa mai vista. Tutte queste esperienze fantasmagoriche però vengono da chi non ha la compagnia dei figli a casa. Poi penso, magari sono così negativa perché io ho i figli piccolissimi e sono difficili da gestire. Purtroppo no, perché se hai un figlio grande che magari deve usare il pc per la didattica a distanza, è pure peggio. Oltre a dover condividere gli strumenti (non tutti sono cosi fortunati da avere due PC), devi trovare il tempo di seguirlo, controllargli e compiti e tenerlo stimolato perché non diventi lobotomizzato e rincoglionito di fronte ad uno schermo. Non sto dicendo che non si possa fare, ma io ho la perenne sensazione di mettere dei buchi, di raffazzonare, di non fare bene niente, sia come mamma che come lavoratrice. Tra una call e l’altra c’è la colazione, nel mentre sotto le unghie invece dello smalto residui di cacca acida che devo cambiare ogni due ore, durante un briefing imposto una poppating, prima di inviare una mail devo fare un controling che la plastilina non finisca nell’esofago, poi devo preparare il pranzing la merending e infine la cening. Ma come cavolo si fa?”

Foto poco realistica, nessuna donna sorriderebbe beata in questa situazione.

Siete d’accordo con me che questa bellissima e verissima testimonianza non aveva bisogno di presentazioni?

La pura e vera semplice realtà, io sono fortunata, ho l’aiuto di mia mamma nella gestione della bimba quindi faccio parte di chi fa smart working da casa, passando le sei ore più belle e rilassanti della mia giornata, ma non per tutte è così.

La testimonianza, centro nevralgico di questo articolo, vuole dar voce alla quantità pazzesca di mamme che si trova a dover diventare SMART in tutto, mettiamoci per un attimo nei suoi panni, un bambino alle prese con la DAD e uno appena nato che ha bisogno di ogni cura possibile, un lavoro da gestire, una casa, senza aiuti esterni. Questa SMART VITA quanto può fare bene ad una mamma alle prese con una montagna di responsabilità? E al giorno d’oggi è davvero possibile conciliare lo smartworking con la smart realtà che ci hanno destinato?

Siamo uno dei paesi con crescita demografica negativa più accentuata, e ci sono ancora UOMINI che fanno i politicanti che insistono sul fatto che le donne dovrebbero cercare di fare più le mamme perché questo è un paese di vecchi. Come si fa? Quante donne dopo aver letto questa esperienza possono davvero sentirsi stimolate a fare figli?

Esattamente dieci anni fa, durante uno degli ultimi colloqui di lavoro fatti, mi è stato chiesto: “Lei vuole figli nel breve termine? Oppure può garantirmi che per almeno due o tre anni non ne farà?”, non mi sono scandalizzata molto di fronte a questa domanda, era il quinto colloquio in un mese e ogni datore di lavoro (tutti uomini) mi avevano fatto la stessa domanda. All’ultimo fatto ho risposto no, figli non ne volevo, il giorno successivo mi è arrivata la telefonata che confermava l’assunzione.

Sono rimasta incinta esattamente 8 anni dopo e senza ragionarci molto, perché razionalmente, vedere le fatiche che fa una mamma, è un incentivo a non riprodursi e l’idea di averne magari un secondo mi terrorizza in termini di “gestione”.

Io vivo in un’isola felice, lavoro da casa con titolari (tra cui una donna, fattore MOLTO RILEVANTE) che mi danno libertà di gestione, e nonni disponibili, ma quante possono dirsi fortunate come me?

Ci si alza al mattino annaspando e si parte per una giornata piena di punti di domanda, ce la farò oggi a fare quel lavoro che mi hanno chiesto di completare con urgenza? Ma se il bambino come ieri non riesce a dormire, come faccio a finire? E se salta ancora la connessione internet come si fa con la DAD? Il pannolino chi lo cambia se io sono nel pieno del meeting? Poi finisce che la riunione si fa senza di me perché “come al solito il bambino urla e si è scollegata”. Arriva la sera con la sensazione di aver messo pezze ovunque, lavorando in modo mediocre, con sensi di colpa versi i tuoi figli perché non ti senti di essere stata una brava mamma attenta ai loro bisogni, sensi di colpa verso il tuo ruolo di “donna di casa” perché i letti sono ancora da fare, i piatti sporchi ancora sul tavolo e la lavatrice da svuotare. Arriva sera e ti senti solo le spalle pesanti, i capelli sporchi ma il bambino ha sonno e anche oggi rinuncerai a te per seguire lui.

Attualmente la giornata standard di una mamma prevede:

  • Lavoro da casa,
  • Lavoro da mamma con figli in casa,
  • Lavoro di gestione casa,

Questa è la normale routine, a cui dobbiamo aggiungere le urgenze sopravvenute:

  • Bambini ammalati, bambini che non vogliono stare davanti al pc, strumenti per la DAD che non funzionano bene, chiamate urgenti e riunioni dall’ufficio, urgenze lavorative, cacca acida che arriva fino al collo, lavandino otturato dai capelli, pranzo da cucinare, volete aggiungere altro?!
Anche qui foto poco realistica, ma non ne esistono diverse, si sa, le donne devono sorridere per essere belle.

Quando potremo anche noi tornare dal lavoro alle sei di sera, coricarci sul divano in attesa che ci preparino la cena? “Ho lavorato tutto il giorno, sono stanca” Perché il “fare la mamma” non viene percepito come un lavoro? ma più come una task standard che appartiene solo alle mamme ed è parte integrante del ruolo di donna? Come dire: “si ok fai la mamma, ma poi che lavoro fai?” Come se fare la mamma sia una cosa da niente! Ma stiamo scherzando?!

Care mamme, questo articolo parla di noi, perché nessuno lo fa, si parla dell’economia in ginocchio, si parla delle zone rosse, arancioni, gialle, si parla dei mercatini di natale che quest’anno non ci saranno, ma nessuno parla del ruolo da super eroi che ci siamo trovate addosso anche questa volta. In tutta la società noi e i nostri figli siamo i soggetti più schiacciati, ovviamente mai interpellati. Chi decide e gestisce sono sempre uomini, solitamente i meno coinvolti nella vita e nella gestione familiare, perché sappiamo bene tutti che i figli sono delle mamme.

Oggi abbiamo scelto di darci voce, in questo periodo difficile, siamo le persone più forti, coraggiose ed energiche che ci siano, nessuno ne parla, ma superiamo prove estreme ogni giorno.

Un grazie alla mia amica Anna per il vivace, sarcastico e realistico pezzo che mi ha scritto.

Saluti care mamme, vado a fare la smart cacca intanto che la figlia con la smart febbre mi lascia un pochino di smart tempo!

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Aria di cambiamento.

Sembra impossibile anche solo pensarlo, ho seguito le elezioni americane dall’inizio alla fine e la cosa che più mi dava dubbi era proprio l’elezione di Biden perché legata ad un viceministro donna, di colore, precisamente asioamericana, un popolo che solo quattro anni prima aveva votato per un personaggio come Donald Trump, come era possibile? Eppure, passavano i giorni e notavo come fosse lei, Kamala Harris la vera scoperta, ecco perché questa vittoria dei democratici è sua, nostra.

Mi sono immaginata mia figlia a 18 anni circa che leggendo il mio articolo mi guarda e dice: “mamma si viveva proprio male quando sono nata io”, si perché voglio sperare che questo piccolo passo darà il via ad un insieme di cambiamenti, che tra qualche anno, renderanno tutto possibile per le bambine di oggi.

Posso raccontarvi una cosa di cui quasi mi vergogno? Circa 10 anni fa ho avuto la mia esperienza politica, si. L’ho voluta con tutta me stessa, ci credevo. Ero giovane, avevo fiducia nella mia voglia di fare, nel mio cambiamento e mi ero vista come una giovane politica attivista che finalmente può far uscire il suo lato motivazionale per “cambiare le cose”, ero determinata e combattiva. Inaspettatamente vengo eletta, con così tanti voti che resto senza parole, mi hanno dato fiducia, ora tocca a me.

Perché me ne vergogno? Beh perché ho rappresentato per 5 anni tutto quello che attualmente combatto senza rendermene conto, speravo di portare un vento fresco, ma non lo si può fare se le menti sono chiuse e hanno paura di aprire le finestre sul mondo, l’aria fresca e pulita potrebbe far male al cervello delle persone da gestire.

Inizio la mia esperienza ma qualcosa non mi torna, gli assessorati vanno ai soli uomini, noi pochissime donne elette siamo consiglieri soltanto. Col tempo imparo che ogni cosa che posso dire deve essere prima concordata, imparo che le poltrone e i numeri contano di più di quello che i cittadini hanno votato, imparo che noi donne siamo li solo per una questione di facciata, le famose quote rosa, una gran scocciatura per tutti.

Non sto facendo critiche dirette, ci mancherebbe, ho semplicemente fallito io, perché, sulla base di non so cosa, credevo in qualcosa di diverso. Se nel piccolo le cose sono così orchestrate, ho pensato, chissà come sono nel grande, una grandissima delusione. Ho fatto scelte dettate dal credo conservatore bigotto, anziché ascoltare la vera voce interna che gridava vendetta. Non mi preoccupo di scrivere queste parole, perché sicuramente chi ha “collaborato” con me in quegli anni è troppo anziano per accendere un PC (la politica in Italia è fatta da vecchi), oppure non si azzarderebbe mai ad andare a leggere un blog femminista, e infine, nel caso in cui lo facesse, mi giudicherebbe la solita donna che farebbe meglio a stare zitta, dietro a un fornello a cucinare (sempre che ci riesca).

Ho chiaro il fatto che nessuno in questo paese mi stia veramente rappresentando, anzi. Provo un grosso senso di rabbia verso chi si veste da crociato cristiano con il crocefisso per farsi propaganda attirando il popolo medio, la cristianità, la religione non vanno mischiate con il credo politico, provo rabbia verso chi sfrutta le minoranze per raccogliere voti, e provo rabbia verso chi è più ignorante di me e pretende di rappresentarmi. Sono stanca di vedere solo uomini al tavolo dei potenti, sono stanca di sentire parlare solo gli uomini per gli uomini.

Per la prima volta dopo tanti anni ho visto una luce, Kamala Harris è il primo vicepresidente donna negli USA, prima donna di colore, prima asioamericana, in prima linea da sempre per i diritti delle minoranze: donne, afroamericani, comunità LGBT, questo è un traguardo. Una vittoria per tutte le donne che negli anni hanno dovuto piegare la testa e la schiena ed ubbidire, donne che hanno dovuto guardare da esterne i movimenti e le scelte politiche di un popolo di cui facevano parte solo sulla carta, bambine che finalmente vedranno qualcosa di diverso, che spero negli anni, diventi normale.

Questo voto nuovo è stato un messaggio, una richiesta di cambiamento, di speranza, di unità, di voce per le persone diverse dagli uomini bianchi della working class americana ben rappresentati da quel bifolco di Trump. Le comunità sono fatte di tanti gruppi, ognuno ha la sua voce, diversa certo, ma vanno ascoltate tutte, non deve esisterne una più forte delle altre.

Col senno di poi dico che quegli anni di politica mi sono serviti molto, per capire quello che non avrei mai voluto essere, mi hanno aperto gli occhi e mi sono serviti per ammettere i miei errori. HO CAMBIATO IDEA e lo dico a voce alta, perché ne vado fiera, cambiare opinione è una delle cose più difficili da fare, e per me è stato un cambiamento anche nello stile di vita. Ho dovuto guardarmi dentro e capire che non appartenevo al mondo bigotto, piccolo, chiuso e radicato in credenze popolari del medioevo, tutto questo mi sta stretto addosso come una taglia 38 (sono una 46).

Sono una cittadina del mondo globale e combatto la politica malsana con delle armi potentissime: leggo, imparo, studio e mi INFORMO, contro di questo la classe politica non può nulla, la loro vittoria è basta sulla nostra ignoranza.

Oggi qualcosa è cambiato, apriamo le finestre e arieggiamo le stanze, fate spazio alle donne. Go Kamala go!

Fedy_On_The_Blog, HOPE AGAIN!

Senza difese.

Vorrei salvarti dal mondo,

come tu hai salvato me,

perché è pronto a ferirti

e tu sei senza difese.

Vorrei coprirti dal freddo,

pronto a gelarti,

quando nuda attraverserai la prima strada da sola

e tu sarai senza difese.

Vorrei asciugarti le lacrime,

che scenderanno come fiumi,

quando la vita ti mostrerà il suo vero volto

e tu sarai senza difese.

Vorrei proteggerti dal dolore,

sul tuo corpicino piccolo e morbido,

capace solo di percepire carezze,

tu sei senza corazza e senza difese.

Un giorno tutto questo ti sarà chiaro,

il male ti squarcerà il petto per la prima volta,

piangerai da sola,

seduta in un angolo,

la pelle diventerà dura,

il sorriso sarà nascosto,

e lo sguardo più duro.

La vita non fa sconti a nessuno, lascia la tua mano intrecciata nella mia,

perché tu non senta mai la solitudine,

insieme ci si può salvare bambina mia, non vivere il dolore da sola.

Per te, per sempre, la tua mamma,

“Attenta che poi si abitua”

Quanti elementi compongono la giornata di una donna? Quante cose da fare, persone da gestire, lavori, incombenze e rotture di palle? Ecco questa piccola introduzione è relativa al fatto che nella mia giornata devo anche preoccuparmi di rendere conto a chi non fa parte della mia famiglia, ma deve darmi consigli.

Ho già trattato diverse volte questo argomento, il problema è che non è mai abbastanza, le persone “nate imparate” che incrocio sulla mia strada sono veramente troppe.

La scrittura è la mia via di fuga da sempre, ecco perché questo blog mi veste a 360°, cioè parla di me, parla di ogni mia personalità (ne ho tante si), di ogni mio aspetto, quello di oggi è la mamma, che credo diventerà un appuntamento fisso, ogni tanto dovrò fare outing lamentandomi, sappiatelo.

Prima di avere figli ho espresso giudizi veramente poco carini nei confronti delle neo mamme soprattutto, giudicandole SENZA SAPERE. Non ero mamma ma dentro di me sentivo di avere il manuale giusto se un giorno lo fossi diventata, composto da tutta una serie di regole da rispettare.

Mia figlia ha poco più di un anno e ho già infranto almeno tre delle regole base che non dovrebbero mai essere infrante, la conseguenza poi qual è? POI SI ABITUA. Assolutamente si, ho scoperto sulla mia pelle che la memoria dei bambini è ottima e ricordano bene le sensazioni di benessere, cercando di riviverle sempre, onestamente mi sembra una cosa più che lecita, anche noi adulti siamo così.

Ho infranto queste regole in nome della sopravvivenza e dell’armonia, ho fatto male? Magari si, ma per favore datemi il vostro parere solo se ve lo chiedo.

Durante la quarantena ci siamo impegnati per cercare di farla dormire nel suo lettino e dopo molti tentativi ce l’abbiamo fatta. Ad agosto riprendo il lavoro e tutti i nostri ritmi cambiano, nel giro di pochissimi giorni ecco che la notte diventa un tormento, pianti continui, bisogno costante di toccarmi e di avermi vicino, dormirmi a fianco.

Analizziamo la situazione: prima di riprendere il lavoro stavamo insieme tutto il giorno, colazione, passeggiate, giochi, riposini, poi un giorno alle sette del mattino la sveglio, nevrotica e di corsa la vesto e come un pacco la consegno a mia mamma, per sei ore non mi vede più, nonostante questo è bravissima, sorride, gioca, mangia e dorme. Lei non parla e non capisce le parole che le dico, quindi come la sta vivendo? Ha passato un anno bellissimo dove ogni volta che apriva gli occhi vedeva la sua mamma, e ad un tratto vive una mezz’ora frenetica tutte le mattine dove viene sparata dalla nonna e non vive più la quotidianità di prima, può esserci un legame col fatto che la notte piange e vuole stare con me? Mi sono detta di si.

La mia bambina vive di poco: contatto, occhi, sorrisi, odori, carezze, baci, non parla ancora quindi non posso spiegarle che si deve lavorare o che la nonna è felice di coccolarla finché torna la sua mamma, lei semplicemente vive a suo modo un distacco violento. Ecco perché ho opposto resistenza alcune notti poi ho scelto di farla stare nel posto in cui si sentiva bene in quel momento, si abitua? Assolutamente si, anzi si è già abituata. Dorme in stretto contatto con la sua mamma tutta notte, dalle 21.30 alle 7 del mattino, in silenzio, lasciando dormire tutti perché il suo desiderio è stato esaudito.

Io sono la più grande di tre fratelli e ricordo bene le mie notti da piccola, ho pianto nella mia cameretta da sola tantissime volte, mia mamma cercava di farmi addormentare, appena se ne andava mi svegliavo, avevo paura, mi sentivo sola e piangevo. Non posso dare colpe a nessuno anzi, mia mamma ha rispettato quello che è il protocollo standard del genitore, aveva altri due figli. Mio papà stremato veniva a dirmi di smetterla perché il giorno dopo lavorava, chiudeva la porta e spegneva la luce, comportamento normale che il 95% dei genitori sceglie, “vedrai che prima o poi smette e si abitua”.

Io mi ritrovavo da sola al buio, in preda ai mostri sotto il letto e alle paure di qualsiasi bambino, piangevo sotto voce per non farmi sentire. La notte per me è sempre stato un momento buio e di solitudine, che aggrappandosi ad altri disturbi ha dato vita ai miei attacchi di panico e all’ angoscia. I pianti notturni e la paura di morire mi hanno accompagnato per diversi anni.

Carissimi esperti che incrocio spesso per strada, secondo il vostro protocollo, dopo un tot il bambino si dovrebbe abituare (nel bene o nel male), quindi mi spiegate perché io ho 37 anni e la notte resta per me un momento buio in cui ho paura e non riesco a fermare la mente? Sono un caso disperato ed isolato forse?

Arriverà il giorno in cui mia figlia vorrà dormire da sola, arriverà anche il giorno in cui non avrà più bisogno del mio contatto stretto. Ha senso chiudere la porta e spegnere la luce adesso? Veramente dovrei lasciare la mia bambina piangere da sola al buio? Forse mi viene difficile proprio in nome di quelle notti non troppo lontane in cui la bambina ero io? E perché dovrei correre il rischio di farle conoscere la paura del buio e della solitudine? E non chiamiamola paura infantile, ripeto: io ho 37 anni e ancora dormo con una luce accesa.

Credo che ogni forma di opinione o consiglio verso una mamma debba essere prima di tutto espressamente richiesto da quest’ultima, in tutti gli altri casi, prima di parlare, contate fino a 100 almeno.

Ogni bambino è diverso, trovo difficile pensare che se un comportamento funzioni bene con uno, allora sia efficacie anche per un altro; concentriamoci sul sorriso di questi bambini, sulla loro serenità, sulla loro leggerezza, usiamo la nostra sensibilità quando guardiamo i loro occhi ancori puliti e innamorati della vita.

Ho lasciato che le mie linee si incastrassero con le tue mentre la notte buia ci avvolge, perché tu hai bisogno di un abbraccio e io della tua luce, Fiamma.

Non perdere mai l’abitudine bambina mia.

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Molestie – il processo alle intenzioni, ma di chi?

In perfetta connessione con il mio articolo precedente (https://wordpress.com/post/fedyontheblog.com/781), approdiamo in questo nuovo tema, ancora troppo poco conosciuto e poco RICONOSCIUTO.

Ho talmente tante cose da dire in merito alle molestie che, per non creare confusione al lettore, ho dovuto farmi schemi, ordinare le “sotto tematiche” e cercare di incastrare tutto.

Partiamo dalle basi, la definizione secondo la Treccani: (https://www.treccani.it/vocabolario/molestia): sensazione incresciosa di pena, di tormento, di incomodo, di disagio, di irritazione, provocata da persone o cose e in genere da tutto ciò che produce un turbamento del benessere fisico o della tranquillità spirituale, nel link annesso potete leggerla al completo.

Qualcosa che provoca turbamento, disagio nel benessere altrui, in effetti detta così credo di essere stata anch’io una molestatrice nella mia vita, ed infatti è così. La molestia generalizzata viene vissuta da tantissime persone in tantissimi ambiti, quello che interessa a noi però si chiama MOLESTIA DI GENERE, inflitta da un uomo su una donna.

La teoria che voglio spiegare non è semplice nella mia testa, figuriamo scriverla in modo comprensibile, cercate di seguirmi ok? Iniziamo dicendo che in situazioni di molestie ci sarà sempre un agente (chi compie la molestia) cioè il molestatore, è un soggetto subente (chi la subisce) la vittima, ma l’ago della bilancia è l’intenzione. Essendoci due soggetti ci saranno due punti di vista e due emozioni differenti. Il molestatore può agire intenzionalmente (ed ecco l’aggravante del gesto), oppure può discolparsi dicendo che non era intenzionato a farlo e scusarsi risolvendo la situazione, (ovviamente deve trattarsi di un fatto increscioso che sia dato dalla casualità). La vittima in quanto tale ha subito molestie, intenzionali o meno, quindi ha tutto il diritto di sentirsi a disagio, ma se l’atto è stato intenzionale qui si va nel penale, sempre che come tale venga riconosciuto (…)

Quanti uomini incriminati di molestie non sono stati neanche minimamente processati perché “no ma non era sua intenzione dai”, e quante donne invece sono state accusate perché “si ma tu onestamente ricordi di averlo provocato in qualche modo?”, diciamo che sperare nella coscienza pulita del molestatore è come dichiararsi delle donne bugiarde che hanno esagerato nella reazione.

Ora però vi propongo due esempi di molestie, il primo non intenzionale, il secondo si, poi trarremo insieme le conclusioni dovute:

  1. Sto camminando da sola, passa un uomo in macchina che, abbassando il finestrino emette una specie di fischio, immediatamente mi sento a disagio e gli faccio il dito medio, lui risponde: “maleducata, volevo solo farti un complimento”. Io ho sentito un disagio, quindi siamo entrati nella fase molestia (che ci piaccia o no è così). Lui voleva molestarmi? Immagino di no, ha solo lasciato che i suoi ormoni goliardici prendessero il sopravvento come fanno i babbuini su National Geographic; chi fa il verso più acuto riuscirà ad accoppiarsi per primo (e mi scuso coi babbuini per questo paragone). Cosa intendeva fare quindi? Il suo fischio voleva SOLO farmi capire che mi trova sessualmente attraente.
    1. PRIMA DOMANDA: dovrei sentirmi lusingata? Forse perché viviamo in una società che ci insegna giorno dopo giorno come le donne debbano essere belle e sensuali per valere qualcosa? Come se fosse uno dei requisiti basic per essere notate dal mondo?
    2. SECONDA DOMANDA: alla luce di quanto sopra, posso sentirmi autorizzata ad alzare il dito medio? Sono infastidita dal suo atteggiamento animale e rispondo a tono, perché divento maleducata ai suoi occhi?

Ecco forse come prima cosa fondamentale dovremmo spiegare alla comunità dei babbuini che i loro richiami non hanno l’effetto che speravano su di noi, anzi. Io ho parlato con uno di questi “babbuini” uno dei più intelligenti però, il quale mi ha risposto: “Fede, guarda che a noi non frega molto di che reazione potete avere, tanto vi lamentereste comunque”. SIPARIO.

2. Caso del molestatore che lo fa intenzionalmente intenzionalmente, in questo caso racconterò la storia di questa ragazza che si è rivolta ad un centro antiviolenza, in anonimo perché ogni info raccolta in questi luoghi è assolutamente confidenziale e purtroppo anche perché attualmente la ragazza lavora ancora nel posto incriminato. Ecco si ho già spoilerato che si tratta di molestie su luogo di lavoro, ma che strano vero? Non succede mai! La vittima: lavora in ufficio, è separata, ha una figlia piccola, l’ex marito disoccupato che non partecipa al mantenimento della bimba (anzi era arrivato a chiedere aiuti economici a lei perché lui non lavora, ma questa è un’altra storia), aggiungo anche che è straniera (n.d.a. il classico maschio medio italiano direbbe: beh allora considerando che è separata, ha figli ed è straniera dovrebbe già essere contenta di lavorare). Il molestatore: è uno dei dirigenti, ha circa 20 anni in più di lei, è un lurido maiale (scusa maiale per il paragone) e ha un debole per le donne, tutte, è sposato ma, ha detta sua, ha all’attivo diverse relazioni extra coniugali di cui ne fa continuamente vanto. Cosa fa il nostro caro dirigente molestatore? Semplice, le invia messaggi e foto che fanno veramente vomitare, foto di lui non molto vestito (tra l’altro un uomo poco gradevole alla vista), messaggi in orari notturni con tutta una serie di espressioni colorite su cosa vorrebbe fare alla nostra vittima. Lei inizialmente ne ha parlato con il suo responsabile (dirigente al pari del porco maniaco), il quale ridendo ha risposto: “si sai che lui è un po’ così”, ma si è comunque preoccupato di ammonire il colpevole che indovinate come si è giustificato? Dicendo che la vittima gli avrebbe lasciato intendere altro, cioè che gradiva, per fortuna però i suoi messaggi si sono fermati. In azienda sono tutti sereni perché la situazione si è risolta giusto? Lei non riceve più messaggi, gli è stato chiesto di non far denuncia dato che ha bisogno di lavorare, lei ha accettato in nome dello stipendio che riceve per mantenere la figlia. Il molestatore per paura di venir additato come il maniaco dell’azienda si è preoccupato di dare a tutti una versione che lo tutelasse, quindi nonostante lei fosse stata in rispettoso silenzio, ha scoperto dopo qualche settimana che i colleghi non le parlavano più perché lei aveva infangato il buon nome del dirigente X, si anche le colleghe donne.

Conclusioni da trarre?

  • la prima lampante è che in entrambi i casi ci sono due vittime che si sono sentite molestate, che si sono sentite a disagio e che nonostante abbiano alzato la mano per farlo notare non hanno risolto molto, questo è molto sconfortante,
  • nel primo caso la vittima sa per certo che nella vita incontrerà ancora uno dei tanti babbuini che urlano per strada,
  • nel secondo caso la vittima sa che il dirigente non ha imparato nulla da questa situazione anzi, la sua richiesta di aiuto l’ha portata a venir emarginata e a sentirsi a disagio ogni giorno sul lavoro, perché gli occhi di quell’uomo sono ancora sempre puntati su di lei,
  • entrambi i molestatori esercitano un potere sulle vittime, questa è una caratteristica comune in ogni situazione di violenza infatti; il molestatore ha una posizione dominante, detiene il potere e riesce ad aver in pugno sempre la vittima (in senso figurato e non). Chi subisce invece si ritrova sempre con una grande delusione, un senso di impotenza e la sensazione di non poter mai aver giustizia.

Onestamente vi dico che nella vita ho subito anch’io molestie, non importa molto se fossero o meno intenzionali, io mi sono sentita a DISAGIO, mi sono sentita SPORCA, ho avuto paura. Il mondo in cui viviamo non ci fa stare serene, alzar la mano e dire “mi sono sentita molestata” corrisponde quasi sempre ad una domanda: “Si ma tu cos’hai fatto? Hai un atteggiamento che spesso può essere frainteso”. Si perché il processo alle intenzioni non viene fatto ai molestatori, ma delle vittime, siamo noi che veniamo messe sotto accusa per capire cos’abbiamo fatto, che atteggiamenti avevamo, come eravamo vestite per meritarci un comportamento così.

Il processo è sempre verso la vittima, fintanto che sarà questa la risposta della nostra società, come possiamo dire di ROMPERE IL SILENZIO? Come possiamo far passare il messaggio che LE MOLESTIE VANNO DENUNCIATE?

Vi dico una cosa, i centri anti violenza a supporto delle donne vi possono aiutare, lavorano con specialisti in grado di rompere questi meccanismi patriarcali e malati, psicologi, avvocati, assistenti sociali, anche responsabili della sicurezza per il lavoro, e credetemi questo è il pane per i loro denti, non lasciate che tutto vada sotto l’uscio entrando a far parte della quotidianità, rivolgetevi al centro anti violenza della vostra città e raccontate sempre tutto.

Non siamo sole in queste situazioni, tantissime donne vivono quotidianamente molestie soprattutto al lavoro, non lasciatevi convincere quando vi dicono “per così poco non avresti potuto fare molto, se avessi denunciato non avresti concluso nulla”, FALSO. Capisco sia difficile rivolgersi alle forze dell’ordine (spesso sono loro i primi a cercare di “mediare”), ecco perché insisto con i centri anti violenza, i loro specialisti sono estremamente preparati e possono aiutarvi in modo silenzioso ed efficace.

A noi tutte dico di ascoltare sempre col cuore la donna che abbiamo di fronte che ci sta chiedendo aiuto, con le parole, con lo sguardo, con le mani, con il corpo.

FERMIAMO IL SILENZIO, fermiamo la sicurezza di questi uomini che pensano di avere in pugno il nostro mondo, sono loro gli unici a doversi sentire a disagio e sporchi.

Fedy_On_The_Blog

Attente al LUPO.

La buttiamo in ridere? No, sono solo provocatoria come sempre, perché credo ancora sia una lontana utopia poter uscire serene, camminare a testa alta, guardare tutti negli occhi, sorridere senza doverci coprire, essere schive, ed evitare sguardi troppo pesanti per non sentirci prede indifese come cappuccetto rosso.

Ho pensato spesso a come mi sarei sentita uscendo di casa LIBERA, io amo camminare, passeggiare, assaporare le giornate all’aperto, la dinamica è sempre quella, quando dalla parte opposta arriva una persona (specialmente di sesso maschile), mi rendo conto che mi viene AUTOMATICO abbassare lo sguardo e non riuscire a guardarlo a mia volta, (si perché un uomo ci guarda sempre, non é detto sia per secondi fini, semplicemente lui può guardare tutti negli occhi senza difficoltà). Non sto facendo di tutta l’erba un fascio, sto solo scrivendo come la maggior parte di noi ancora si sente quando si trova da sola per strada a camminare: IN PERICOLO.

Ho approfondito l’argomento con svariate donne con cui ho contatti legati alla mia attività di volontariato volta al supporto e sostegno femminile; la maggior parte ammette di abbassare lo sguardo ogni volta che incontra un uomo, tende a chiudersi nelle spalle, coprirsi, guardare altrove, mettere gli auricolari, guardare il cellulare ecc, un’ infinità di cose per proteggersi. Alla mia domanda: “come mai abbassi lo sguardo?” le risposte sono state a dir poco esaustive e perfette rappresentanti della nostra società. Le ho potute raggruppare in macro gruppi:

  • “non sta bene guardare gli uomini negli occhi”,
  • “mi sento in imbarazzo se un uomo per strada mi guarda, mi sento come se mi stesse studiando, poi con quello che si sente in giro..”
  • “non guardo negli occhi un uomo perché poi ti fischia per strada, gridando apprezzamenti che FANNO SCHIFO, come se fossimo allo zoo”
  • la percentuale di chi mi ha risposto: “si mi sembra di tenere la testa alta”, è troppo bassa ancora, inoltre le risposte erano al condizionale, quindi non sono riuscita a capire quanto potessero essere certe.

NON STA BENE GUARDARE GLI UOMINI NEGLI OCCHI. Risposta a cui mi associo anche io, non perché sia d’accordo, ma perché avverto dentro una sensazione pudica e di vergogna. Ognuno di noi ha un carattere e una morale dettata dalla famiglia in cui è cresciuto, dal carattere che si è costruito e dalla società in cui vive. Prendendo in esame il nostro piccolo paese ed è normale che una donna su due mi risponda così, la mia cara nonna mi diceva: “Non sta bene che una ragazza guardi negli occhi un uomo quando parla, non è rispettoso”. Pur non essendo d’accordo io l’ho sempre fatto, testa bassa, schiva, timida, silenziosa, piccola, indifesa, nuda, fragile, come mi sono sempre sentita. Non ho mai avuto il coraggio di tenere la testa alta, perché “chi mi credo di essere?” Sono la prima a mettermi in posizione subordinata.

MI SENTO IN IMBARAZZO SE UN UOMO PER STRADA MI GUARDA, MI SENTO COME SE MI STESSE STUDIANDO, POI CON QUELLO CHE SI SENTE IN GIRO. Questa è forse la risposta più triste, la frase “con quello che si sente in giro” é da brividi, ma di un reale pazzesco. Cos’è che si sente in giro? LO STUPRO. E non datemi dell’esagerata, frequentando i centri anti violenza mi sono fatta una bella full immersion in questo campo, e tutti coloro che mi danno della visionaria farebbero bene a venire con me un giorno a parlare con queste donne. Lo stupro fa parte della normalità, la nostra società accetta questo comportamento, UNA DONNA SU TRE E’ VITTIMA DI STUPRO, quindi significa che la nostra società non è abbastanza punitiva verso chi si comporta così. Pensate che in Italia fino al 1996 lo stupro era considerando un REATO CONTRO LA MORALE, non contro la persona vittima, assolutamente no, solo contro la morale, perché non sta bene violentare un essere umano contro la sua volontà violandolo nel suo intimo e costringendolo ad avere rapporti, NON STA BENE. Ecco, la risposta ricevuta è legata a questo, molte donne non si sentono sicure a ricambiare uno sguardo direttamente, per paura di venire poi scambiate per disponibili, fraintese e poi incantonate fino alla violenza.

NON GUARDO NEGLI OCCHI UN UOMO PERCHE’ POI TI FISCHIA PER STRADA, GRIDANDO APPREZZAMENTI CHE FANNO SCHIFO, COME SE FOSSIMO ALLO ZOO. Risposta “meno grave” della precedente certo, ma anche questa ha il suo background molto impegnativo. Notate anche voi l’ossimoro? APPREZZAMENTI CHE FANNO SCHIFO, questa vicinanza di parole in netto contrasto fra loro? La Treccani mi dice che apprezzare significa: valutare positivamente, quindi come mai farebbero schifo?! Ragazze mie, quello di cui stiamo parlando non sono lusinghe o complimenti, SONO VERE E PROPRIE MOLESTIE VERBALI che ledono la nostra libertà di girare serene, anche in solitudine. Quante di voi indossano gli auricolari anche per evitare di sentire queste parole? Come se il problema fosse nostro, siamo noi che dobbiamo difenderci tappandoci le orecchie e facendo finta di non sentire?! Quando diventerà reato anche per noi in Italia questo atteggiamento?! Se ve lo state chiedendo la risposta é si, ci sono stati in cui questo comportamento è REATO.

Vorrei aggiungere alcune riflessioni extra, molto donne e mi inserisco anch’io, mentre si parla dell’argomento, esordiscono dicendo: “so che vi sembra strano detto da me perché sono brutta, quindi é ovvio che se un uomo mi guarda non é perché ha secondi fini, ecc..”, oppure “non so perché abbia fatto questi apprezzamenti osceni, le belle donne sono altre, non di certo io”. Allora, partiamo con ordine, non andrò ad analizzare il fatto che la maggior parte delle donne si valuta brutta e inadatta perché lo abbiamo già fatto ampiamente, quello che vorrei sottolineare è che il sentirci brutte non è una protezione verso questi uomini, o meglio, la violenza verbale o lo stupro, non sono dettate dall’esigenza di poter godere della nostra bellezza. Un ESSERE MALATO che agisce in questo modo vuole prima di tutto imporre la sua presenza e dominare su di noi, vuole possederci come il soprammobile che ha in casa e decidere di romperci quando e come vuole, non ha alcun rispetto di noi e della nostra vita, non ci riconosce come persone al suo stesso livello. Una società di persone civilizzate dovrebbe punire che si comporta così. Ho preso coscienza solo da qualche anno che la maggior parte degli stupri avviene tra le mura domestiche e quindi non vengono denunciati, violenze fatte da chi ci ha promesso amore eterno e incondizionato, la cosa peggiore è che molte donne trovano “normale” che succeda in un rapporto di coppia. Termino qui l’argomento lievemente “fuori tema” rispetto a dove sono partita, è mia intenzione dedicare molto tempo alla questione “violenza domestica”, pane per i miei denti.

Non scrivo o parlo di queste cose per diventare la paladina di nessuno, solo per mettere al corrente che ci sentiamo tutte nello stesso fango, insieme dovremmo cercare di rialzarci e riprenderci la nostra posizione di lupi tra i lupi. Per vincere battaglie così difficili bisognerebbe essere tutti femministi, anche i nostri colleghi uomini dovrebbero capire che lo schierarci tutti dalla stessa parte può sconfiggere il nemico della disuguaglianza di genere. Ricordo sempre che nel nostro cuore c’è o c’è stata una donna importante: la mamma, la figlia, la sorella, la moglie, la nonna, la zia, rendiamo migliore questo mondo, guardando oltre il nostro naso.

Testa alta e camminare, speriamo presto.

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“Facciamolo per il nostro bene”, marketing e insicurezza femminili.

E’ incredibile come un argomento tira l’altro, una settimana fa parlavamo di #bodyshaming e di come il mondo del consumismo cerchi di tenerci in pugno, promuovendo, da un lato, la bellezza naturale e, dall’altro, mostrandoci immagini di quelli che sono gli standard canonici di bellezza (a cui chiaramente non apparteniamo), mortificandoci di continuo.

Ci eravamo lasciati cercando di capire quanto eravamo disposte a stressare il nostro corpo e mente per sentirci meno sbagliate, ed eccomi qui che torno a “battere il ferro finché è caldo”.

Oggi prenderò in esame l’industria estetica, non tutta chiaramente, mi vorrei concentrare su tutte quelle aziende che, facendo leva sulle nostre insicurezze, paure, e la totale mancanza di autostima, cercando di vendere scorciatoie per la bellezza e la felicità.

Faccio subito outing in merito, non voglio fare l’ipocrita, sono una delle clienti migliori per quanto riguarda parrucchieri, estetisti, negozi di vestiti, creme, trucchi, una donna completa e piena di insicurezze che cerca di colmare con l’acquisto compulsivo di quanto detto sopra, ma non è qui voglio focalizzarmi.

Iniziamo dicendo che tutti gli agi legati al mercato dell’estetica un secolo fa ovviamente non erano disponibili, il progresso, il benessere ci ha aiutati ad esser più curati e in ordine (chi più chi meno), in funzione della richiesta del mercato, perché di questo si tratta. Come dicevo nell’articolo precedente, farci sentire brutte e il modo migliore per quest’industria di trionfare e farci diventare i clienti perfetti. Qualcosa però sta cambiando, o meglio ci sta sfuggendo di mano, secondo il mio modestissimo parere, parliamone insieme.

Sono sicura che tutte abbiamo avvertito questo “cambiamento positivo” (lo virgoletto perché credo sia solo travestito da positivo), legato a una nuova visione del corpo al richiamo del #bodypositive, avete provato a cercare questo hashtag su instagram ad esempio? Qualcuno la fuori ci sta dicendo che è tempo di smetterla di cercare la perfezione nei canoni dei social, qualcuno ci sta dicendo che è ora di far trionfare il corpo in quanto tale, che la bellezza vera è quella del nostro benessere mentale, è ora di smettere di distruggere il nostro corpo in nome di qualche regola stabilita dai mass media. La bellezza naturale deve trionfare, visi senza troppo trucco, leggeri e freschi, una bellissima utopia.

Qualcosa non mi torna e vi spiego perché. Sono molto attiva sui social sia per la mia attività di scrittrice che per quella legata al mio lavoro di marketing, e mi è impossibile non notare come vengano inviati messaggi contrastanti relativamente a noi donne specialmente:

  • vogliamo parlare di corpi naturali? bene, quante di voi tutti i giorni vengono bombardate da immagini di integratori miracolosi? Prodotti da bere e ingurgitare prima o dopo i pasti?
  • quante creme snellenti avete visto negli ultimi mesi?
  • e la dieta liquida?
  • quella del digiuno intermittente?
  • quella delle carote? o delle mele?

Il loro slogan però è molto cambiato, perché le nostre care industrie di prodotti miracolosi hanno dovuto evolversi per seguire il nuovo mood della positività. Se negli anni passati lo slogan era legato al calo rapido di peso, oggi si vende tutto usando le parole: BENESSERE, NATURALE, BIO, SALUTE MENTALE E CORPOREA, TORNARE IN FORMA FISICA E PSICHICA ecc.. Il dimagrimento non vende più come una volta, quindi cosa mi sfoderano i geni del male? Si sono spostati verso questa nuova dimensione di fiocchi ed unicorni dove i loro prodotti super naturali ci permettono di arrivare alla felicità.

Mi basta aprire Instagram per vedere come un’infinità di ragazze impegnate in questo settore, il gioco è solitamente questo, integratori, uniti a due litri d’acqua al giorno, dieta salutare e attività fisica. Voglio svelarvi un segreto: tutti i fattori sopra (tolti gli integratori) porterebbero comunque ad un calo fisico, senza bisogno di pillole.

Capiamoci, so che il lavoro è lavoro e quindi se questa nuova attività porta buoni guadagni è ovvio che la si faccia, inoltre non voglio attaccare personalmente chi svolge queste funzioni, anzi io stessa mi trovo spesso dentro al vortice di necessità all’acquisto. Le networkers sono molto brave e preparate portandoci subito ad avere la necessità di acquistare per farci sentire meglio, sia in termini di benessere che in termini di autostima perché siamo certe delle parole che dicono nonostante non le conosciamo nemmeno, e quel prodotto potrebbe essere la soluzione giusta per farci alzare col sorriso domani.

E la bellezza naturale? Non mi sono dimenticata di questo argomento! Quante volte vediamo foto con hashtag come #nofilter, #nomakeupon, #naturalbeauty quando la foto ritrae un bellissimo viso femminile con labbra carnose e fillerate, sopracciglie con trucco semipermanente, capelli raccolti in un messy bun (la classica cipolla) che richiede almeno due ore di preparazione, pelle luminosa e ciglia con extension, cosa ci sarebbe di naturale in tutto questo? Se guardo il mio viso ora è di una donna di 37 anni, con rughe di espressione marcate, molte lentiggini, macchie scure post gravidanza e occhi stanchi, mi sento legittimamente brutta perché quello che vedo allo specchio, il “mio naturale” differisce ampiamente da quello che i social vogliono inculcarmi come naturale, ecco che sento il bisogno di acquistare delle soluzioni per apparire “più sana”.

Quindi, questo “cambiamento positivo” merita di restare virgolettato, perché onestamente non ci vedo niente di buono, anni fa ci dicevano di dimagrire per essere più belle per il nostro uomo, di truccarci ed essere più femminili; oggi invece con questa nuova immagine della donna emancipata, non si può più parlare di grasso o magro, sarebbe un giudizio e la nuova donna non accetta giudizi, meglio fare appello al senso del “sano”, del “benessere”, del “naturale”, per invogliarci ad “entrare nella loro rete”.

Volete sapere cos’è che funziona veramente bene? IL MARKETING. Utilizzare la ragazza della porta accanto che SEMBRA come noi e ci dice con occhioni dolcissimi ” FACCIAMOLO PER NOI STESSE, PER IL NOSTRO BENE”, non le creme, non le spremute drenanti, non gli 80 integratori al giorno che si beve, no, niente di questo, è solo MARKETING.

Sono stronza a smantellare la rete di vendita di queste ragazze capitanate da un’azienda leader alle spalle? Aziende che promuovono la capo aerea, la capo gruppo, la team leader e sviliscono chi vende poco? Francamente me ne infischio (come diceva Clark Gable in Via col Vento), poi diciamocelo, non stanno di certo a leggere quello che scrivo io. So per certo che nella mia attività di sostegno alle donne in difficoltà sono incappata molto spesso in ragazze disperate che per “diventare più belle” si sono trovate schiave di più prodotti insieme, compromettendo la loro salute. Sicuramente questi prodotti, per essere in vendita sul mercato, non sono pericolosi, ci mancherebbe anche, il più delle volte sono totalmente inutili. Onestamente però, credo nella medicina e nella scienza, quindi affidatevi a professionisti per questi programmi e ricordatevi che, eventualmente, in farmacia potete trovare molti integratori VERAMENTE CERTIFICATI.

Nella moltitudine del mercato di queste industrie ci sono chiaramente aziende oneste, serie, che promuovo la salute, quindi non voglio puntare il dito verso nessun brand anzi, spero che chiunque mi legga del settore possa dirsi orgoglioso e soddisfatto perché l’azienda per cui lavora non è così. Il mio scopo è come sempre la denuncia di situazioni scomode, è un mezzo per raggiungere chi si sente “sbagliato” e fargli capire che non esistono pillole della felicità che con un po’ di acqua possono portarci a risultati facili, è un modo per ragionare insieme sui meccanismi spietati del consumismo e del guadagno, che certamente non hanno a cuore il nostro benessere.

Oggi voglio dirmi che: SONO CONSAPEVOLE DI ESSERE INVECCHIATA, DI AVERE UNA TAGLIA 46, DI AVER UN CORPO CHE PORTA I SEGNI DI UNA GRAVIDANZA, DELLE MIE SMAGLIATURE, DELLA MIA CELLULITE, DEI MIEI CHILI E DELLE MIE FORME. SONO CONSAPEVOLE DI POTER CAMBIARE IN MODO SALUTARE QUANDO E SE IL MIO CORPO E LA MIA MENTE LO VORRANNO, NON PERCHE’ IL MONDO ESTERNO ME LO IMPONE. SONO UNA DONNA CHE VIVE BENE NEL SUO CORPO E SI VUOLE BENE, IL MIO CORPO E’ NATURA.

Facciamolo davvero per noi stesse.

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Mi rifiuto di sacrificare la mia salute mentale per avere un corpo perfetto.

Quante volte ho già parlato di bodyshaming e quante volte lo farò ancora, sono troppe le cose da dire e ogni stimolo esterno mi provoca nuove considerazioni. Quello che andrò a scrivere oggi è il prodotto dell’articolo di Vanity Fair su Vanessa Incontrada, che mi è piaciuto moltissimo, è stato come leggere tra le righe la sua rinascita, come è riuscita ad accettarsi; sono convinta che questo abbia fatto bene a tutte noi, ma soprattutto a lei.

Lasciatemi dire però che Vanessa Incontrada è una figa pazzesca, il fatto che sia stata giudicata per il suo corpo “rotondo” la dice lunga su come va il mondo. Ogni singola donna che ha letto l’articolo ha sicuramente pensato: “Lei? e io allora?”, si perché io rispetto a lei sono un cesso a pedali, ecco. “Lei è la porta voce di una battaglia contro il bodyshaming”, ripeto: “Lei? e io allora?”. Vanity Fair ti piace vincere facile giusto? Per promuovere un messaggio importante come il #bodypositive e l’accettazione di noi stesse hai messo in copertina una donna bellissima, come mai non hai chiamato me? Forse perché ho almeno 15 kg extra rispetto a lei, capelli arruffati, occhiaie da non sonno, ceretta fatta a pezzi quando mia figlia dorme e attualmente un herpes sul labbro superiore?

Ok, dopo la mia mini polemica vorrei anche dire che comunque un passo avanti lo abbiamo fatto, anni fa un corpo bello come il suo non sarebbe mai stato messo in copertina perché non rispettoso dei canoni inflitti dallo showbiz.

Vanity Fair come tanti altri giornali sta promuovendo finalmente questa piccola rivoluzione di “nuova bellezza”, e li ringrazio, ma non mi sento meno brutta, anzi. Infatti girando pagina mi trovo poi al cospetto con la solita crema anti cellulite, quella antirughe per le neo quarantenni, la dieta liquida per perdere 5 kg in tre ore, il digiuno intermittente delle dive, il laser per eliminare i peli, vado avanti? Cioè bodypositive dove? Diciamo che l’articolo serviva per vendere giusto qualche copia a persone “rotonde” come me e farsi condividere su facebook.

Qual è il punto? Beh, il mercato dell’immagine lavora sul nostro senso dell’inadeguatezza facendo leva sul farci sentire sbagliate perché non abbiamo ancora acquistato un determinato prodotto miracoloso, deve farci sentire brutte sempre per renderci le clienti perfette, disposte a spendere qualsiasi cifra pur di aumentare la nostra autostima.

Prendiamo un qualsiasi giornale femminile e iniziamo a sfogliarlo; per essere al passo coi tempi è necessario che pubblichi e sostenga questi nuovi corpi che stanno facendo sentire la loro voce, la bellezza naturale, la ruga che ci rende diverse, ma allo stesso tempo, troveremo un’infinità di pubblicità di integratori, prodotti snellenti, modelle in taglia 38 ecc, concludendo poi con il test dello psicologo “scopri perché non ti piaci abbastanza”.

Parliamoci chiaro, al mondo non conviene liberarci dalle catene dei canoni di bellezza, il consumismo non può smettere di farci sentire brutte, ma continuare a schiavizzarci con messaggi e tenerci in pugno sgretolando la nostra autostima, così saremo impegnate a fare altro mentre gli uomini continueranno a comandare e manovrarci.

Rendere le donne indipendenti dalla loro immagine potrebbe mettere in ginocchio delle intere economie, quante siamo ad essere schiave di questo mondo? Io per prima ancora mi trovo ferma ad ascoltare networker che promuovono l’integratore di ultima generazione e sento il bisogno di comprarlo per essere “a posto con la mia coscienza”.

E’ l’insicurezza la carta vincente su cui tutto il mercato lavora, vendere la bellezza travestendola da “benessere fisico e mentale”. Non so voi ma nonostante mi sforzi di non ascoltare questi messaggi, me li sento dentro come un martello. Ho passato anni interi ad odiare il mio corpo o parti di esso, cercando di modificarmi con diete, facendo sport contro voglia e facendomi le extension ai capelli, ma quanto sono tossici questi comportamenti?

Sono TOSSICI perché ci sembra di poter essere felici solo quando saremo entrate nella taglia 42, quando i capelli saranno lunghi, quando la pancia sarà calata o le braccia toniche, senza renderci conto che la rincorsa alla felicità non avrà mai fine. Ogni qualvolta un obiettivo sarà raggiunto ecco che una nuova immagine o messaggio ci farà odiare un’altra parte ancora del nostro corpo e il circolo vizioso riprende, questa lotta non avrà mai fine.

Mettiamo di vivere in una città che non ci piace, possiamo cambiarla, ma a lungo andare non ci piacerà più neanche quella nuova, quindi vorremo cambiarla ancora e ancora. Odiare il nostro corpo può solo portarci ad essere insoddisfatti, infelici, perennemente stressati per la ricerca della tanta agognata perfezione che, immancabilmente, il mercato dell’immagine ci sposterà sempre più lontano per tenerci imbrigliati al guinzaglio dello spendere soldi.

“Mi rifiuto di sacrificare la mia salute mentale per avere il corpo perfetto”

IO SONO COME SONO.

Nel prossimo articolo vorrei parlare di quanto spendiamo per la ricerca della felicità (diete, integratori “naturali”, elisir di bellezza) e quanto siamo disposte a stressarci per arrivare a quella che sembra essere la felicità. Se avete idee o suggerimenti scrivetemi!