L’imperfezione di un manoscritto.

La parte più difficile dello scrivere un libro? Indubbiamente la fase di editing, di modifica, correzione, rilettura.

love is in the air

Ho passato quasi sei mesi a rileggere costantemente ogni pagina in cerca di quella svista che ero certa mi sarebbe sfuggita. L’editore a sua volta, occhi umani che continuano a passare sulle stesse parole, virgole, punti, sperando di non aver perso nulla.

Poi un pomeriggio, appena prima di lanciare il fatidico “ok si stampi”, mi ricordo di uno dei miei autori preferiti: Hemingway e la sua interessante teoria sui dieci refusi circa da lasciare all’interno di un manoscritto.

Oggi, la maggior parte delle sue opere in commercio, è stata più volte ristampata e corretta, ma le sue partenze erano colme di piccoli errori dimenticati qua e la.

Dimenticati, o meglio dire concessi? Si perché fino a che punto l’occhio umano può verificare?

Senza sosta, possiamo fare tutto certo, ma è possibile veramente raggiungere la perfezione?

Ecco mi sono fermata e ho pensato: posso controllare tutto? posso avere sotto controllo ogni lettera, parola, punteggiatura di questo manoscritto? No, la risposta è no.

Ho passato così tanto tempo a disquisire sull’imperfezione umana, su come sia proprio la nostra debolezza ad aiutarci a sbocciare, che ho dimenticato di applicare la stessa normativa nei miei confronti.

Voglio metterlo bene in chiaro, nero su bianco, il mio libro in uscita a breve è imperfetto, i personaggi lo sono e anche l’autrice.

Ho quindi scelto di lasciare per ogni capitolo qualche refuso, all’incirca 15 in tutta l’opera, certa di non poter renderla perfetta. Così facendo, a chiunque mi si avvicini sottolineandomi un’imperfezione, posso rispondere che si ce ne sono diverse, è un libro umano, scritto da occhi e mani umane, letto, controllato e riletto da occhi e mani umane. E’ giusto quindi che presenti le imperfezioni dovute, senza perderci il senno.

Manca meno di un mese all’uscita e volevo solo precisare che, soltanto chi si appassionerà in toto alla mia storia ne giungerà al termine, dimenticandosi il punto esatto in cui ha trovato l’imperfezione. Qualora invece al lettore intrighi la ricerca dei miei refusi abbandonati, attendo la lista con localizzazione annessa.

Scrivo e racconto l’imperfezione umana, attraverso l’imperfezione stessa.

A breve il link per l’acquisto di Trafalgar Tales e i suoi piccoli refusi. (giugno 2022)

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Li conoscete i perturbarti?

Il mio libro è alle porte, giugno è vicino, e sono estremamente felice di essere arrivata a questo traguardo.

Come ogni scrittore ho sottoposto il manoscritto a persone a me vicine, di spicco totalmente diverso l’una dall’altra, lo scopo era quello di giungere a valutazioni dalle varie sfaccettature, che nemmeno io avrei potuto notare.

E’ così che uno dei miei primi lettori mi dice: “Hai scelto una protagonista estremamente perturbante”.

Resto in silenzio subito, perché dentro di me ho avuto un attimo di smarrimento. Perturbante? Veramente?

Poi mi sono andata a leggere il vero significato di questa parola, perché evidentemente le avevo attribuito il tono sbagliato. Dalla Treccani: tutto ciò che si presenta come estraneo e non familiare al soggetto, generando in lui angoscia e terrore, e la cui origine si connette, contraddittoriamente, a ciò che gli era già noto da lungo tempo, ma che era diventato oggetto di una rimozione.

Si, lo è, eccome, ecco la sfaccettatura che mi mancava.

Di perturbanti ne ho conosciuti, per fortuna pochi, perché sono i peggiori. Sono quelli che, come dice la Treccani provocano un senso di estraneità, ma legato anche a qualcosa di familiare, generando una forte attrazione mista a repulsione. Nulla di rassicurante o prevedibile insomma, anzi. La lotta interiore che ci consuma ci obbliga all’autenticità, facendo cadere tutte le nostre maschere. Chi ha questa capacità può mandare all’aria tutto ciò che ci siamo gelosamente costruiti, esattamente come lei, la mia protagonista.

Non a caso, tendenzialmente allontaniamo queste persone, spaventati da quello che abbiamo provato non appena le abbiamo avvicinate. L’affanno dettato dalla loro presenza ci obbliga a conoscere noi stessi, guardarci dentro per davvero, lasciando spazio a paure irrazionali scongiurate e nascoste sul fondale.

L’amico lettore ha poi aggiunto: “Ciò che rende speciale i perturbarti è che sembrano sempre entrare in contatto con i loro nemici giurati: gli imperturbabili, gli stabilizzatori, gli equilibrati, coloro che vivono la vita con raziocinio e coscienza sempre attivi.”

“Sono dei poveri illusi chiaramente, perché è quasi sempre l’ignoto a guidarci, bel libro Fede, mi è davvero piaciuto”.

E voi? Li conoscete i perturbanti?

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Al tavolo dei potenti.

Una retorica nauseante quella dell’8 marzo, fatta di mimose social, frasi poetiche sulla meraviglia della donna, mantra di empowerment e incoraggiamento.

Ricordo, appena l’anno scorso, avevo preparato alcuni post per utenti per cui lavoravo, attenendomi alla media dei messaggi che, ad inizio 2021, erano favoriti in ambito “donne”, questo perché, per chi non lo sapesse, ogni post comunicativo inclusivo ha una sua moda del momento. Ebbene, l’anno scorso il focus era proprio atto a confermare alle donne che potevano diventare tutto, essere cioè che volevano, no limits. Per l’occasione ricordo di aver utilizzato infatti una frase di una donna di grande ispirazione per la sottoscritta, Michelle Obama, la quale in varie occasione ama ricordarci che: “There is no limit to what we, as women, can accomplish”.

Ma è davvero così?

Pensavo di si. Oggi, entrando in questo 2022 così violento e crudo, ho capito come messaggi in pompa magna, siano belli e d’effetto, pronunciati da chi non ha la casa distrutta dalle bombe.

Rametti di mimose, regali, offerte nei centri estetici per trattamenti speciali, trucchi in offerta, una piega in omaggio, ma possiamo essere qualcosa in più oltre che belle per forza?

Abbiamo tra le mani una guerra, fatta da uomini. Al tavolo dei potenti, delle trattative, della tanto amata diplomazia, sempre loro, nessuna di noi. Le donne dove sono?

Non di certo dal parrucchiere, sono in campo, operative sul posto, impegnate a rincorrere la salvezza, non i loro sogni, preservare i bambini, le prime vittime di queste guerre; ma soprattutto sono impegnate a combattere, armate con quanto gli stati “alleati” hanno provveduto ad inviare, fucili. Stanno difendendo la loro terra dall’invasore.

Nel 2022 è davvero pensabile che si possa ledere i diritti umani senza intervenire per scongiurare una guerra mondiale? Forse si, basta mettere una bella mimosa in bacheca e mandare un grande abbraccio alle vere eroine di questa guerra, le donne.

Quanti anni ancora serviranno alle donne per capire che questa festa altro non è che un riconoscimento farlocco istituito dalla società patriarcale per renderci mansuete? Esiste una festa dedicata agli uomini? Quindi per quale motivo deve essercene una per noi?

L’8 marzo dedichiamolo alle donne che non possono più essere qui, uccise dal patriarcato, in ogni sua forma; come la guerra in questo caso. Dedichiamolo alla commemorazione, al ricordo rispettoso e silenzioso.

Quello che mi ha trasmesso questa giornata appena passata è che le donne possono armarsi fino ai denti per proteggere la propria indipendenza, oltre ad essere mamme amorevoli che curano i loro figli all’interno di bunker o partoriti nella metropolitana.

Noi, invece, seduti sulle nostre poltrone occidentali, compriamo fiori, pubblichiamo stati con frasi accattivanti sulle nostre bacheche, così da sentirci in pace con il modus operandi in voga l’8 marzo.

La Giornata Internazionale della Donna è qui solo per ricordarci che, anche quest’anno, le donne non hanno gli stessi diritti degli uomini. Non bastano post rosa con hashtag correlati, mimose scontornate inoltrate mille volte, fiumi di metafore su come portiamo poesia, amore e senso materno, donne in abiti da supereroine e similari. Non è la festa di nessuno, è un ricordo di dolore che ci portiamo dietro e dentro da quando al comando ci sono loro, gli uomini.

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Pienezza vs Mancanza.

Avete presente il giorno degli innamorati? Credo fosse ieri, quasi sicuramente, non partecipo attivamente a quel gioco. Sono generalmente innamorata della mia famiglia e di quello che ci sta dentro e fuori.

Sono rimasta sorpresa dal numero di persone che ieri “sdrammatizzava” l’assenza dell’amore nella loro vita, specialmente non corrisposto o non vissuto totalmente.

Difficile parlarne, io vivo di concretezze, bollette da pagare, lista della spesa e pannolini di mia figlia, ma ieri sentivo questa mia amica sofferente per un amore non fattibile, non possibile nella realtà.

“Cosa significa non fattibile?” chiedo.

“Non possiamo stare insieme, abbiamo deciso di non viverla”.

L’amore cos’è? Costruire una casa? Mattoni, giardino? Aprire un conto in banca insieme? Fare progetti? Viaggi? Boh io non credo, trovo tutto questo una sorta di controllo, dominio, possesso.

Ci sono tanti modi di vivere un amore, ma noi ne conosciamo solo uno, quello che implica “costruire qualcosa insieme”, ciò per cui la società sembra ci abbia creato, nasci, cresci, riproduciti, lavora e muori.

Cosa c’entrano tutte queste cose con il sentimento dell’amore? Certo si, la famiglia nasce su queste note, ma non solo.

L’amore è intensità, un uragano di movimenti interni al nostro corpo che ci segnalano presenze nuove, un dolore al petto che ti toglie l’aria. E’ autenticità, fuoco vivo, adrenalina, pioggia dopo la siccità. La presenza fisica del “viverci” cosa c’entra in questo?

Non è vero che le persone innamorate DEVONO stare insieme, non è sempre così. Quanti libri avete letto di amori consumati su carta e inchiostro? Lettere piene di un sentimento mai toccato con mano?

L’amore è libertà, non dominio, non possesso, non mattoni.

L’amore è abbondanza, non mancanza, sentire un sentimento nel cuore non può portare sofferenza, amare non significa cercare per forza di essere ricambiati, amare non è possedere.

Amica mia, come puoi decidere di non vivere un amore? Non si sceglie nulla, l’amore c’è tra anime che si ritrovano dopo tempo e si scelgono ancora, malgrado siano distanti o impossibilitate nel vedersi, quindi vivi il tuo amore, esattamente com’è, nella pienezza di un sentimento che non deve essere completato.

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Piuma o mattone?

Ho sta cosa dentro di cui non riesco a venire a capo. Per cercare di farmela amica ho chiuso gli occhi e come se fossi in possesso di una telecamera interna, mi sono immaginata di controllare in quale parte del mio corpo potessi trovare la sua posizione. Tra la gola e l’imboccatura dello stomaco, c’era questo groviglio, come un gomitolo, una matassa di nodi, stretti tra loro, rigidamente, bollenti. Da questo punto ho visto partire il resto del mio corpo, luminoso ma debilitato, accorciato, affaticato da questa confusione di nodi che rallentavano il mio movimento.

Il groviglio nasce di conseguenza prima o dopo una scarica di adrenalina non consumata correttamente, non preventivata e non assestata. Scie sporche contaminate da notti assenti, da un cuore pressante, da denti stretti, e occhi spalancati.

Non ho scoperto l’acqua calda, l’adrenalina è un prodotto delle ghiandole surrenali che induce effetti, quasi sempre fugaci, (a meno che tu non sia un soggetto particolarmente ansioso..), come eccitamento fisiologico, aumentando fortemente la pressione arteriosa.

L’adrenalina viene rilasciata in un momento di stress, dettato da un evento, un pensiero, un qualcosa di futuro che dovrà avere luogo; è un ormone che attiva un campanello di allarme, benevolo o meno, per avvisarci che quella detta situazione potrebbe causarci delle conseguenze.

Scientificamente parlando è tutto ben definito, cosa la scatena, come viene prodotta, come reagisce il corpo, quali sono i sintomi più frequenti, quelli più di nicchia, fino ad arrivare a “come combatterla”, una lista chilometrica di attività zen, respirazioni, meditazioni.

Il mio groviglio è resistente alle meditazioni, alle respirazioni e ad ogni sport io voglia praticare, mi segue, mi accompagna, mi preme sul petto, mi toglie l’aria. Sicuramente non sono “portata” per queste attività introspettive, sono più brava ad aprire una bottiglia di vino e alleggerirmi con il suo profumo, come se la matassa andasse assottigliandosi.

Una scarica di adrenalina è un fiume che va lasciato scorrere senza argini, può sommergere fino alla gola rischiando di soffocarci; talvolta può nutrire terreni aridi da piogge. Cosa può aiutarci a determinare cosa sarà?

Ho iniziato a farmi una domanda ogni volta mi trovo di fronte ad una data situazione che mi tiene sveglia la notte: quello che andrò a fare come mi fa stare? Mi alleggerisce come piuma? Oppure mi appesantisce come un mattone?

L’adrenalina del prima o del dayafter può cambiare totalmente se pensiamo a come ci può curvare la schiena, la pesantezza di una scelta, la leggerezza di una non decisione, e viceversa.

Chi l’ha detto che dobbiamo per forza? Siamo padroni del nostro qui ed ora, e possiamo passare attraverso una scarica di adrenalina tenendo solo quello che ci serve, ascoltando il nostro corpo, che ci segnala, ci avverte, ci sintonizza sempre sulle frequenze giuste, non ignoriamoci, siamo i migliori amici di noi stessi, nessuno può capirci meglio.

“Si vive una volta sola, devi buttarti”, non sono del tutto d’accordo, posso dirlo? Cosa potrebbe succedere ad un mattone pronto a buttarsi nel vuoto? Rompersi in mille pezzi, vivendo una volta sola, ma totalmente ricoperto di crepe. Al contrario una piuma potrebbe tuffarsi ogni qualvolta lo desideri, sapendo che il vento continuerebbe ad adagiarla lenta sul terreno senza procurarle alcun dolore o rottura.

Ecco quello che vorrei far passare è: non sempre l’istinto, l’impulso, possono essere motori pronti a muoverci nel nostro sentire; certo, l’emisfero destro del nostro cervello va ascoltato senza dubbio alcuno, ma ognuno di noi sente dentro di sé quella vocina sottile, provenire da un luogo lontano ma estremamente vicino, come un warning, lei ci sta indicando il poi, il DOPO, lei sa chi si schianterà al suolo in mille pezzi e chi volteggerà nel cielo blu, l’adrenalina facciamocela amica.

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Geometria applicata.

Resto stranita da come le persone estranee alla mia condizione trovino interessante il bipolarismo, come incuriositi, affascinati, da quello che potrebbe essere la scoperta di una persona diversa ogni giorno.

“Chi si è svegliato con te stamattina?”, me lo chiedo ogni giorno. Intimorita le prime volte, oggi meno, le personalità, gli umori, il mood, chiamiamoli come preferite, ad oggi sono sempre quelli, piuttosto ciclici, ho imparato a suddividerli per macro aree, i cinque postulati di Euclide mi hanno aiutato molto, la geometria applicata non mi è mai stata così utile come oggi, sono punti e sono rette, traccia la linea Fede.

Vi svelo alcuni punti fondamentali da tenere a mente per chi si interfaccia con noi.

La vita dei bipolari è fatta di imprevisti, ecco perché è sempre bene ridurre tutto alla geometria, tracciando linee tra i punti, per capire a quando il prossimo incontro con la personalità della distruzione, fondamentale è giocare d’anticipo, dopo un dato periodo tornerà.

Il bipolare dovrebbe cercare di condurre una vita noiosa, statica, quotidianamente boriosa, per ridurre al minimo le incidenze sulla sua sfera mentale, un imprevisto non calcolato potrebbe anticipare la “maggese” e distruggere il raccolto di un interno anno, lasciandolo senza nulla di cui campare.

Il bipolare però ama auto sabotarsi, perchè la vita noiosa lo devasta; nelle giornate in cui l’adrenalina non gli da pace, eccolo addentrarsi in strade e percorsi pericolosi, dove il sentiero si stringe e il burrone è pronto ad inghiottirlo. Il nostro amico bipo, camminando sulla cresta della montagna si troverà a dover prendere una decisione importante, in base a come si sarà svegliato potrebbe fare una clamorosa retromarcia, rischiando più volte di cadere nel baratro, oppure vestire in panni di un highlander, un superuomo che nemmeno Nietzsche&Co potrebbero permettersi di giudicare, correndo senza freni per quella piccola stradina di montagna arrivando alla cima.

Che poi in cima per quale motivo ci sei finito amico mio bipolare? La verità? Non ve la sa dire, credetemi. Voleva spostarsi dalla sua zona comfort per un capriccio dettato dalla personalità in auge in quel momento, mentre percorreva il sentiero però, l’amico bipo ha cambiato circa 10 personalità (numero indicativo), ed ecco che la persona partita non è la stessa che è arrivata.

Trovate davvero così interessante la sfera emotiva di una persona bipolare? Avete mai provato a chiederle, potendo scegliere, quale delle tante personalità vorrebbe mantenere statica nella vita? Posso rispondervi io, l’apatia, la non emozione, la non emotività, la totale mancanza di movimento chimico nei meandri nascosti del proprio cervello.

Morta praticamente? A livello emotivo, si.

Quando si avvicina il dark side, la notte digrigna i denti, le tempie pulsano per giorni interi, divorandolo dentro. Gli occhi catatonici potrebbero trarre in inganno, mostrando una persona spenta e anaffettiva, tutto frutto di una mente che sta elaborando i pensieri più subdoli e traditori. Le unghie sono quasi sempre divorate o ridotte all’osso, la bocca è serrata e inespressiva, stomaco contorto e schiena ricurva. Potrebbe stare ore seduto sulla poltrona fissando una tv spenta che ha dimenticato di accendere, ascoltare in loop una canzone senza sentirne una nota, sentire il dolore squartarsi dentro, mentre fa la spesa al supermercato o canta una ninna nanna. Parla serenamente, vive giornate normali, beve il caffè, saluta il cane, ma solamente nella sua totale solitudine lascerà avvolgersi dal mantello nero. I bipolari sono premi oscar, in grado di recitare per una vita, solo pochi fortunati possono davvero conoscerli nudi dalle vesti che indossano.

Ne conoscete qualcuno? Nel profondo? Che condivide con voi il bianco ed il nero? Se la risposta è si, lasciate che mi complimenti, chi soffre di questo disturbo studia bene le persone che possono avvicinarsi oltre i limiti, privi di ogni protezione potrebbero polverizzarsi di fronte al minimo raggio di sole, siete persone importanti, li fate sentire liberi, dallo status sociale che si sono cuciti addosso, grazie.

Back in Black

Potrebbe esserci il sole con la pioggia e viceversa, la loro mente è un posto così vasto che non basterebbe una vita per percorrerla tutta, seguite i punti, la retta si traccia man mano.

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C’è della chimica

“Tu chiamale se vuoi emozioni.”

Caro Lucio, io non credo si parli di emozionalità, o almeno concedimi di dubitarne. Sono così terrena e pragmatica che posso attribuire una reazione ad ogni miracolo della vita, partendo dal sentimento più puro dell’amore materno, fino all’odio più infuocato verso chi ci sbriciola.

Diamogli il nome corretto: CHIMICA. Nonostante i miei passi umanisti tra gli scrittori più passionali delle epoche lontane, non posso che dissentire con i loro versi floreali nel parlare dei contatti umani.

Certo che si chiamano emozioni, ma si sviluppano, crescono annaffiate dalla nostra mente, fino ad esplodere come bombe atomiche, spesso sotto forma di malattie psicosomatiche, si tipo quel mal di stomaco che ogni santo mese viene a spaccarci in due, nonostante gli esami siano tutti perfetti, ma quindi.. che cazzo è che mi fa male?

Posso dirtelo onestamente? ti fa male la vita, fa male a tutti, non solo a te, trova un posto dove mettere quell’inquietudine, corri, salta, canta, scrivi, respira, lasciala uscire come le cascate, irruente e impetuose.

Ogni scelta, anche la più banale, è dettata dalla chimica. Sai quella camicia a scacchi rossa e nera che hai appena comprato? Si quella, si chiama chimica. Quella foto su cui continui a tornare perché ci sono due occhi neri che leggono nei tuoi, chimica. Il sorriso di quella ragazza, che ti ha fatto sentire abbracciata nonostante il covid e il saluto col pugnetto, C H I M I C A.

Lo stomaco è quello che mi fotte sempre, sento quella cosa, non so che nome possa dargli, forse non voglio proprio darle alcun nome, perché è così mia che nessuno deve condividerla con me. Sale, mi arriva al petto ed ecco che il respiro si blocca. Calmati Fede, devi solo ricordarti la respirazione che ti hanno insegnato, penso.

Ma lei sale e ride perché, la chimica, quella stronza impulsiva, sa che non ti darà il tempo di fare le respirazioni alla Bruce Lee. Il tuo cuore? Tachicardico si è già impossessato delle tue braccia, che iniziano a tremare ed essere rigide, e poi? beh poi il corpo si difende a suo modo, endorfine a profusione.

Non è malvagia, non spaventiamoci. La chimica è l’effetto. L’effetto che fa annusare i capelli del tuo bambino appena sveglio, profumati di sogni leggeri, l’abbraccio della mamma che anche a 38 anni scalda più del fuoco, la canzone degli Spandau Ballet che ascoltavi da bambina senza capirne una parola, la presenza di qualcuno che ti cura solo con una carezza.

C’è chimica nel silenzio, nella calma piatta, nello sguardo perso, che nasconde tutti quegli scarabocchi neri che tentano di trovar vie di fuga dalla nostra mente.

C’è chimica quando scali le montagne, quando ti tuffi nel mezzo del lago senza vederne il fondo, quando ti completi nel corpo di un altro, quando ti colori la pelle, quando leggi un libro tutto d’un fiato, quando la notte scegli di non dormire.

C’è chimica, perché noi siamo chimica, un mix di ingredienti di cui non è dato sapere la ricetta, gioie e dolori che ci hanno reso quello che siamo, tenuti in piedi da un corpo che è nato solo per sostenerci, e come tutte le cose, sarà la chimica a ricostruirlo, guarirlo o lasciarlo andare, ma solo nel momento opportuno.

Oggi ha vinto il my Dark Side of The Moon, domani saranno cieli tersi.

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Quei cinici auguri glitterati.

Le luci, i fiocchi, il calore delle candele, i dolcetti, quell’atmosfera di pace e leggerezza che si fonde con la neve, i sorrisi, gli abbracci, la famiglia, gli amici, un’infinità di parole che mi vengono in mente quando ripenso a “quei natali”.

Ve li ricordate anche voi? Quei natali dove ci si credeva davvero, quelli che: “tra poco è Natale, basta musi lunghi, pensieri negativi, preoccupazioni, ci penseremo poi”. Quelli in cui avvertivamo una strana emozione la giornata della vigilia, perché, anche se non eravamo più bambini, la notte in arrivo era magica, sempre. Quei momenti in cui nonostante l’anno difficile, qualche brutta esperienza, un amico che ti aveva tradito, un amore finito, una difficoltà lavorativa, sentivamo comunque la magia in arrivo, il tempo del riscatto, la serenità.

Beh si tutto davvero bello il Natale e la meraviglia che lo circonda, ma sento di dover fare uno dei miei outing più invadenti per non compromettere ulteriormente i miei valori pressori già piuttosto alti.

Quale migliore modo per fare outing se non quello di augurare buon Natale a modo mio? Tramite le note della “mia penna”? La penna più cinica e dolorante raggiunta dall’alto dei miei 38 anni?

Lasciatemi iniziare dicendo che vorrei sentire “auguri di buone feste” solo da chi me lo sta augurando davvero, da chi lo dice col cuore, sorridendomi, da tutti gli altri vorrei solamente essere ignorata, avete preso nota?!

Vorrei invece fare degli auguri speciali, di luce e serenità al punto elenco seguente:

  • a te che hai dovuto aprire la porta della tua amorevole casa alla malattia, quella stronza che sta logorando lentamente la persona con cui pensavi di trascorrere lenta la vecchiaia, in pace e silenzio, magari guardando i vostri nipotini diventare grandi. Si, questo augurio è anche per te, perché so che in silenzio la sera quando sei sola, piangi lacrime di sale che bruciano sulle ferite che ogni giorno quella malattia ti infligge,
  • a te che hai accompagnato per mano il tuo papà fino alla fine, stringendolo forte e facendolo sempre sentire amato. Si, questo augurio è anche per te, perché per la prima volta quest’anno dovrai guardare la sua sedia vuota alla cena della vigilia, sarà il Natale più triste e freddo mai vissuto, ti abituerai, anno dopo anno,
  • a te che per eliminare la pesante solitudine nella tua vita, stai facendo grandi sacrifici, intraprendendo percorsi insapori e dolorosi, per lavorare su te stessa nella grande incertezza. Si, questo augurio è anche per te, che la speranza non ti abbandoni mai, nonostante i mesi e gli anni proseguano e non ci siano novità all’orizzonte,
  • a te che mai avresti pensato di poter ricevere quella pugnalata dal tuo amico, si sai di chi parlo. Quello che sembrava essere onesto, fedele e trasparente con te, veniva a cena a casa tua a giocare coi tuoi figli ricordi? Proprio lui, che ha sgretolato la tua fiducia in pochi secondi, gelando la vostra amicizia, onestamente, detto fra noi.. non so se si sia accorto di averti fatto del male. Si, questo augurio è anche per te, perché nonostante questo, so che nella tua prossima avventura non mancherà il tuo forte entusiasmo, lascerai alle spalle quella ferita che, nonostante il male, ti insegnerà che le persone hanno interessi non sempre puliti nei tuoi confronti,
  • a te che passi le giornate impaurita dal tempo che passa, dalla tua bambina che cresce, dalla paura di non poter riuscire. Lo so che la notte ti svegli con il cuore in gola, quella tachicardia che ti toglie il respiro per prosciugarti, purtroppo non credo se ne andrà presto. Questo augurio è anche per te, perché ti diranno che passerà tutto, ma non è così, sono solo bugie dette per farti star serena. Sappi che prima tu imparerai a convivere con i tuoi demoni, prima loro impareranno a lasciarti respirare la notte,
  • a te che non conosci l’umiltà, arrogante e irruento hai camminato per i prati fioriti senza accorgerti del deserto dietro che lasciavi. Ti senti solo ora vera? La verità è che lo sei sempre stato, lo realizzi solo ora perché non c’è più nulla da mangiare sulla tavola e quindi la gente ti ha abbandonato. Questo augurio è anche per te, perché il tuo sarà un Natale molto triste e silenzioso. La storia di Dickens ahimè non esiste, non ci sarà nessuno spirito dei Natali passati, presenti o futuri che verrà a trovarti la notte della vigilia per darti un’altra possibilità, no davvero. Ecco perché sei finito tra le persone a cui mando un augurio sincero, perché, nel caso in cui non ci sia un lieto fine ad attenderti, che sia lieve la tua caduta e che tu possa fingere il più possibile di viverla bene, augurandoti di rimetterti in gioco ancora,
  • a te che sei piccola e indifesa ai miei occhi, che mi commuovi ad ogni carezza. Questo augurio è anche per te, perché la tua mamma impari a capire che stai crescendo, lasciandoti fare qualche passo da sola più serena, abbi pazienza e continua ad accarezzarla, il tempo vi aiuterà a crescere insieme.
“Grazie al cazzo”.

Sarebbe bello, anche solo per un attimo, immaginare la magia del Natale tornare; alleviando la malattia, il distacco per una perdita, colmare la solitudine, curare una delusione, lenire l’ansia, sollevare le angosce e guarire le insicurezze, sarebbe bello davvero, ma il mio cinismo vorrebbe lanciare un messaggio: CAZZATE!!! SONO TUTTE CAZZATE!!! La verità è che sposteremo per qualche ora, in un angolo della nostra mente, tutti questi pensieri tristi, così da poter mangiare in compagnia di chi è consuetudine incontrare durante queste feste comandate, per poi tornare nella nostra realtà e poterci immergere di nuovo nelle piaghe dei nostri pensieri.

Adesso prendo la scopa, spazzo sotto il tappeto tutte le grida del mio cinismo stronzo che vuole rovinarci le feste! Via levati, così che anche per quest’anno io possa fingere che la magia del Natale sia arrivata, quanto meno per gli occhi incantati della mia bambina che merita di vivere questo momento glitterato come se davvero esistesse. Saranno poi le persone e le esperienze dolorose purtroppo, a darle modo di riflettere e capire che i glitter sono belli ma servono solo a coprire delle crepe, troppo visibili al naturale, della vita.

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Be soft, kind and loving, but also don’t take nobody’s shit – Dura la vita per gli empatici.

Lo so, lo so, il titolo in inglese non sa da fare, ma esiste un modo più immediato per spiegare a voi empatici che non dovete poggiare sulle vostre spalle il peso delle vite altrui?

Oggi amico voglio dedicarmi alla tua mission impossible, questa volta mettiti comodo, sarò io a fare il lavoro sporco per te.

L’empatia è quella brutta bestia che riesce a catapultarti nei panni degli altri per poter vivere in maniera atavica, passami il termine, i dolori e le sofferenze di chi hai vicino e si racconta.

Invidi quelle persone che dopo un lungo racconto strappalacrime, danno una bella pacca sulla spalla e dicono: “Forza, vedrai che passerà anche questa”, vero?

Tu, amico mio, paladino incompreso che vesti da soccorritore, tu, che lasci tutte quelle sofferenze divorarti lentamente mentre la giornata volge al termine.

Il tuo sguardo, affranto, che ascolta in rigoroso silenzio notifica già quel senso di colpa, perché non ti senti all’altezza, non senti di soffrire abbastanza. Ad ogni parola del racconto, si infiamma nelle viscere più profonde quell’impotenza che ti distingue sempre; ad un certo punto ti accorgi che non stai nemmeno ascoltando chi ti è vicino, no, sei troppo concentrato a capire come poter aiutare a risollevare gli animi, risolvere il problema, alleviare il dolore, perché si dai ammettilo, per sentirti meglio vorresti soffrire tu al posto degli altri.

Come dici? Ci sono momenti in cui vorresti inserirti all’interno della storia? Per far cosa? Cambiare il susseguirsi degli eventi? Tornare indietro nel tempo? Sei un impotente lo vuoi capire?? Fallo finire subito! Non puoi ascoltare altro dolore, fermalo subito prima che ti mangi tutto,

Troppo tardi amico mio, eccola tornare da te.

“Empatia, da tempo non venivi a farmi visita”, sbotti appena la senti atterrare nel mezzo del tuo petto.

“Ciao, mio povero amico sofferente, anche questa volta mi hai disturbata”, ribatte lei.

“Io? sei tu che ogni volta arrivi a procurarmi questi fastidi. Anche questa volta mi toccherà rimuginare, pensare a questo grande dolore e non riuscire a liberarmene fino al prossimo incontro con uno nuovo”, si difende l’amico.

“Ti sbagli, mio ingenuo nobile cuore, io non entro in funzione da sola, sei sempre e solo tu che decidi di coinvolgermi. Da quanti anni ormai investi soldi e tempo su te stesso per cercare di migliorare questo tuo lato debole? Quante volte ti hanno spiegato che comprensione e ascolto sono una cosa mentre METTERSI NEI PANNI DEGLI ALTRI è tutt’altra?”.

L’amico scrolla le spalle, lasciando cadere la testa all’indietro; “Dannata empatia, ha ragione, lo so che ha ragione ma è più forte di me, ogni volta mi sento il peso del mondo sulle spalle e non riesco a fermarmi”.

“Dura la vita per voi empatici”, lo punzecchia lei, infastidita dall’esser stata scomodata anche oggi.

“Ricorda fino a che punto puoi spingerti, ci sono situazioni in questa vita che non puoi prendere in carico tu, non è questo il tuo ruolo. Semplicemente quella persona che si rivolge a te vorrebbe solamente essere ascoltata, capita, riconosciuta. Accetta la sua implicita richiesta, i panni degli altri non sono quelli che devi vestire tu, dico bene? I tuoi sono nel tuo armadio, e onestamente, amico mio, non mi sembrano molto comodi.”

Il suo sguardo l’ammonisce, stanco di sentirsi ripetere ogni volta la stessa storia.

“Eh per l’ennesima volta, te lo chiedo, smetti di disturbarmi e poi lamentarti perché sono tornata, chiaro?”.

Be soft, kind and loving, but also don’t take nobody’s shit

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Il vaso nero.

Come dev’essere alzarsi al mattino e non essere più libere, costrette a coprirci sotto pesanti veli che nascondano anche il nostro viso, non autorizzare ad uscire di casa da sole, private della possibilità di studiare, di poter lavorare o parlare previa autorizzazione dell’uomo di casa?

Non è il medioevo, non è nemmeno una realtà troppo lontana, è quello che stanno affrontando le donne e le bambine nella nuova Kabul, il ritorno ad una vita di divieti, negazioni, prigionia, possessione, silenzio.

Negli ultimi vent’anni, la vita delle donne afgane è davvero cambiata, tolto il regime talebano che le voleva prigioniere, hanno finalmente potuto assaggiare una qualità di vita nuova.

Le bambine, le donne hanno iniziato a studiare, acceso la radio e ascoltato la musica, hanno tolto il burqa lasciandosi solo il velo, hanno iniziato ad uscire da sole durante il giorno, hanno scelto anche di lavorare, hanno scelto cosa fare della loro vita, per una volta nascere donna non era più un male.

Nelle ultime settimane, i talebani cacciati nel 2001 dalla coalizione di stati che vedeva a capo gli USA, hanno ripreso il controllo. Questa coalizione avrebbe dovuto instaurare un regime democratico capace di ricostruire l’Afghanistan fino al giorno in cui avrebbe lasciato il paese. Non so dire nella mia ignoranza l’elenco dei mille motivi per cui questo non ha funzionato, so solamente che è stato un fallimento di proporzioni epocali. Appena gli americani hanno iniziato ad andarsene, i talebani, che nel frattempo non hanno mai smesso di crescere e prepararsi al gran giorno, si sono ripresi Kabul, annunciando la rinascita dello stato islamico.

Si sono fatti strada massacrando il popolo, hanno rapito tantissimi bambini maschi per addestrarli alla guerra, assassinato donne per il loro abbigliamento, torturato e ucciso artisti, musicisti, assassinato il capo della cultura e dei media per il governo, VENDUTO BAMBINE E DATE IN SPOSE ANCORA MINORI A UOMINI ANZIANI, sfollato centinaia di famiglie e appeso nelle piazze tutti gli uomini uccisi.

Questo è il ritorno dei talebani, la soppressione della cultura, dell’arte, del musica, ogni donna sarà nuovamente spogliata di ogni suo diritto, rinchiusa nell’ombra della casa, di nuovo schiave del loro regime. Bambine che fino a pochi giorni fa andavano a scuola, si ritroveranno mogli a nove o dieci anni di vecchi che le violenteranno per aver figli non appena saranno fertili, coperte nel loro burqa, prigioniere eterne di quel velo pesante.

Ho chiuso gli occhi per un attimo, immaginando la mia vita se fossi una di loro, ho 38 anni, lavoro e scrivo, una figlia di due anni e un marito, siamo di religione cattolica. Considerando la mia indole ribelle sarei probabilmente già stata uccisa, mia figlia rapita per darla poi a qualche vecchio militare che, appena crescerà un po’, la farà sua moglie, e mio marito, dopo essersi convertito all’islam per non essere ucciso, verrebbe mandato in qualche campo di concentramento a lavorare. Provate a fare la stessa cosa anche voi, guardate negli occhi i vostri bambini e immaginate che vita li attenderebbe.

Un’immagine mi ha trafitto qualche giorno fa, una bambina dai capelli arruffati, lo sguardo impaurito, tra le mani il suo giocattolo, vicino a lei suo marito: un militare dalla barba bianca, di almeno 40 anni più grande, impugna fiero tra le mani il suo fucile e la tiene per il braccio, è sua, di sua proprietà; impossibile non immaginare il volto di mia figlia, una bambina come lei.

Ho letto un articolo del Guardian, di una donna afgana a Kabul:

“Ho lavorato per così tanti giorni e così tante notti per diventare la persona che sono oggi, e questa mattina, quando sono arrivata a casa, la prima cosa che io e le mie sorelle abbiamo fatto è stata nascondere i nostri documenti di identità, i nostri diplomi e certificati. È stato devastante”.

Dobbiamo spostare le montagne per loro, scuotere la terra, muoverci, far sentire il loro grido, una ad una verranno nuovamente coperte, nascoste e messe in silenzio a costo della loro vita. Non stiamo fermi di fronte a questo massacro, non fingiamo di non vedere, siamo tutte donne afgane, scuotiamo i nostri cuori e condividiamo la loro condizione.

Aiutiamole, il loro silenzio obbligato non può essere anche il nostro.

“Forse perché i nostri desideri sono cresciuti in una pentola nera..

Forse perché i nostri sogni sono cresciuti in un vaso nero”

#taliban #afghanistan #war #peace

Shamsia Hassani

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