Come posso disinserire la funzione multitasking dal mio sistema operativo?

Ho avuto il piacere di leggere un articolo di una donna estremamente caparbia, una comica con un intelletto sopraffino, lei si chiama Michela Giraud e sul numero di Vanity Fair di questa settimana parla di come sia importante essere donne MONOTASKING. Il suo savoir-faire ci insegna come dire no smettendo di pretendere da noi cose che non pretendiamo dagli altri.

Ho divorato il suo pezzo, riflettendo poi su come mai io mi sia sempre trovata a vivere con questa funzione attiva, in effetti nessuno mi ha chiesto esplicitamente di essere multitasking, ma perchè l’ho sempre fatto?

Mi sono sempre sentita in dovere di farlo in quanto donna, per poter valere almeno quanto un uomo, nella mia mente sono stata inferiore per molto tempo, svolgere 10 funzioni insieme mi aiutava a valutarmi quasi come gli altri. Mi faceva sentire una donna meno inutile, una donna desiderabile perché più adempiente, più utile e necessaria in campo lavorativo perché ero una sola ma lavoravo per tre. Volevo sentirmi riconosciuta, “brava”, una donna che sa fare.

Da me pretendevo una cosa sola, essere impeccabile: in forma, bella, ordinata, capello liscio, trucco, pulita, profumata, pelle morbida e idrata da curare con prodotti giusti (costo minimo un rene cad.), sorriso giusto, vestiti sempre nuovi ogni giorno (mai mettersi la stessa cosa due volte di fila). Una perfetta donna di casa che tiene pulito, in ordine, tutto stirato (anche gli asciugamani), acquistati numero due i-robot per la pulizia costante del piano sotto e sopra, vetri splendenti e “home sweet home” appeso ovunque. Non poteva essere diverso sul lavoro, il telefono ovviamente era mio, quindi si risponde al centralino, si smistano le mail, si apre al corriere, si firma la raccomandata, si fa accoglienza e nel mentre dovevo anche fare il mio lavoro, ma la pipì quando? Ah si il tutto coronato dai miei attacchi di panico. (vedi ultimo articolo: https://fedyontheblog.com/2020/07/29/presa-dal-panico/)

Cosa ci ha portato a vivere così? voglio dire, perché ci è sempre sembrato normale vivere indossando gli abiti da: donna, mamma, moglie, fidanzata, amante, crocerossina, lavoratrice, psicologa, badante, donna delle pulizie, infermiera, cuoca, modella di intimissimi e al bisogno “inserisca qui il gettone per una notte di sesso”?

Io mi sono fatta tante volte questa domanda, immagino che l’ambiente in cui siamo nate, la cultura e il folklore locale a cui siamo state esposte, ci abbiano infettato a tal punto da crescere con questo file installato. I media che ci bombardano con queste donne da copertina che oltre ad essere bellissime e leggiadre anche dopo 24 ore di travaglio, riescono a fare le lasagne e mettersi il perizoma con una mano ingessata. Gli uomini che per anni, anzi secoli, hanno saputo tramandarsi il comportamento giusto per tenerci docili e mansuete pronte ad ogni loro bisogno, pretendendo da noi molte più fatiche perché sulla carta erano loro ad andare al lavoro ogni giorno. Nei vari libri e saggi letti pare che questa caratteristica femminile derivi dalla preistoria, gli uomini erano dediti alla caccia soltanto, data come attività molto pericolosa e stressante, mentre le donne “a casa” dovevano occuparsi di tutto il resto. In questo modo i nostri cervelli si sono evoluti in maniera differente, noi multitasking..loro no. Beh, non direi consolante.

Quello che ai miei occhi risulta molto chiaro è che negli anni le donne non hanno mai potuto dire no, se qualche temeraria si azzardava, erano botte e tanto altro. Credo quindi che l’attività multitasking sia stata una sorta di “evoluzione” femminile per prevenire la violenza dell’uomo alfa, il quale sapeva come convincere la “sua amata” a non lamentarsi troppo, era meglio quindi farsi trovare sempre impeccabili per non rischiare di farlo arrabbiare.

Oggettivamente, quante richieste ci vengono fatte al giorno? Quante volte diciamo no? Ho collegato da poco i miei attacchi di panico alla vita “impeccabile” che mi ero imposta da sola di avere, la nuova prospettiva è parte integrante del mio sentirmi meglio. Non è facile, ci sono giorni in cui scelgo di fare “solo la mamma” e mi sento in colpa, come se fossi venuta meno ad uno dei miei compiti primari.

La mia domanda non ha ancora trovato la risposta che cerco.. essere multitasking è veramente una virtù? o è piuttosto una forma di autodifesa messa in atto dalla notte dei tempi verso quel mondo che ci fa sentire sempre “non abbastanza”? E soprattutto.. come si fa a disinstallare dal nostro cervello questo file medioevale?

Vi lascio il link di un libro eccezionale, da leggere, con la prefazione di una delle “mie donne” preferite: Michela Murgia.

https://www.amazon.it/s?k=bastava+chiedere&adgrpid=79869496715&gclid=Cj0KCQjwgo_5BRDuARIsADDEntSs3N_KKTKIDh9phCoHUlMC9LNmfpO4xERdyUoXb_vF1Nu5meey6hsaAqTsEALw_wcB&hvadid=387750654854&hvdev=c&hvlocphy=20570&hvnetw=g&hvqmt=e&hvrand=7143885204944499318&hvtargid=kwd-852270846184&hydadcr=18636_1822916&tag=slhyin-21&ref=pd_sl_93eqb0b2c5_e

Buona lettura e buona riflessione a tutte noi, che ogni giorno usiamo i nostri poteri magici per adempiere a tutti i vari ruoli assegnatici.

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Presa dal panico.

Il tema degli attacchi di panico, del bipolarismo, della depressione è qualcosa ancora di cui vergognarsi, un tabù visto come un disturbo da “malati mentali”. Ho deciso di parlare della mia esperienza, della mia storia proprio perché ne soffro e non ho più paura a dirlo. La malattia mentale più grave è quella di chi giudica questi mali senza conoscerne l’entità, senza sapere che dietro ci sono spesso traumi dolorosi.

“Adesso ho capito perché la Fede è così.. lo sapevo che non era normale” cit.

Tra i vari motivi per cui mi sono decisa a scrivere pubblicamente c’è anche quello “curativo-terapeutico”, ragion per cui oggi andrò a parlare di una delle cose che mi hanno fatto più paura negli ultimi anni, tanto da condizionarmi la vita.

Da quasi 16 anni vivo insieme ad un compagno di vita invisibile agli occhi ma estremamente presente e disastroso, si chiama panico, diagnosticato dopo anni e anni di “forse sei solo un po’ stanca”, oppure “Fede devi maturare e smetterla di avere queste crisi”, chiamandolo con il nome di: attacchi di panico e bipolarismo. Che parolone detto così vero?

Si presenta a fasi alterne, durante i cambi stagionali, in momenti particolarmente difficili, per un lutto o un forte dispiacere, in seguito a forti stress. Perdo la rotta, mi spengo, piango e di botto smetto di dormire.

Merita tempo la stesura di questo articolo perché siamo in tantissimi a soffrire in silenzio di questo problema, la vergogna ci assale e non abbiamo il coraggio di farne parola con nessuno per quanto ci sentiamo sbagliati.

Io e il panico ci siamo conosciuti per la prima volta il giorno prima dell’esame di lingua inglese I, arrivato vestito da tachicardia, calore e dolore al petto, bocca asciutta, braccia intorpidite, chiaramente ho pensato ad un infarto. Lo spavento è stato tale da angosciarmi ogni volta che avevo un nuovo esame da dare, fino ad aver paura di aver paura, un circolo.

La cosa che mi ha sempre spiazzato è che lo stronzo si presentava durante la notte, mi svegliavo sudata, affannata e ogni volta il pensiero era lo stesso: “questa volta muoio”.

Quando le dinamiche sono diventate “croniche” ho deciso di affidarmi ai medici che purtroppo si sono rivelati fallimentari fino al 2017, per tredici lunghi anni ho vissuto con questa spina nel fianco, quando se ne andava sapevo che sarebbe stato per poco, sono rimasta in attesa del suo ritorno, sapendo che non mi avrebbe lasciato mai.

I medici più pressapochisti che mi suggerivano camion di benzodiazepine come se fossero acqua fresca, mentre gli psicologi più banali per 90 euro l’ora ricercavano le cause di questo mio male nel paleozoico. I motivi scatenanti sono molto privati e tali resteranno, ho sempre saputo la causa e non era di certo rivangare nel passato che mi avrebbe salvato. Avevo solo bisogno di vivere nel presente e imparare a gestire questi attacchi di panico per condurre una vita normale durante i miei periodi di down cosmico.

La mia cura è iniziata in quel famoso 2017 e sta ancora andando avanti, ho imparato con la meditazione e il training autogeno come gestire questa bestia e soprattutto ho capito che fingere che non esista è la mossa più sbagliata.

Quando il panico mi prende la gola mi sento morire, ma davvero. Lucidità e razionalità sono perse nel niente, in quel momento cerco aria, vita, luce. Sono tachicardica al punto di aver perso anche i sensi, vedo solo nero, piango con singhiozzi. Sento che lui sta arrivando a prendermi la gola momento in cui ho paura di smettere di respirare. Mi colpisce sempre negli stessi periodi, ed ecco che appena scatta l’ora x arriva il mio polo nero. Sono spenta, ansiosa, claustrofobica, con forte bisogno di silenzio, protezione e aiuto. Esternamente conduco la mia vita in modo esemplare, forse si noteranno di più le occhiaie per mancanza totale di sonno, ma sembro semplicemente stanca.

Il peggio è stato per le persone a me vicine, mia mamma che mi ha sempre assistito durante quelle notti infinite, senza mai una parola di rabbia o di giudizio, il mio compagno Fabio che mi ha raccolto durante il momento più nero con la pazienza e la cura necessaria tanto da farmi sentire accettata in modo naturale.

Ho vissuto così tanti anni nascosta per paura che qualcuno sapesse il mio punto debole giudicandomi “malata”, quanta ignoranza. Oggi dico che è una malattia a tutti gli effetti, come un diabete o la pressione alta, invalidante, non si tratta di capricci o mancanza di maturità o qualsiasi altra stronzata le si voglia attribuire. E’ un fenomeno capace di annullare le persone più solari e credo sia giusto parlarne per far comprendere a chi non conosce la bestia, che male può fare a chi ne soffre.

Sono disturbi frutto di traumi passati che hanno cambiato la nostra mente, ma anche lo specchio di una società malata che ci sta distruggendo interiormente, facendo breccia sulla nostra inadeguatezza.

Un pensiero particolare va dedicato a chi ne soffre come me e vuole figli, uno dei “medici rinomati” nel settore mi aveva ventilato di evitare gravidanze per la mia salute mentale, il tutto si sarebbe potuto aggravare, in realtà trovando il medico giusto sono diventata mamma e sto anche decisamente meglio rispetto agli anni passati. Infatti ad oggi gli episodi si sono via via alleggeriti, la meditazione e la gestione della respirazione mi hanno insegnato a comandare la mia mente anziché farmi imprigionare in un angolo. La vita frenetica, uno dei male peggiori, è un vecchio ricordo, non faccio più niente sotto pressione. Successivamente nello spazio dedicato alle “vostre domande” vi spiegherò come mi sono e mi sto curando.

Sono consapevole che avrò sempre giorni bianchi e giorni neri nella vita, ho imparato che non sono sempre io a scegliere che colore indossare al mattino, ma posso schermarmi per evitare che il mondo esterno mi annerisca troppo. Combatto sempre contro questo panico che mi aspetta dietro l’angolo in attesa di trovarmi disarmata, sono qui a parlarne anche per rimpicciolire i suoi poteri. Non nascondermi più è una delle mie armi più forti, quello che ho vissuto è reale non “frutto della mia mente”, so che male fa sentirsi non capiti e frasi del genere sono l’esempio di come le persone non si mettano mai nei panni degli altri.

I disturbi come il mio fanno parte degli scherzi della mente, e vanno curati, accettati e accompagnati per mano. Sono segnali di allarme che vogliono farci capire che qualcosa non va, il nostro corpo si sta difendendo da una paura che ha provato e ogni volta che si ricrea una situazione simile il nostro cervello va in allarme provocando questo sfogo.

Tramite il mio account Instagram ho conosciuto tante persone che vivono questo male in forma anonima, trovando il coraggio di parlarne solo con chi soffre della stessa cosa. Ho raccolto diverse domande ricevute e ho pensato di dedicare uno spazio qui di seguito a cui rispondere. Sono domande molto frequenti, simili per chi ha sofferto e ne soffre ancora e sono una speranza, un appiglio, una forma di mutuo aiuto che voglio dare a tutti.

Le vostre domande:

  • io soffro di ansia, credi sia la stessa cosa?: Non proprio, l’ansia credo sia una delle malattie del nostro millennio, preambolo di qualcosa che sta per “esplodere”, vale la pena quindi rivolgersi a qualche specialista che possa aiutarvi a gestirla per evitare che possa trasformarsi in disagi fisici.
  • prendi dei farmaci? al momento no, ma li ho presi e li prenderò ancora appena dovessi averne bisogno. È stato inevitabile usarli in periodi in cui non volevo alzarmi dal letto, in cui il nero mo scorreva nelle vene. Ci si può curare anche senza, con farmaci omeopatici, tutto dipende dalla “pesantezza del disturbo”. Non si guarisce da soli questo deve essere chiaro.
  • Come ti stai curando? ho preso farmaci nei momenti peggiori, attualmente invece sono riuscita a scalare e ad essere “quasi” pulita. La cura migliore per me (ogni persona è a sé) è stata la meditazione per gestire la respirazione frenetica, lo sport e la terapia EMDR praticata da uno specialista. Ve la spiego vista da me che sono una paziente: l’attacco di panico è una forma di difesa che viene azionata dal nostro cervello ogni volta che ci sentiamo in pericolo, nel nostro inconscio viene percepita una sorta di paura che ci rimanda in un momento ben preciso della nostra vita che ci ha probabilmente (non è sempre così) causato un trauma. L’EMDR è una terapia fatta di esercizi visivi che aiutano a disgregare nel nostro cervello queste associazioni di paura con conseguente panico, inserendone altre. Magari qui vi metto un link che spiega meglio il tutto, dato che non sono un medico competente:

Questo video è estremamente esaustivo, il tema della minaccia è molto importante, l’attacco di panico è un allarme che ci dice che c’è un’imminente minaccia rimandandoci ad un trauma passato. Ecco dopo quasi tre anni con questa terapia posso dire da diversi mesi non ho più avuto attacchi violenti.

  • Prendere i farmaci crea dipendenza? qualsiasi genere di farmaco che sia ansiolitico o antidepressivo va preso seguiti da specialisti. Loro sanno esattamente in che quantità si può creare la dipendenza. Ricordo che anche la sigaretta crea dipendenza e fa più male, quindi andiamo oltre, se ci si deve curare si prende il farmaco. Io non sono dipendente nonostante li abbia presi per diverso tempo. L’utilizzo di questi farmaci non fa di noi persone peggiori, mentre invece non curarci si, ci rende peggiori e ci fa stare sempre più male.
  • Come hai affrontato la gravidanza? Sapendo che è uno dei momenti più delicati in assoluto mi sono mossa per tempo facendomi sempre seguire dal mio medico specializzato in disturbi pre e post parto, così da non farmi trovare impreparata. Se state seguendo delle terapie farmacologiche per ansia o depressione ricordatevi che potete avere figli senza interrompere bruscamente la terapia basta rivolgersi ai medici competenti e aggiornati sulle nuove medicine.
  • Si può guarire? Questo non lo so, sono onesta. Quello che so per certo è che ci sono periodi pesanti e periodi leggeri. Io sono migliorata ma non fuori pericolo, ci sono momenti dove non ho il controllo al 100% delle mie paure e la modalità nero si attiva. Rispetto ai primi anni in cui ero completamente rapita da questi attacchi e avevo paura ad uscire di casa, oggi conduco una vita normale.

Basta avere paura, basta nascondersi.

Devi imparare a stare zitta.

“Come faremo se non ci fossero le nostre donne in questo mondo? Le donne sono forti, importanti, guidano le famiglie, crescono figli, curano la casa, amano un marito”.. che ansia. L’importante è che la donna sappia bene qual è il suo posto, al centro lui, il solo e unico marito con intorno la meravigliosa cornice.. sua moglie, la regina del focolare domestico, per lei poesie e parole d’amore senza fine, l’importante cara mogliettina è che tu sappia stare sempre un passo indietro e soprattutto che impari a stare zitta.

Siamo nel 2020 ed esiste ancora una generazione che non tollera il fatto che una donna possa anche solo alzare la mano per esprimersi, figuriamoci se si permettesse di rispondere a tono quando istigata da un un interlocutore maschile. In quel caso sguardo vitreo che dice: “ma come ti permetti di rispondermi male?”.

Noi donne siamo tenute ad azionare sempre la modalità “polite” ovvero diplomazia e dolcezza, qualsiasi altra forma verrebbe considerata una sorta di acidità, anomalia ormonale, incapacità di gestione delle emozioni, impulsività, immaturità, fragilità di sentimenti al grido di “oggi è acida, avrà il ciclo”, oppure ancora peggio: “Secondo me ha bisogno di vitamina C” e non intendo quella che si vende in farmacia, come se un rapporto sessuale con un uomo potesse ripagarmi di anni in silenzio a non rispondere perché sono nata donna e non mi è concesso avere opinioni.

In realtà ho il ciclo proprio ora che sto scrivendo, lo dico ai più temerari così da togliere ogni dubbio, ma vi assicuro non da sbalzi ormonali. Sapete cos’è che crea sbalzi d’umore alle donne? Lavorare il doppio per essere pagate quasi come un uomo ad esempio, fare la casalinga e la mamma di fronte a qualcuno che ti dice: “bello stare a casa a fare un cazzo vero?”, e ancora: lavorare otto ore al giorno poi arrivare a casa e anziché coricarmi sul divano in attesa della cena, dover fare lavatrici, stirare, fare le pulizie perché sono ruoli “nostri”, far parte del gruppo whatsapp della classe del figlio con compiti, catechismo, calcio, compleanni. Banali esempi ma.. siamo sicuri che sia il ciclo il problema?

La domanda “hai il ciclo?” posta come forme d’istigazione in risposta ad una nostra presa di posizione è da anni e anni che esiste, ci tengo a dirlo perché è bene mettere in chiaro come venivano trattare le donne in passato, e perché esiste ancora una generazione che ragiona come se fossimo ai primi del ‘900, tramandando questa mentalità chiusa da padre in figlio.

Infatti è proprio in quel periodo che vorrei soffermarmi un attimo, ai tempi i vari “medici” ritenevano le donne soggetti inferiori sia a livello cerebrale che a livello fisico, soprattutto perché sanguinanti ogni mese come se avessimo una sorta di disturbo cronico con ripercussioni anche a livello mentale, tanto da “renderci matte in quei giorni”. A partire dalla prima guerra mondiale ci fu un aumento esponenziale dei manicomi in cui venivano internate per lo più donne. Negli archivi delle loro cartelle cliniche viene quasi sempre riportata la seguente frase: “facile irritabilità, rifiuta di sottostare ai volevi del marito o della suocera, incline agli insulti, incapace di gestire la prole, rifiuto di adempiere ai compiti coniugali”. Nel periodo poi dei fasci il numero di donne fu triplicato, in troppe si rifiutarono di fare da incubatrici per la produzione in massa di figli di razza pura.

Analizziamo la situazione? Nel 1900 e dintorni, una donna di circa 30 ha già come minimo 7/8 figli, (io ho rischiato di impazzire partorendone una) mettiamoci dentro anche qualche aborto spontaneo perché l’ostetricia non era ancora ai massimi livelli. In aggiunta deve curare la casa, i figli, avere rapporti sessuali a comando in base alle esigenze del marito padrone, non può esprimere nessun genere di idea, il più delle volte picchiata perché nella normalità di una famiglia italiana media cristiana e sicuramente viveva con la suocera. Se tutto questo roseo mondo non le piaceva ecco che il ribellarsi destava subito sospetti, si chiamava il medico et voilà internata in manicomio perché irosa, con squilibri, curata se andava bene con 10 elettroshock al mese o coma farmacologici indotti (tutto questo documentato su libri es. Malacarne, donne e manicomio nell’Italia fascista, di Annacarla Valeriano).

Credo questo breve excursus sia sufficiente per capire che la battuta sugli sbalzi di umore e ciclo sia lievemente inadeguata. Avere un’opinione e rispondere a tono a provocazioni o frasi infelici non è sinonimo di acidità femminile, o donna con la lingua lunga, significa essere umano al pari degli altri che difende le proprie posizioni senza entrare nel merito del sesso di appartenenza. Non lasciatevi mai zittire da nessuno, se qualcuno vi sta ordinando di stare zitte c’è un problema.

Spero vivamente che la generazione di cui tanto parlo sia verso la fine, si tratta di uomini chiusi mentalmente che hanno vissuto in famiglie patriarcali in minuscoli paesi con livelli bassi di istruzione, ma che purtroppo si sono sparsi a macchia d’olio, infettando i figli che ai giorni nostri ancora vivono e ragionano in questa modo vergognoso. Spero anche che gli esseri umani stiano facendo in mondo che i bambini crescano senza stereotipi, liberi di parlare e di esprimersi.

Voglio che le orecchie di mia figlia non sentano mai le parole: “devi imparare a stare zitta”, perché amore mio, la libertà è un tuo diritto fondamentale.

Facciamo un passo avanti verso un’evoluzione cerebrale, la mente chiusa è la peggior prigione in cui vivere.

Questo articolo è per tutte quelle donne che negli anni del fascismo hanno perso la vita rinchiuse nei manicomi a causa della loro ribellione verso una vita di dominio maschile, io sarei stata la prima delle rinchiuse.

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L’arte del sentirsi incompresi.

Essere riconosciuti, esseri VISTI per davvero, credo sia una delle sensazioni a cui la maggior parte di noi aspiri. Una vita intera a lottare per essere visti da chi non ci vede e non ci sente.

Ecco io credo di aver buttato un sacco di anni a piangermi addosso chiamandomi l’INCOMPRESA. L’incomprensione è uno di quei sentimenti che spesso proviamo perché “non siamo capiti”, e quando non siamo capiti ci sentiamo anche non riconosciuti.

Parlo al passato perché, diciamolo piano, ho imparato da poco che in questi casi non è corretto dare la colpa agli altri che non ci vedono, o non ci comprendono, la colpa è nostra che continuiamo a sperare nel miracolo pensando che la prossima volta ci riusciremo.

Parliamo per esempi pratici che mi viene meglio, soprattutto perché l’esempio migliore in ogni argomentazione sono le mie esperienze che porto addosso.

Vi racconto questa mia storia avvenuta anni fa in un posto di lavoro che ora ho cambiato.

In questo lavoro ero sempre sotto pressione, cito testuali parole di un mio caro collega “la Fede sotto pressione va come un treno, in otto ore fa il lavoro di sedici”. Si è vero, non so perché ma facevo le mie otto ore con l’acqua alla gola correndo come una trottola, ogni volta che risolvevo qualche casino colossale mi sentivo estremamente realizzata. Il problema è che ogni volta mi aspettavo qualcosa in cambio, cosa? Eh, dura ammetterlo, mi aspettavo che il mio titolare facesse una rampa di scale e mi venisse solamente a dire: “brava Fede anche stavolta ce ne sei saltata fuori”, non mi aspettavo un aumento di stipendio o chissà quale altra ricompensa, quello è troppo per una come me che è nata sottovalutandosi, sarebbe bastata solamente una pacca sulle spalle. Ok, ma ha senso? no, non era lui quello sbagliato, ero io che mi aspettavo un applauso. Un sogno un pochino infantile per una donna adulta.

Quante volte è successo che lui facesse quelle scale? Mai. Quante volte ho aspetto che succedesse? sempre. Ho aspettato così tanto di essere notata che avevo perso di vista le mie esigenze, stavo deperendo, mi stavo logorando e mi stavo curando per una serie infinita di disturbi fisici che avevano una causa sola, il mio rapporto col lavoro.

Ad oggi, ringrazio quel collega che mi ha gentilmente “sostituito”, (lo virgoletto perché sarebbero altre le parole da dire, ma i tempo speso per lui è stato abbastanza) prendendo il mio ruolo anni fa, mi giunge voce che non abbia resistito molto, ma devo veramente ringraziarlo, se non fosse stato per lui non avrei mai cambiato aria e non avrei mai capito cosa significa QUALITA’ DI VITA.

Questa lezione mi è servita per capire che non sono gli altri ad essere sbagliati, infatti, come già scritto, quella sbagliata ero io, era nocivo il modo in cui avevo deciso di lavorare, il mio stacanovismo era scambiato per passionalità nel lavoro, la mia rabbia frenetica per attaccamento al lavoro.

Ho impiegato anni a realizzare che quel collega mi ha fatto uno dei regali più grandi, perché altrimenti oggi sarei ancora assorbita da quel lavoro senza lasciare spazio alla vita e alle mie passioni e a mia figlia.

Parlando con le mie amiche più care le lamentele che escono con il loro lavoro sono sempre le stesse, se non ci sentiamo riconosciuti dobbiamo cambiare aria, siamo nel posto sbagliato. Ha senso passare ore a rimuginare su quello che secondo noi ci meritavamo e non è stato visto? Ha senso essere rabbiosi verso quel collega che non sa la tabellina del due ma che viene sempre elogiato dai nostri superiori? No non ha senso, perché evidentemente non è la tabellina del due che serve in quel momento, quindi via, aria verso qualcuno che non sia così limitato.

Questo nel lavoro come nella vita in generale, anche in famiglia spesso ci si sente non capiti, ecco che la solitudine prende la gola e ci facciamo mille domande. Ci sono casi in cui vale la pena cercare di parlare la stessa lingua, arrivare a compromessi per il bene di un qualcosa che stiamo costruendo, altri casi dove oltre a non essere riconosciute veniamo anche annientate, di questo ne parleremo ancora.

Riassumendo, non è salutare stare seduti a contare tutte le ingiustizie che ci sentiamo di subire, non possiamo fare appello alla meritocrazia perché ahimè credo sia un valore che nel mondo del lavoro è stato ucciso, non possiamo stare fermi ad aspettare di essere visti. Chi non ci vede non ci vedrà mai.

Dedichiamo le nostre energie alle passioni che alimentano la nostra vita senza farci ammalare. Voi che mi leggete ogni giorno scrivendomi come vi sentite capiti nelle mie parole siete le persone che mi vedono bene anche senza occhiali da vista.

Il mio posto nel mondo e con voi, persone aperte dalle menti leggere.

Grazie di cuore davvero.

L’infinito.

Le lettere d’amore migliori le ho scritte per chi mi sa ascoltare in silenzio parlandomi con le sue carezze.

Avete presente com’è guardare l’immenso? Bloccare la vista verso qualcosa di cui non vedete la fine che vi riempie l’animo e allo stesso tempo spegne i pensieri?

La sensazione di pace che rimbomba nelle orecchie, ricercata per quasi un anno e finalmente arrivata, entra negli occhi, scende nella bocca, nella gola e mi riempie il respiro. La mia lettera d’amore per te.

“Il tuo profumo è estivo, caldo, benevolo e accogliente. Ogni volta che ci vediamo è la stessa sensazione, mi sento accettata. Mi guardo e nei tuoi occhi mi rifletto, sei fresco e mi rassicuri.

L’infinito, ti guardo mentre ogni giorno compi le stesse azioni, gli stessi movimenti da chissà quanti millenni di anni, e mi sembra come se con me fossi diverso. Ogni volta che ci incontriamo è come se il tuo sapore fosse nuovo, sento le sensazioni che mi regali speciali, solo per me, è una grossa presunzione lo so, ma nonostante tu non sappia parlare io sento la tua voce. Noi possiamo comunicare a voce alta, le tue onde sono il mio saluto che ogni anno mi riservi. Conosco bene la tua lingua, è il suono più dolce che la mia mente senta, amorevole e delicato, noi ci siamo trovati.

Mi siedo sulle tue rive da ormai 37 anni. mi giro verso a sinistra al mattino per assaporare l’aria fresca e respirare la vita, chiudo gli occhi e penso a quello che ho vissuto qui con te, quante volte ti ho portato i miei pensieri e li ho lanciati come sassi per farteli ingoiare e cancellare.

Sono così abituata a vederti e viverti che non riesco ad immaginare la mia vita senza di te, ci vediamo poco si, ma quel poco è la mia ricarica costante, senza non potrei. Non c’è una vista migliore, in qualsiasi stagione, in qualsiasi giornata sei tu il posto dove voglio stare.

E’ forte la tua mancanza appena ci lasciamo, sento ancora il tuo profumo sulla pelle, il tuo orizzonte silente e costante è la mia ancora. Quindi penso a quando, seduta sugli scogli, aspetto il sole sparire dietro alle montagne che ti recintano, lasciando l’ultima scia di luce sulla tua pelle, questo momento è tatuato nella mia mente e sarà l’immagine più frequente che avrò prima di dormire, per rilassarmi e riportarmi sempre li con te.

Se avessi un ultimo desiderio, sarebbe quello di sparire dentro alle tue acque, per non dovermi più separare dal tuo sapore. “

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo, ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare.

Il mio e il suo malinconico infinito.

CASSONE, LAGO DI GARDA, GIUGNO 2020.

Quelle donne con la schiena piegata dalla vita.

Ci sono ferite che non smetteranno mai di sanguinare, sono traumi, rotture, strappi che non salverà neanche il tempo. Oggi ho un peso sul cuore, da qualche giorno in realtà, ho sperato nel miracolo, ma il pragmatismo ha vinto, la nuda verità è un’altra.

Le donne hanno una vocazione per portare croci, alle volte così pesanti da renderle ricurve. Me lo diceva sempre mia nonna: “Con l’età la schiena delle donne diventa gobba, non per la vecchiaia, ma per i troppi dispiaceri che abbiamo dovuto portare con noi, pesano sempre di più e mai uno che se ne vada”. Si nonna avevi ragione, sono pesi che non si levano mai, al massimo smettono di ingrandirsi, trovano la loro dimensione standard ma restano li sulle spalle.

Noi donne abbiamo questa vocazione, mia nonna si è presa in carico la malattia di mio nonno e sua suocera, mia mamma e mia zia hanno preso in carico la malattia delle mamme, io ho aiutato le mie nonne a lavarsi mentre il male le divorava lentamente, e potrei fare altri mille esempi, siamo sempre noi quelle che accudiscono la vita di chi soffre in famiglia, e nel caso delle mie nonne per me è stato un onore. Sono pesi sul cuore però, si perché siamo costretti a vedere come la malattia sgretola le persone che amiamo.

Il peso che ho sul cuore è da circa una settimana che mi ronza in testa, ho scritto questo pezzo appena ho sentito che ero addolorata, ma non ero del tutto convinta di pubblicarlo, per rispetto. Poi ho capito che dovevo farlo, nelle mie catene di parole difficilmente viene dato un nome o un volto, e quindi era giusto scrivere per loro, per quelle persone a me vicine che in questo momento stanno soffrendo, inermi, la speranza è stata stroncata dopo un anno di cure che sono state forse più un calvario.

Penso e sento le lacrime, che sofferenza deve essere? Io sono mamma da soli 9 mesi, e non riesco a pensare alla mia vita senza di lei. Che ferita può lasciare la perdita di un figlio rubato da una male vigliacco che non si è mai fatto vedere se non troppo tardi. La mamma che per mano lo ha accompagnato durante una malattia che lo ha piano piano divorato, lei è li silenziosa, seduta in un angolo della stanza, in attesa del suo l’ultimo respiro. Questo volevo scrivere, volevo parlare del coraggio di questa mamma, che ha sempre sperato, e noi con lei.

Il dolore straziante che curva le spalle, umido di lacrime che scendono da ormai un anno, l’incertezza di un futuro, una vita spaccata in due, bambini piccoli che perdono una delle colonne portanti della loro vita, la sofferenza che non lascia dormire, alzarsi al mattino sperando che arrivi presto la sera, questi pesi sono realtà che tante donne stanno vivendo, non perché ci abbiano costretto, ma perché abbiamo davvero questa vocazione, siamo le persone che più possono accudire una sofferenza, siamo mamme anche se non abbiamo figli.

La vita è un ciclo e nonostante questo non siamo mai pronti ad abbandonare qualcuno. In certi casi però le ferite non diventeranno mai cicatrici, resteranno aperte e sanguinanti sempre. Quante persone hanno smesso di vivere il giorno in cui hanno salutato qualcuno, ogni mattina si alzano dal letto chiedendosi perché. La loro vita è finita nel preciso istante in cui gli è stata strappata di dosso quella persona per cui valeva la pena aprire gli occhi ogni giorno.

Questo è scritto per una donna dal coraggio grandissimo il cui dolore non finirà mai, non è detto che chi soffre di più sia il malato, alle volte credo sia chi resta qui da solo senza la figlia, senza la mamma, senza il marito, senza il papà, senza la nonna, senza un pezzo.. perché ogni volta che ci lascia qualcuno di troppo importante muore anche un pezzo di noi, lasciandoci quel peso enorme che ci spinge le spalle verso terra.

Quelle donne con la schiena piegata dalla vita.

Buon viaggio a te che vai, coraggio a te che resti.

Il profumo delle nonne.

Ieri è stata battezzata la nostra bambina, una bellissima festa dove siamo riusciti a riunire veramente tutti i nostri parenti e amici. Ho scelto una piccola chiesa in un paesino dove mia nonna Adelina si è sposata e ha battezzato tutti i suoi figli, tra cui mio papà, che ha poi sposato mia mamma nello stesso posto. Ieri era anche il compleanno di mia nonna Margherita, quindi ho voluto dedicare quella giornata a loro.

Addirittura ho pensato, dato che la cerimonia si sarebbe svolta con un nostro caro amico parroco, di salire sull’altare per dire un paio di cose su queste nonne preziose, quindi, prima di partire per la chiesa, bevo circa 20 mila gocce di fiori di bach per riuscire a leggere questa “lettera” senza commuovermi troppo.

Vi ricordate tutti che circa 2 settimane fa ho scritto di come pianga molto e soprattutto del fatto che mi bastino un paio di note nostalgiche ed esplodo tipo fontana? Ecco, invece io ho pensato che sarebbe andato tutto bene, solo qualche riga cosa vuoi che sia. Di fatto, appena ho iniziato a parlare di loro, le lacrime sono scese senza controllo, l’unica cosa che potevo fare era concludere velocemente a sentimento per poter scendere dall’altare e piangere comodamente nascosta dietro al vestito della mia bambina, senza riuscire a portare a termine quello che stavo dicendo.

“In questo giorno di festa vorrei dedicare un pensiero speciale alle nostre nonne, non è un caso se due mesi dopo la perdita della mia cara nonna Adelina ho scoperto di essere incinta, e a maggio, 4 mesi prima della nascita ho perso anche la nonna Margherita. Oggi siamo qui a festeggiare Fiamma, a settembre arriverà il mio primo nipote Filippo, due nuove anime al posto di due che se ne sono andate. Ho pianto per due mesi interi la mancanza di quella nonna che mi raccontava la sua vita in bianco e nero e come una magia ecco la mia bambina, il chiaro segno che la mia nonna non voleva più vedermi piangere e mi ha mandato il suo regalo più grande per non farmi più sentire sola. Quando a settembre arriverà il mio nipotino penserò alla nonna Margherita che ci ha lasciato un anno fa, ritornando poi con il fiocco azzurro. Le nonne creano legami, famiglie e hanno un amore che nessuno riesce a pareggiare, se non è grazie a loro che oggi siamo qui, a chi dobbiamo dire grazie?”

Mi rendo conto che era un pò troppo pensare di riuscire a leggere in relax questa mini letterina, volevo gridare forte il loro nome per farlo risuonare tra i muri della chiesa, per farmi accompagnare sempre dalla loro presenza. Non sono riuscita. Una cosa so fare abbastanza bene, ed è scrivere, perciò eccomi qui ad utilizzare i miei mezzi standard per poter portare a termine quello iniziato e non finito ieri.

Noi tre fratelli, abbiamo avuto la fortuna grandissima di poter crescere all’interno di una casa con la stufa accesa, con il profumo delle torte appena fatte, delle lasagne e del pomodoro fresco. Abbiamo guardato le nonne tirare la pasta, stirarci i vestiti, lasciarci giocare in mezzo al fienile. Abbiamo conosciuto le nostre nonne, che erano già nonne a 50 anni, coi bigodini in testa e il grembiule sempre addosso, loro che amavano gli animali, curavano il loro cagnolino o gattino e ci insegnavano la cura delle cose, la passione e la tranquillità di una vita abitudinaria senza pensare a costruirci per essere accettati da questa società. Più di tutto ricordo le loro mani, già nodose e affaticate quando io ero bambina, perchè loro lavoravano tantissimo, instancabili, cucinavano, lavavano, curavano i nipoti, la campagna, la casa, ed erano felici.

Il Natale con queste nonne era una festa calda, nel loro focolare materno, erano le nonne di tutti, erano accoglienza, coccole e lenzuola profumate dove andavamo a nasconderci.

Care nonne, ieri non sono riuscita a parlare di voi come mi ero immaginata, “sei troppo emotiva, devi imparare a controllarti” mi dicevano, ma non è possibile controllare un sentimento forte come quello che mi avete lasciato nel cuore, quando penso a voi le lacrime mi scendono sempre, perchè il vuoto che avete lasciato è grandissimo, io ero la vostra bambina, la vostra mancanza mi ha costretto a diventare grande, quel grande che perde la fiducia in certe magie, in certi profumi che senza nonne non esistono più”.

“Nonna, mamma e figlia, che nel tempo si mescolano, cambiano i ruoli ma rimane il rapporto viscerale. Si perché il legame più forte con loro è stato l’ultimo, quando sono diventate le bambine fragili da accudire, mangiate da una malattia infame, ma pur sempre le mie nonne”. Questo è anche per la mia amica Fra e la sua nonna Maria.

Eternamente con me, in un legame viscerale.

Fede.

“Non voglio criticarti, lo dico per il tuo bene”.

… pensa se mi voleva male cosa mi diceva!

La canzone di J-Ax “Assenzio ” dice una frase che rispecchia perfettamente l’argomento di cui vorrei parlare, “in mezzo ad una folla di voci che acclama avere un radar e sentire solo quella solitaria che infama”, perché in mezzo a tante belle parole e persone che ci sostengono, tendiamo a dare più peso a quella voce da sola in lontananza che ci offende e ci vuole distruggere?

Parlavo la settimana scorsa con una mia amica conosciuta proprio grazie alla piattaforma di WordPress dove scriviamo entrambe, nel corso degli ultimi mesi abbiamo notevolmente aumentato il cerchio di utenti che ci leggono e ci lasciano piacevoli feedback positivi, tra tanti c’è sempre qualcuno che ci porta uno strascico di cattiveria, che ci trasmette “male”, dice che valiamo poco. Ma perché diamo così peso a queste voci? Perché ci si sofferma di più sull’odio e la rabbia anziché riempirci di soddisfazioni con gli incoraggiamenti che ci arrivano?

Sarà forse una mia impressione, ma il male si sparge a macchia d’olio, incredibile come basti poco per scatenare una rabbia repressa che non si sa bene dove sia stata nascosta. Le vibrazioni negative vengono trasmesse in modo velocissimo come un’infezione che non si riesce ad arginare, trovando terreno fertile in persone magari più fragili che vengono massacrate dalle frustrazioni del mittente. Si perché per la maggior parte parliamo di persone nocive alimentate da tanto odio che la vita ha reso rabbiose, nascoste in disparte, pronte ad alzare la voce non appena fai un passo falso. I miei preferiti sono quelli che si mettono il vestito da cappuccetto rosso ma che sotto sono in realtà dei lupi mannari.. ti criticano ferocemente e concludono con: “vedi tu eh? io lo dico per il tuo bene”. Le classiche critiche travestite da consigli (il più delle volte mai richiesti).

Indubbiamente l’arrivo dei social mette in piazza la nostra vita privata, o meglio, chi come me li utilizza in maniera piuttosto frequente, sceglie anche cosa mettere in evidenza della propria vita. Le conseguenze non tardano ad arrivare, molte persone mi leggono ed apprezzano i miei lavori, la mia vita, la mia bambina, ma altrettante no. Arrivano tante critiche anche, alcune accettabili devo dire, si perché se fatte davvero con scopo di critica costruttiva possono fare bene; sono quelle fatte solo per annientarti che diventano deleterie, fatte per ferire, rimpicciolire, bullizzare, spaventare, denigrare. Perché? Cercare di riversare l’odio contro un’altra persona che apparentemente non si conosce troppo bene, cosa porta?

Io credo che chi lo fa cerchi di far sentire il destinatario allo stesso suo modo, chi trasmette odio è una persona sofferente, rabbiosa, insoddisfatta, alla perenne ricerca di qualcosa che cerca nella distruzione altrui, pensando che disintegrare chi sta di fronte sia una forma di riscatto nei confronti della vita. Queste persone vanno aiutate sicuramente perché combattono una guerra con loro stessi fatta di odio soprattutto verso la loro persona, stanno insultando se stessi ma non lo sanno. Io ho conosciuto da poco questa nuova forma di odio, le prime volte ammetto di averci sofferto, non riuscivo a capire cosa avesse scatenato reazioni di questo genere. Poi la luce, ho semplicemente pensato di premere il tasto blocca. Capisco non sia una scelta troppo matura, ma non credo ci sia modo di avere un confronto con chi si comporta così. L’incitamento all’odio non è fatto con lo scopo di un confronto maturo quindi non ne vale la pena.

L’indifferenza è la forma di risposta più consona, questi soggetti trovano carica e voglia di continuare quando vedono che riescono a colpirci, basta poco, ignorare è la strada giusta. Non è facile, persone fragili, troppo giovani, insicure, manipolabili possono cadere in un baratro che toglie il respiro, stiamo attenti alle osservazioni che facciamo, specialmente se non richieste. Se non siamo d’accordo con qualcuno, facciamo una cosa intelligente, smettiamo di seguire o guardare la sua vita sui social, spegniamo il telefono e andiamo a fare altro. Coltiviamo interessi che vadano oltre il mondo del web, e ve lo dico io che ci vivo e ci lavoro dentro!

Questo è il mio modesto pensiero sulla “cybercattiveria”, poi ci sono invece le persone a noi vicine, che ci conosco bene, e amano criticarci specialmente dietro le nostre spalle, ma questo è tutto un altro mondo e in tanti abbiamo questo brutto vizio, chi più e chi meno. In questo caso non basta bloccare l’utente, qui il veleno alle volte scorre nelle vene a tal punto da uccidere rapporti, allora io semplicemente cambio strada e lascio che il singolo si ritrovi nella sua solitudine contando sulle dita della mano chi è rimasto ed è riuscito a sopravvivere ai suoi morsi velenosi. Io di morsi ne ho davvero tanti e ammetto in tutta onestà che spesso mi sono difesa lasciando a mia volta il segno, la delusione è una forte sofferenza ma una grandissima scuola.

“Smetti di piangere come le femminucce”

Ero nel reparto neonati con la mia bambina in braccio, stavo cercando un bel vestitino rosso da mettere a Natale, dalla corsia davanti sento un papà dire al figlio: “Andrea smettila di piangere non sei una femminuccia!”, Andrea continua a piangere e il papà: “Non ti vergogni? sono le bambine che piangono, tu sei una bambina? smettila dai”. Non sono riuscita a tacere, sono passata davanti ad Andrea con la mia bambina in braccio, mi sono fermata e ho detto: “Vedi Fiamma tu sei nata femmina, sei molto fortunata perché puoi piangere tutte le volte che vuoi, mentre loro, i maschietti, non possono”, il papà di Andrea resta muto e io e la mia bambina proseguiamo il nostro giro. Cosa vuol dire “sono le bambine che piangono?” È un difetto di fabbrica forse? L’uomo è forte, coraggioso, valoroso, la donna invece il sesso debole lacrimevole?

“Piangere è da bambine immature”. Ricordo il mio esame di maturità, avevo fatto degli scritti quasi perfetti, ma all’orale dopo aver esposto tutta la mia tesina qualcosa è andato storto e sono scoppiata in un pianto interminabile, una forma di liberazione di fine tensione. Finito l’orale il mio professore d’italiano sgancia il carico pesante: “E’ un peccato quel pianto finale, purtroppo qualche punto ti verrà tolto, sai si chiama esame di maturità e oggi ci hai mostrato che sei ancora immatura sotto certi aspetti”. La mia valutazione finale è stata frutto di 5 anni di studio e 5 minuti di lacrime che hanno rovinosamente diminuito il mio voto.

Chi sono le persone che solitamente piangono? I bambini, le persone troppo emotive, troppo impulsive, che provano rabbia, ansia, angoscia, frustrazione, impotenza, sconfitta, sofferenza, solitudine, sconforto, ingiustizia, è così necessario imparare a dominare queste sensazioni e imporsi di non lasciarle uscire? Questo ci hanno insegnato, bisogna reagire in modo “maturo”. Qualcuno sa dirmi come sarebbe il modo maturo? Io personalmente no.

Un giorno ho assistito ad un litigio fra un collega e il nostro capo, terminato il tutto io avrei pianto come una fontana, il mio collega invece ha preso la prima cosa che ha trovato e l’ha lanciata contro il muro dicendo poi una serie di santi accompagnati da varie altre caratteristiche. Mi sono chiesta: è forse questo il modus operandi delle persone adulte? cioè è meglio la sua reazione “maschile” rispetto alle mie “lacrime da femminuccia”? Lasciatemi dire che se non ci avessero insegnato che piangono solo le donne probabilmente oggi il mondo sarebbe meno pieno di gente con il porto d’armi che si ammazza. Sfogarsi con un pianto è una terapia che ci aiuta a liberare le nostre sofferenze.

Ho passato quasi 30 anni della mia vita a piangere nascosta nella mia cameretta, nella campagna di casa, dietro al fienile della nonna, poi crescendo piangevo a scuola nei bagni, proseguendo poi sul lavoro sempre rigorosamente nascosta nel bagno. La nostra società ci ha insegnato che piangere è qualcosa di imbarazzante, chi lo fa è di conseguenza debole e fragile ecco perché viene additato come sbagliato. Mi è capitato mille volte di avere un impeto di rabbia incontrollabile e la prima cosa che di riflesso facevo era riempirmi gli occhi di lacrime e vergognarmi a morte. Quante volte mi sono sentita frustrata e messa da parte sul lavoro per qualche scelta maschile, e ho pianto tantissimo. Ecco che i miei superiori mi facevano notare proprio come questo mio atteggiamento mi stesse rovinando “sei troppo emotiva vedi? Piangere dimostra che non sei pronta per quel lavoro”.

Non piangere e tenere tutto dentro per quasi 30 anni mi ha causato in ordine cronologico questi disturbi:

  • gastrite cronica,
  • attacchi di panico,
  • herpes ovunque,
  • pressione alta,
  • fame compulsiva,
  • periodi di digiuno,
  • insonnia,
  • depressione,
  • mal di schiena,

Inutile dire quanti specialisti ho frequentato per poter guarire da ogni male, ma questa storia ve l’ho già raccontata nell’articolo precedente, che è strettamente collegato a questo. Lo “scoppione” di gennaio che mi ha portato al ricovero ospedaliero mi ha insegnato che se non lascio fluire tutte le sensazioni che ho rischio di distruggermi fisicamente. Ecco che ho iniziato a dedicarmi due volte a settimana ai miei pianti liberatori. Ne parlavo in questi giorni nelle storie di IG (instagram), piango come esercizio settimanale per svuotarmi ed essere più serena.

Come? Ho scelto le “canzoni per piangere”, metto le cuffie e parto per la mia passeggiata in mezzo al nulla, le canzoni sono tristi e mi fanno scendere le lacrime, piano piano. Ripenso ai giorni in cui mi hanno detto troppe volte di non farlo, e penso soprattutto a chi me lo diceva. Solitamente uomini adulti che con prepotenza si prendevano una posizione di supremazia e dominio nei miei confronti, ed io, giovane e ingenua, lo accettavo perché ero una ragazza impreparata, mentre loro erano uomini che avevano il mondo in pugno. Le loro parole mi hanno fatto sentire sbagliata, fuori posto, fuori luogo, indifesa, piccola, debole, fragile.. mi dispiace tanto per la Federica di allora. La Federica di adesso andrebbe da lei ad abbracciarla forte dicendole che non c’è niente di male, il solo male sono le persone che ci fatto sentire così, per dominarci, manipolarci e farci credere che non andremo da nessuna parte così emotivamente instabili. Invece sono arrivata fino a qui, dove un sacco di donne mi leggono e mi ringraziano per farle sentire bene, normali, queste donne sono tante federiche che si sono sentite indifese, e io sono qui per loro. Mentre invece a tutti quelli che mi hanno guardato con aria compassionevole mentre cadeva una lacrima vorrei dire solo questo: fanculo, il mondo sta cambiando, noi donne stiamo cambiando, non siete più voi a far le regole.

Noi siamo veramente molto fortunate perchè possiamo piangere senza temere di essere chiamate “femminucce” siamo nate così, e spero che tutte voi femminucce la fuori parliate con i vostri bambini spiegando l’importanza delle lacrime, più sane e umane di un pugno, un’imprecazione o una violenza. Insegnamo ai nostri bambini che piangere è umano.

Ho scelto come immagine una frase di una delle mie scrittrici inglesi preferite, Charlotte Bronte, inviatami da Alessandra relativamente all’argomento pianto. Per chi ne avesse bisogno ecco la traduzione: “Piangere non significa essere deboli, fin dalla nascita sta ad indicare che siamo vivi”.

Ho smesso di avere fretta.

“Avrei bisogno di una giornata di 48 ore per fare tutto, in 24 è quasi impossibile”. La mia vita è circa così: sveglia ore 7, vestiti preparati il giorno prima con accessori e scarpe giuste, capelli curati (lisci o mossi, mai lasciati da soli o liberi di essere), trucco partendo dalla skin care fino al rossetto, unghie colorate e si parte con la mia borsa piena di agende (almeno 3), il tutto in 30 minuti di orologio.

Ore 7.30 colazione al bar con due o tre persone con cui inizi anche a dire qualche battuta perché le vedi ogni giorno, poi via subito in ufficio. Lavoro in modo frenetico, sono una donna e sono multitasking, si perché più fai adesso e meno fai dopo, il mio scopo è alzarmi dalla scrivania sapendo che il giorno dopo mi porterò il meno possibile. Nella vita ci vuole fretta, bisogna fare tanto e avere il fiato corto anche da sedute.

Ore 17 via di corsa e pronti per il fitness, si va in ciclabile (sole, pioggia, vento, freddo o neve), doccia veloce, appuntamenti vari con: estetista, osteopata, naturopata, riflessologia plantare, yoga, cena volante e poi un’ora di meditazione forzata per buttare fuori la negativà perchè non riesco mai a dormire (ma dai?). Si va a letto alle 23.30 circa, ma in media dormo intorno alle 2, e se il nervosismo non mi da tregua inizio a pulire il bagno.

I miei compagni di viaggio fissi sono: l’ansia, il fiato corto, panico, angoscia, paura di avere paura, paura di non avere tempo, appuntamenti spesso concomitanti, e tanti tanti soldi per tutti i miei cari specialisti che avevo bisogno di vedere per “stare bene”. Dedichiamo un paio di righe a questi specialisti.. che hanno un incasso solido anche grazie ai nostri stili di vita che ci spremono fino all’ultima goccia; “Fede hai bisogno di vivere nel qui e ora, smetti di organizzarti la vita”.. grazie (ci starebbe bene un’emoticon di whatsapp la faccina con occhi — e bocca __ mi capite?) Ognuno di loro mi prepara la “pozione magica” per drenare, dormire meglio, depurare il fegato, aiutare i reni, rilassare il cuore, lo zenzero, le bacche, i fiori, gli integratori ecc.. io compro tutto.

Per qualche motivo a me ignoto, in mezzo a questo casino di appuntamenti e doveri resto anche incinta, incredibilmente la mia testa va in slow motion immediato, come per difendere quella bambina dalla fretta divoratrice della mamma e così mi passano tutti i disturbi per cui mi stavo curando. Nasce la bimba e le ostetriche mi aiutano ad alimentare nuovamente la fretta, deve assolutamente arrivare il latte. Purtroppo arriva tardi, lei perde troppo peso e di conseguenza non veniamo dimesse il giorno promesso. Finalmente ci portano il primo latte artificiale, la bambina per la prima volta dopo tre giorni non piange e dorme beata, ma io inizio a sentirmi poco bene, sono agitata, nervosa. Mi scoppia la testa, il mio battito cardiaco è troppo alto, chiamano il medico di turno perché sto per perdere i sensi, poi ricordo poco.. solo che mi hanno sedato e portato via la bambina, avevo la pressione 120/180 e un pensiero solo: la mia bambina non mangiava da tre giorni. Vengo dimessa qualche giorno dopo con allattamento misto e ragadi sanguinanti, un calvario. Questo mio stato confusionale scatena mille ansie assopite da tempo, e nei tre mesi successivi dalla nascita la pressione del sangue peggiora fino ad un secondo ricovero ospedaliero.

Siamo ai primi di gennaio e mi portano in ospedale con una forte aritmia e pressione di nuovo alta, resto una notte dentro da sola con i miei pensieri: devo stirare, devo pulire, devo dare il latte alla bambina, devo riprendermi perché il mio corpo ancora porta i segni del parto, perché sono ancora in questo stato? Vengo dimessa il giorno dopo con 7 pastiglie per cuore e pressione. Arrivo a casa e corro dalla mia bimba che ha dormito tutta notte, appena la vedo mi sorride e restiamo insieme nel letto a farci le coccole. Da quel giorno prendo la decisione migliore: basta allattamento al seno. Dopo un mese la pressione inizia a scendermi.

Arriva il Covid e non mi lasciano più avere avere fretta. Non posso più correre in palestra, in ciclabile, dal parrucchiere, dall’estetista, da tutti gli specialisti, basta dormite ad intermittenza perché al mattino “dobbiamo andare”, basta, mi devo fermare. La quarantena non rispetta i miei ritmi, e così mi sono fermata, insieme alla mia bambina. Ci siamo coccolate fino a diventare invincibili insieme, tanto che oggi 1 giugno le pastiglie che prendo sono 1 soltanto, dimostrazione che la fretta mi stava uccidendo.

Si la mia malattia è la fretta e non voglio insegnare a mia figlia che correre ed essere multitasking è il modo giusto per essere riconosciute come “brava”, distruggersi fisicamente per ottenere risultati appaganti? Ma possiamo dirlo veramente? Ma dove stiamo correndo ce lo siamo chiesti? Ci siamo dati uno scopo nella vita? Io dopo quella notte in ospedale mi sono promessa serenità, vivere di corsa non è un preludio di qualcosa di bello che arriverà, è solamente una distruzione che porta all’annientamento. E per favore non banalizziamo questo articolo dicendo “fare figli ti cambia la vita”, no, io stavo rischiando di esplodere per il mio stile di vita multitasking.

Non è avere figli che cambia la vita, nel mio caso è stata la paura di rovinarsi la saluta concretizzata, la paura di non fermare la mia testa perché pensava troppe cose insieme, la paura della notte che mi teneva sveglia troppe ore, la depressione post parto che ha invaso i primi mesi con la mia bambina ma che, tramite il campanello d’allarme della pressione alta, mi ha spinta a chiedere aiuto in tempo. Probabilmente è stato proprio l’arrivo del figlio che ha peggiorato la mia situazione di salute al punto “giusto” per potermi salvare in tempo. Sono le mie nonne che dall’alto mi hanno mandato questa meraviglia di bambina, per salvare una nipote troppo severa con se stessa che si sente sempre in debito con la vita e con il mondo.

Facciamo tesoro della pace che abbiamo sentito in quarantena, ricordiamoci di lei quando ci sentiamo soffocare. Sono convinta che sia stato un modo per dire a tutto il genere umano che stiamo correndo troppo senza una meta.