Odio piangere di fronte a chi mi ha fatto incazzare.

C’è qualcuno che come me soffre di questa sindrome disastrosa e fastidiosa? Quelli che durante la discussione della vita, con tutte le carte vincenti, pronti per andare a meta, si trovano all’apice dell’incazzatura e, anziché dare il colpo di grazia, si trasformano in bambini capricciosi iniziando a piangere con singhiozzi e il naso rosso? Dio che fastidio, come dice una delle canzoni su Spotify che sto ascoltando in questi giorni.

Mi immagino la scena vista da fuori, suona come una grandissima sconfitta, l’avversario di turno vince inesorabilmente guardandomi riversa nelle mie lacrime indifesa. I suoi pensieri in testa quali potrebbero essere?

  • “Ma guardala immatura e ancora bambina che non riesce a gestire una conversazione”,
  • “la solita donna emotiva”,
  • “ha finito gli argomenti e quindi piange”,
  • “è una donna troppo fragile”,
  • E il peggiore di tutti credo sia: “ecco l’ho fatta piangere, ho vinto”.

La realtà, amici che mi fate piangere, è ben diversa, esiste questa categoria sfigata a cui appartengo con tutti i meriti, di persone così incazzate che, anziché riempirvi di mazzate (perché il dialogo non ha più senso), anziché urlarvi contro le peggio parole disponibili nei vocabolari, si spengono e stringendo i pugni, iniziano a piangere.

Andando sempre più nello specifico, solitamente quando capita a me, sto discutendo con una persona che si trova su un pianeta diverso dal mio, difficile quindi comprenderci. L’avversario superclassico è un uomo, purtroppo, con l’atteggiamento di chi mi sta sbeffeggiando, sorride intenerito di fronte ai miei sforzi di farmi capire invano. Lui mi guarda e prova tenerezza verso questa donna (che sarei io) con la piangina facile, un’escalation di toni di voce dove lui mi sovrasta e io capisco che non si può battere un avversario a chi grida di più.

Vi racconto di questo collega, ormai non so dire quanti anni siano passati dal fatto, io ero piuttosto giovane e impetuosa come sempre, lui un uomo molto frustrato e amareggiato dalla vita. Discutevamo spesso, e la mia promozione (se così possiamo chiamarla, direi più un martirio), l’aveva molto infastidito. All’ultima discussione, perché poi non ci siamo più rivolti parola, ha osato avvicinarsi a 5 cm dal mio naso e con gli occhi rabbiosi mi dice: “sei ridicola, tu questo lavoro non sei in grado di farlo e lo sai bene”. Eccole che arrivano, le lacrime iniziano a scendere da sole, che fastidio e lui rincara la dose: “ecco vedi, questa è la differenza tra me e te”. Nei giorni successivi, probabilmente deve essergli apparsa in sogno la Madonna che lo ha illuminato d’immenso, eccolo che torna e inizia a dirmi come lo abbia fatto riflettere vedermi piangere, aveva superato il limite concesso e si scusava tanto. La mia risposta è stata breve “No adesso basta”. La frase sul mio pianto che lo aveva fatto riflettere era ancora peggio del fatto che io avessi pianto! Lui era il capitano dell’Enterprise, l’uomo alfa, io ero una bambina piccola, bisognosa di coccole, affetto, tenerezza e modi dolci, il rischio era di farmi piangere ancora.

Come te lo spiego caro ex collega che io piango perché sono incazzata e incapace di parlare la tua lingua per spiegarti le mie ragioni? Come posso farti capire che il pianto è la risposta al tuo essere ottuso e incapace? Il mio pianto rappresenta la tua inettitudine ed io, delusa ancora dal genere umano che, non vede mai oltre il proprio naso, piango per la sconfitta che anche tu infliggi al mondo.

Non sempre tutto si risolve così facilmente, ci sono stati momenti in cui ho pensato di aver pianto davanti a lui perché la frase “sei ridicola, questo lavoro non lo sai fare”, non era altro che le stesse parole che io mi ripetevo tutte le mattine. Il suo sguardo violento e quelle parole mi sembrano come la mia parte cattiva che riflessa nello specchio mi parlava e mi diceva quanto poco mi stimavo, quanto poco mi davo valore e quanto poco attribuivo valore al mio lavoro. Argomento già trattato lo so, ma i disagi sono uno incatenato nell’altro, io non mi sentivo abbastanza e il mio pianto per quella frase era perché mi ero ritrovata allo specchio, io non mi sentivo in grado di fare quel lavoro e la mia autodifesa era sempre l’attacco.

Per completezza, oggi so che quel lavoro lo sapevo fare e molto bene anche, l’acquisto di autostima e fiducia nelle mie capacità mi sta aiutando a piangere meno, allo stesso tempo rendermi conto che spesso il mio pianto è veramente la risposta alla chiusura mentale di chi mi sta di fronte è confortante, ascoltiamo quel bambino che abbiamo dentro quando piange per farsi sentire, cerchiamo di capire cosa vuole dirci.

Ricordiamoci anche dei poteri benefici del pianto:

  • È liberatorio, ci permette di non tenere tutto dentro e farci venire ulcere,
  • È uno sfogo, stiamo esternando un disagio, ascoltiamoci,
  • Da quando piango tanto ho smesso di soffrire di mal di stomaco,
  • Piangere è una pulizia, lasciamo andare quello che non ci fa bene.

Piccola nota per i nostri amici maschietti: POTETE PIANGERE ANCHE VOI SENZA SENTIRVI MENO UOMINI DOMINANTI CHE DETENGONO IL CONTROLLO.

Piccola nota extra per il prossimo che mi farà piangere (perché lo so che ci sarà): il mio pianto non è la tua vittoria, ma la tua sconfitta, piango perché ogni forma di umana tolleranza, con te, non ha dato risultati.

Fedy_On_The_Blog.

8 pensieri su “Odio piangere di fronte a chi mi ha fatto incazzare.

  1. LatteScaduto ha detto:

    Grazie a dio (o a me stesso) molto di rado arrivo a certi livelli di rabbia nei rapporti con le persone.
    Quelle poche volte che mi è capitato è stato un….uno sfogo per aver trattenuto pugni, sberle e calci nel culo.
    Certe volte… meglio piangere che finire dai carabinieri e poi dover anche pagare risarcimenti.
    Per quanto riguarda il piangere in genere sono certo che sia molto terapeutico e anch’io vorrei essere capace di piangere come una fontana, ma non riesco.
    Non è per orgoglio maschile, bensì per una mia tendenza a non avere emozioni fortissime… cioè io tipicamente mi rattristo e

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    • LatteScaduto ha detto:

      Mi è partito l’invio.
      Dicevo: mi rattristo e resto “passivo”. Provo come una sorta di delusione e l’affronto con un un’atteggiamento di sopportazione passiva.
      Anche di fronte a disgrazie e lutti ho provato…. come se la vita mi avesse deluso. Destino avverso, Dio che non mi vuole bene.
      E così sono rimasto lì impassibile con lo sguardo spento.
      Ecco: resto spento, ma senza piangere.
      Ma questo allunga la sofferenza, il lutto, mentre sarebbe molto meglio un fortissimo e devastante pianto.
      Ma non riesco 😦

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  2. Enza Graziano ha detto:

    Chapeau per la tua presa di coscienza: hai saputo analizzare le ragioni del tuo pianto e non è semplice. Purtroppo non credo che il tuo interlocutore ci arrivi. Se ti può consolare io ho la lacrima moooooolto facile ma non sono mai stata capace di capire fino in fondo il perché del pianto in una determinata situazione.
    Grazie per le riflessioni suscitate.

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