Molestie – il processo alle intenzioni, ma di chi?

In perfetta connessione con il mio articolo precedente (https://wordpress.com/post/fedyontheblog.com/781), approdiamo in questo nuovo tema, ancora troppo poco conosciuto e poco RICONOSCIUTO.

Ho talmente tante cose da dire in merito alle molestie che, per non creare confusione al lettore, ho dovuto farmi schemi, ordinare le “sotto tematiche” e cercare di incastrare tutto.

Partiamo dalle basi, la definizione secondo la Treccani: (https://www.treccani.it/vocabolario/molestia): sensazione incresciosa di pena, di tormento, di incomodo, di disagio, di irritazione, provocata da persone o cose e in genere da tutto ciò che produce un turbamento del benessere fisico o della tranquillità spirituale, nel link annesso potete leggerla al completo.

Qualcosa che provoca turbamento, disagio nel benessere altrui, in effetti detta così credo di essere stata anch’io una molestatrice nella mia vita, ed infatti è così. La molestia generalizzata viene vissuta da tantissime persone in tantissimi ambiti, quello che interessa a noi però si chiama MOLESTIA DI GENERE, inflitta da un uomo su una donna.

La teoria che voglio spiegare non è semplice nella mia testa, figuriamo scriverla in modo comprensibile, cercate di seguirmi ok? Iniziamo dicendo che in situazioni di molestie ci sarà sempre un agente (chi compie la molestia) cioè il molestatore, è un soggetto subente (chi la subisce) la vittima, ma l’ago della bilancia è l’intenzione. Essendoci due soggetti ci saranno due punti di vista e due emozioni differenti. Il molestatore può agire intenzionalmente (ed ecco l’aggravante del gesto), oppure può discolparsi dicendo che non era intenzionato a farlo e scusarsi risolvendo la situazione, (ovviamente deve trattarsi di un fatto increscioso che sia dato dalla casualità). La vittima in quanto tale ha subito molestie, intenzionali o meno, quindi ha tutto il diritto di sentirsi a disagio, ma se l’atto è stato intenzionale qui si va nel penale, sempre che come tale venga riconosciuto (…)

Quanti uomini incriminati di molestie non sono stati neanche minimamente processati perché “no ma non era sua intenzione dai”, e quante donne invece sono state accusate perché “si ma tu onestamente ricordi di averlo provocato in qualche modo?”, diciamo che sperare nella coscienza pulita del molestatore è come dichiararsi delle donne bugiarde che hanno esagerato nella reazione.

Ora però vi propongo due esempi di molestie, il primo non intenzionale, il secondo si, poi trarremo insieme le conclusioni dovute:

  1. Sto camminando da sola, passa un uomo in macchina che, abbassando il finestrino emette una specie di fischio, immediatamente mi sento a disagio e gli faccio il dito medio, lui risponde: “maleducata, volevo solo farti un complimento”. Io ho sentito un disagio, quindi siamo entrati nella fase molestia (che ci piaccia o no è così). Lui voleva molestarmi? Immagino di no, ha solo lasciato che i suoi ormoni goliardici prendessero il sopravvento come fanno i babbuini su National Geographic; chi fa il verso più acuto riuscirà ad accoppiarsi per primo (e mi scuso coi babbuini per questo paragone). Cosa intendeva fare quindi? Il suo fischio voleva SOLO farmi capire che mi trova sessualmente attraente.
    1. PRIMA DOMANDA: dovrei sentirmi lusingata? Forse perché viviamo in una società che ci insegna giorno dopo giorno come le donne debbano essere belle e sensuali per valere qualcosa? Come se fosse uno dei requisiti basic per essere notate dal mondo?
    2. SECONDA DOMANDA: alla luce di quanto sopra, posso sentirmi autorizzata ad alzare il dito medio? Sono infastidita dal suo atteggiamento animale e rispondo a tono, perché divento maleducata ai suoi occhi?

Ecco forse come prima cosa fondamentale dovremmo spiegare alla comunità dei babbuini che i loro richiami non hanno l’effetto che speravano su di noi, anzi. Io ho parlato con uno di questi “babbuini” uno dei più intelligenti però, il quale mi ha risposto: “Fede, guarda che a noi non frega molto di che reazione potete avere, tanto vi lamentereste comunque”. SIPARIO.

2. Caso del molestatore che lo fa intenzionalmente intenzionalmente, in questo caso racconterò la storia di questa ragazza che si è rivolta ad un centro antiviolenza, in anonimo perché ogni info raccolta in questi luoghi è assolutamente confidenziale e purtroppo anche perché attualmente la ragazza lavora ancora nel posto incriminato. Ecco si ho già spoilerato che si tratta di molestie su luogo di lavoro, ma che strano vero? Non succede mai! La vittima: lavora in ufficio, è separata, ha una figlia piccola, l’ex marito disoccupato che non partecipa al mantenimento della bimba (anzi era arrivato a chiedere aiuti economici a lei perché lui non lavora, ma questa è un’altra storia), aggiungo anche che è straniera (n.d.a. il classico maschio medio italiano direbbe: beh allora considerando che è separata, ha figli ed è straniera dovrebbe già essere contenta di lavorare). Il molestatore: è uno dei dirigenti, ha circa 20 anni in più di lei, è un lurido maiale (scusa maiale per il paragone) e ha un debole per le donne, tutte, è sposato ma, ha detta sua, ha all’attivo diverse relazioni extra coniugali di cui ne fa continuamente vanto. Cosa fa il nostro caro dirigente molestatore? Semplice, le invia messaggi e foto che fanno veramente vomitare, foto di lui non molto vestito (tra l’altro un uomo poco gradevole alla vista), messaggi in orari notturni con tutta una serie di espressioni colorite su cosa vorrebbe fare alla nostra vittima. Lei inizialmente ne ha parlato con il suo responsabile (dirigente al pari del porco maniaco), il quale ridendo ha risposto: “si sai che lui è un po’ così”, ma si è comunque preoccupato di ammonire il colpevole che indovinate come si è giustificato? Dicendo che la vittima gli avrebbe lasciato intendere altro, cioè che gradiva, per fortuna però i suoi messaggi si sono fermati. In azienda sono tutti sereni perché la situazione si è risolta giusto? Lei non riceve più messaggi, gli è stato chiesto di non far denuncia dato che ha bisogno di lavorare, lei ha accettato in nome dello stipendio che riceve per mantenere la figlia. Il molestatore per paura di venir additato come il maniaco dell’azienda si è preoccupato di dare a tutti una versione che lo tutelasse, quindi nonostante lei fosse stata in rispettoso silenzio, ha scoperto dopo qualche settimana che i colleghi non le parlavano più perché lei aveva infangato il buon nome del dirigente X, si anche le colleghe donne.

Conclusioni da trarre?

  • la prima lampante è che in entrambi i casi ci sono due vittime che si sono sentite molestate, che si sono sentite a disagio e che nonostante abbiano alzato la mano per farlo notare non hanno risolto molto, questo è molto sconfortante,
  • nel primo caso la vittima sa per certo che nella vita incontrerà ancora uno dei tanti babbuini che urlano per strada,
  • nel secondo caso la vittima sa che il dirigente non ha imparato nulla da questa situazione anzi, la sua richiesta di aiuto l’ha portata a venir emarginata e a sentirsi a disagio ogni giorno sul lavoro, perché gli occhi di quell’uomo sono ancora sempre puntati su di lei,
  • entrambi i molestatori esercitano un potere sulle vittime, questa è una caratteristica comune in ogni situazione di violenza infatti; il molestatore ha una posizione dominante, detiene il potere e riesce ad aver in pugno sempre la vittima (in senso figurato e non). Chi subisce invece si ritrova sempre con una grande delusione, un senso di impotenza e la sensazione di non poter mai aver giustizia.

Onestamente vi dico che nella vita ho subito anch’io molestie, non importa molto se fossero o meno intenzionali, io mi sono sentita a DISAGIO, mi sono sentita SPORCA, ho avuto paura. Il mondo in cui viviamo non ci fa stare serene, alzar la mano e dire “mi sono sentita molestata” corrisponde quasi sempre ad una domanda: “Si ma tu cos’hai fatto? Hai un atteggiamento che spesso può essere frainteso”. Si perché il processo alle intenzioni non viene fatto ai molestatori, ma delle vittime, siamo noi che veniamo messe sotto accusa per capire cos’abbiamo fatto, che atteggiamenti avevamo, come eravamo vestite per meritarci un comportamento così.

Il processo è sempre verso la vittima, fintanto che sarà questa la risposta della nostra società, come possiamo dire di ROMPERE IL SILENZIO? Come possiamo far passare il messaggio che LE MOLESTIE VANNO DENUNCIATE?

Vi dico una cosa, i centri anti violenza a supporto delle donne vi possono aiutare, lavorano con specialisti in grado di rompere questi meccanismi patriarcali e malati, psicologi, avvocati, assistenti sociali, anche responsabili della sicurezza per il lavoro, e credetemi questo è il pane per i loro denti, non lasciate che tutto vada sotto l’uscio entrando a far parte della quotidianità, rivolgetevi al centro anti violenza della vostra città e raccontate sempre tutto.

Non siamo sole in queste situazioni, tantissime donne vivono quotidianamente molestie soprattutto al lavoro, non lasciatevi convincere quando vi dicono “per così poco non avresti potuto fare molto, se avessi denunciato non avresti concluso nulla”, FALSO. Capisco sia difficile rivolgersi alle forze dell’ordine (spesso sono loro i primi a cercare di “mediare”), ecco perché insisto con i centri anti violenza, i loro specialisti sono estremamente preparati e possono aiutarvi in modo silenzioso ed efficace.

A noi tutte dico di ascoltare sempre col cuore la donna che abbiamo di fronte che ci sta chiedendo aiuto, con le parole, con lo sguardo, con le mani, con il corpo.

FERMIAMO IL SILENZIO, fermiamo la sicurezza di questi uomini che pensano di avere in pugno il nostro mondo, sono loro gli unici a doversi sentire a disagio e sporchi.

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Attente al LUPO.

La buttiamo in ridere? No, sono solo provocatoria come sempre, perché credo ancora sia una lontana utopia poter uscire serene, camminare a testa alta, guardare tutti negli occhi, sorridere senza doverci coprire, essere schive, ed evitare sguardi troppo pesanti per non sentirci prede indifese come cappuccetto rosso.

Ho pensato spesso a come mi sarei sentita uscendo di casa LIBERA, io amo camminare, passeggiare, assaporare le giornate all’aperto, la dinamica è sempre quella, quando dalla parte opposta arriva una persona (specialmente di sesso maschile), mi rendo conto che mi viene AUTOMATICO abbassare lo sguardo e non riuscire a guardarlo a mia volta, (si perché un uomo ci guarda sempre, non é detto sia per secondi fini, semplicemente lui può guardare tutti negli occhi senza difficoltà). Non sto facendo di tutta l’erba un fascio, sto solo scrivendo come la maggior parte di noi ancora si sente quando si trova da sola per strada a camminare: IN PERICOLO.

Ho approfondito l’argomento con svariate donne con cui ho contatti legati alla mia attività di volontariato volta al supporto e sostegno femminile; la maggior parte ammette di abbassare lo sguardo ogni volta che incontra un uomo, tende a chiudersi nelle spalle, coprirsi, guardare altrove, mettere gli auricolari, guardare il cellulare ecc, un’ infinità di cose per proteggersi. Alla mia domanda: “come mai abbassi lo sguardo?” le risposte sono state a dir poco esaustive e perfette rappresentanti della nostra società. Le ho potute raggruppare in macro gruppi:

  • “non sta bene guardare gli uomini negli occhi”,
  • “mi sento in imbarazzo se un uomo per strada mi guarda, mi sento come se mi stesse studiando, poi con quello che si sente in giro..”
  • “non guardo negli occhi un uomo perché poi ti fischia per strada, gridando apprezzamenti che FANNO SCHIFO, come se fossimo allo zoo”
  • la percentuale di chi mi ha risposto: “si mi sembra di tenere la testa alta”, è troppo bassa ancora, inoltre le risposte erano al condizionale, quindi non sono riuscita a capire quanto potessero essere certe.

NON STA BENE GUARDARE GLI UOMINI NEGLI OCCHI. Risposta a cui mi associo anche io, non perché sia d’accordo, ma perché avverto dentro una sensazione pudica e di vergogna. Ognuno di noi ha un carattere e una morale dettata dalla famiglia in cui è cresciuto, dal carattere che si è costruito e dalla società in cui vive. Prendendo in esame il nostro piccolo paese ed è normale che una donna su due mi risponda così, la mia cara nonna mi diceva: “Non sta bene che una ragazza guardi negli occhi un uomo quando parla, non è rispettoso”. Pur non essendo d’accordo io l’ho sempre fatto, testa bassa, schiva, timida, silenziosa, piccola, indifesa, nuda, fragile, come mi sono sempre sentita. Non ho mai avuto il coraggio di tenere la testa alta, perché “chi mi credo di essere?” Sono la prima a mettermi in posizione subordinata.

MI SENTO IN IMBARAZZO SE UN UOMO PER STRADA MI GUARDA, MI SENTO COME SE MI STESSE STUDIANDO, POI CON QUELLO CHE SI SENTE IN GIRO. Questa è forse la risposta più triste, la frase “con quello che si sente in giro” é da brividi, ma di un reale pazzesco. Cos’è che si sente in giro? LO STUPRO. E non datemi dell’esagerata, frequentando i centri anti violenza mi sono fatta una bella full immersion in questo campo, e tutti coloro che mi danno della visionaria farebbero bene a venire con me un giorno a parlare con queste donne. Lo stupro fa parte della normalità, la nostra società accetta questo comportamento, UNA DONNA SU TRE E’ VITTIMA DI STUPRO, quindi significa che la nostra società non è abbastanza punitiva verso chi si comporta così. Pensate che in Italia fino al 1996 lo stupro era considerando un REATO CONTRO LA MORALE, non contro la persona vittima, assolutamente no, solo contro la morale, perché non sta bene violentare un essere umano contro la sua volontà violandolo nel suo intimo e costringendolo ad avere rapporti, NON STA BENE. Ecco, la risposta ricevuta è legata a questo, molte donne non si sentono sicure a ricambiare uno sguardo direttamente, per paura di venire poi scambiate per disponibili, fraintese e poi incantonate fino alla violenza.

NON GUARDO NEGLI OCCHI UN UOMO PERCHE’ POI TI FISCHIA PER STRADA, GRIDANDO APPREZZAMENTI CHE FANNO SCHIFO, COME SE FOSSIMO ALLO ZOO. Risposta “meno grave” della precedente certo, ma anche questa ha il suo background molto impegnativo. Notate anche voi l’ossimoro? APPREZZAMENTI CHE FANNO SCHIFO, questa vicinanza di parole in netto contrasto fra loro? La Treccani mi dice che apprezzare significa: valutare positivamente, quindi come mai farebbero schifo?! Ragazze mie, quello di cui stiamo parlando non sono lusinghe o complimenti, SONO VERE E PROPRIE MOLESTIE VERBALI che ledono la nostra libertà di girare serene, anche in solitudine. Quante di voi indossano gli auricolari anche per evitare di sentire queste parole? Come se il problema fosse nostro, siamo noi che dobbiamo difenderci tappandoci le orecchie e facendo finta di non sentire?! Quando diventerà reato anche per noi in Italia questo atteggiamento?! Se ve lo state chiedendo la risposta é si, ci sono stati in cui questo comportamento è REATO.

Vorrei aggiungere alcune riflessioni extra, molto donne e mi inserisco anch’io, mentre si parla dell’argomento, esordiscono dicendo: “so che vi sembra strano detto da me perché sono brutta, quindi é ovvio che se un uomo mi guarda non é perché ha secondi fini, ecc..”, oppure “non so perché abbia fatto questi apprezzamenti osceni, le belle donne sono altre, non di certo io”. Allora, partiamo con ordine, non andrò ad analizzare il fatto che la maggior parte delle donne si valuta brutta e inadatta perché lo abbiamo già fatto ampiamente, quello che vorrei sottolineare è che il sentirci brutte non è una protezione verso questi uomini, o meglio, la violenza verbale o lo stupro, non sono dettate dall’esigenza di poter godere della nostra bellezza. Un ESSERE MALATO che agisce in questo modo vuole prima di tutto imporre la sua presenza e dominare su di noi, vuole possederci come il soprammobile che ha in casa e decidere di romperci quando e come vuole, non ha alcun rispetto di noi e della nostra vita, non ci riconosce come persone al suo stesso livello. Una società di persone civilizzate dovrebbe punire che si comporta così. Ho preso coscienza solo da qualche anno che la maggior parte degli stupri avviene tra le mura domestiche e quindi non vengono denunciati, violenze fatte da chi ci ha promesso amore eterno e incondizionato, la cosa peggiore è che molte donne trovano “normale” che succeda in un rapporto di coppia. Termino qui l’argomento lievemente “fuori tema” rispetto a dove sono partita, è mia intenzione dedicare molto tempo alla questione “violenza domestica”, pane per i miei denti.

Non scrivo o parlo di queste cose per diventare la paladina di nessuno, solo per mettere al corrente che ci sentiamo tutte nello stesso fango, insieme dovremmo cercare di rialzarci e riprenderci la nostra posizione di lupi tra i lupi. Per vincere battaglie così difficili bisognerebbe essere tutti femministi, anche i nostri colleghi uomini dovrebbero capire che lo schierarci tutti dalla stessa parte può sconfiggere il nemico della disuguaglianza di genere. Ricordo sempre che nel nostro cuore c’è o c’è stata una donna importante: la mamma, la figlia, la sorella, la moglie, la nonna, la zia, rendiamo migliore questo mondo, guardando oltre il nostro naso.

Testa alta e camminare, speriamo presto.

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“Facciamolo per il nostro bene”, marketing e insicurezza femminili.

E’ incredibile come un argomento tira l’altro, una settimana fa parlavamo di #bodyshaming e di come il mondo del consumismo cerchi di tenerci in pugno, promuovendo, da un lato, la bellezza naturale e, dall’altro, mostrandoci immagini di quelli che sono gli standard canonici di bellezza (a cui chiaramente non apparteniamo), mortificandoci di continuo.

Ci eravamo lasciati cercando di capire quanto eravamo disposte a stressare il nostro corpo e mente per sentirci meno sbagliate, ed eccomi qui che torno a “battere il ferro finché è caldo”.

Oggi prenderò in esame l’industria estetica, non tutta chiaramente, mi vorrei concentrare su tutte quelle aziende che, facendo leva sulle nostre insicurezze, paure, e la totale mancanza di autostima, cercando di vendere scorciatoie per la bellezza e la felicità.

Faccio subito outing in merito, non voglio fare l’ipocrita, sono una delle clienti migliori per quanto riguarda parrucchieri, estetisti, negozi di vestiti, creme, trucchi, una donna completa e piena di insicurezze che cerca di colmare con l’acquisto compulsivo di quanto detto sopra, ma non è qui voglio focalizzarmi.

Iniziamo dicendo che tutti gli agi legati al mercato dell’estetica un secolo fa ovviamente non erano disponibili, il progresso, il benessere ci ha aiutati ad esser più curati e in ordine (chi più chi meno), in funzione della richiesta del mercato, perché di questo si tratta. Come dicevo nell’articolo precedente, farci sentire brutte e il modo migliore per quest’industria di trionfare e farci diventare i clienti perfetti. Qualcosa però sta cambiando, o meglio ci sta sfuggendo di mano, secondo il mio modestissimo parere, parliamone insieme.

Sono sicura che tutte abbiamo avvertito questo “cambiamento positivo” (lo virgoletto perché credo sia solo travestito da positivo), legato a una nuova visione del corpo al richiamo del #bodypositive, avete provato a cercare questo hashtag su instagram ad esempio? Qualcuno la fuori ci sta dicendo che è tempo di smetterla di cercare la perfezione nei canoni dei social, qualcuno ci sta dicendo che è ora di far trionfare il corpo in quanto tale, che la bellezza vera è quella del nostro benessere mentale, è ora di smettere di distruggere il nostro corpo in nome di qualche regola stabilita dai mass media. La bellezza naturale deve trionfare, visi senza troppo trucco, leggeri e freschi, una bellissima utopia.

Qualcosa non mi torna e vi spiego perché. Sono molto attiva sui social sia per la mia attività di scrittrice che per quella legata al mio lavoro di marketing, e mi è impossibile non notare come vengano inviati messaggi contrastanti relativamente a noi donne specialmente:

  • vogliamo parlare di corpi naturali? bene, quante di voi tutti i giorni vengono bombardate da immagini di integratori miracolosi? Prodotti da bere e ingurgitare prima o dopo i pasti?
  • quante creme snellenti avete visto negli ultimi mesi?
  • e la dieta liquida?
  • quella del digiuno intermittente?
  • quella delle carote? o delle mele?

Il loro slogan però è molto cambiato, perché le nostre care industrie di prodotti miracolosi hanno dovuto evolversi per seguire il nuovo mood della positività. Se negli anni passati lo slogan era legato al calo rapido di peso, oggi si vende tutto usando le parole: BENESSERE, NATURALE, BIO, SALUTE MENTALE E CORPOREA, TORNARE IN FORMA FISICA E PSICHICA ecc.. Il dimagrimento non vende più come una volta, quindi cosa mi sfoderano i geni del male? Si sono spostati verso questa nuova dimensione di fiocchi ed unicorni dove i loro prodotti super naturali ci permettono di arrivare alla felicità.

Mi basta aprire Instagram per vedere come un’infinità di ragazze impegnate in questo settore, il gioco è solitamente questo, integratori, uniti a due litri d’acqua al giorno, dieta salutare e attività fisica. Voglio svelarvi un segreto: tutti i fattori sopra (tolti gli integratori) porterebbero comunque ad un calo fisico, senza bisogno di pillole.

Capiamoci, so che il lavoro è lavoro e quindi se questa nuova attività porta buoni guadagni è ovvio che la si faccia, inoltre non voglio attaccare personalmente chi svolge queste funzioni, anzi io stessa mi trovo spesso dentro al vortice di necessità all’acquisto. Le networkers sono molto brave e preparate portandoci subito ad avere la necessità di acquistare per farci sentire meglio, sia in termini di benessere che in termini di autostima perché siamo certe delle parole che dicono nonostante non le conosciamo nemmeno, e quel prodotto potrebbe essere la soluzione giusta per farci alzare col sorriso domani.

E la bellezza naturale? Non mi sono dimenticata di questo argomento! Quante volte vediamo foto con hashtag come #nofilter, #nomakeupon, #naturalbeauty quando la foto ritrae un bellissimo viso femminile con labbra carnose e fillerate, sopracciglie con trucco semipermanente, capelli raccolti in un messy bun (la classica cipolla) che richiede almeno due ore di preparazione, pelle luminosa e ciglia con extension, cosa ci sarebbe di naturale in tutto questo? Se guardo il mio viso ora è di una donna di 37 anni, con rughe di espressione marcate, molte lentiggini, macchie scure post gravidanza e occhi stanchi, mi sento legittimamente brutta perché quello che vedo allo specchio, il “mio naturale” differisce ampiamente da quello che i social vogliono inculcarmi come naturale, ecco che sento il bisogno di acquistare delle soluzioni per apparire “più sana”.

Quindi, questo “cambiamento positivo” merita di restare virgolettato, perché onestamente non ci vedo niente di buono, anni fa ci dicevano di dimagrire per essere più belle per il nostro uomo, di truccarci ed essere più femminili; oggi invece con questa nuova immagine della donna emancipata, non si può più parlare di grasso o magro, sarebbe un giudizio e la nuova donna non accetta giudizi, meglio fare appello al senso del “sano”, del “benessere”, del “naturale”, per invogliarci ad “entrare nella loro rete”.

Volete sapere cos’è che funziona veramente bene? IL MARKETING. Utilizzare la ragazza della porta accanto che SEMBRA come noi e ci dice con occhioni dolcissimi ” FACCIAMOLO PER NOI STESSE, PER IL NOSTRO BENE”, non le creme, non le spremute drenanti, non gli 80 integratori al giorno che si beve, no, niente di questo, è solo MARKETING.

Sono stronza a smantellare la rete di vendita di queste ragazze capitanate da un’azienda leader alle spalle? Aziende che promuovono la capo aerea, la capo gruppo, la team leader e sviliscono chi vende poco? Francamente me ne infischio (come diceva Clark Gable in Via col Vento), poi diciamocelo, non stanno di certo a leggere quello che scrivo io. So per certo che nella mia attività di sostegno alle donne in difficoltà sono incappata molto spesso in ragazze disperate che per “diventare più belle” si sono trovate schiave di più prodotti insieme, compromettendo la loro salute. Sicuramente questi prodotti, per essere in vendita sul mercato, non sono pericolosi, ci mancherebbe anche, il più delle volte sono totalmente inutili. Onestamente però, credo nella medicina e nella scienza, quindi affidatevi a professionisti per questi programmi e ricordatevi che, eventualmente, in farmacia potete trovare molti integratori VERAMENTE CERTIFICATI.

Nella moltitudine del mercato di queste industrie ci sono chiaramente aziende oneste, serie, che promuovo la salute, quindi non voglio puntare il dito verso nessun brand anzi, spero che chiunque mi legga del settore possa dirsi orgoglioso e soddisfatto perché l’azienda per cui lavora non è così. Il mio scopo è come sempre la denuncia di situazioni scomode, è un mezzo per raggiungere chi si sente “sbagliato” e fargli capire che non esistono pillole della felicità che con un po’ di acqua possono portarci a risultati facili, è un modo per ragionare insieme sui meccanismi spietati del consumismo e del guadagno, che certamente non hanno a cuore il nostro benessere.

Oggi voglio dirmi che: SONO CONSAPEVOLE DI ESSERE INVECCHIATA, DI AVERE UNA TAGLIA 46, DI AVER UN CORPO CHE PORTA I SEGNI DI UNA GRAVIDANZA, DELLE MIE SMAGLIATURE, DELLA MIA CELLULITE, DEI MIEI CHILI E DELLE MIE FORME. SONO CONSAPEVOLE DI POTER CAMBIARE IN MODO SALUTARE QUANDO E SE IL MIO CORPO E LA MIA MENTE LO VORRANNO, NON PERCHE’ IL MONDO ESTERNO ME LO IMPONE. SONO UNA DONNA CHE VIVE BENE NEL SUO CORPO E SI VUOLE BENE, IL MIO CORPO E’ NATURA.

Facciamolo davvero per noi stesse.

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Mi rifiuto di sacrificare la mia salute mentale per avere un corpo perfetto.

Quante volte ho già parlato di bodyshaming e quante volte lo farò ancora, sono troppe le cose da dire e ogni stimolo esterno mi provoca nuove considerazioni. Quello che andrò a scrivere oggi è il prodotto dell’articolo di Vanity Fair su Vanessa Incontrada, che mi è piaciuto moltissimo, è stato come leggere tra le righe la sua rinascita, come è riuscita ad accettarsi; sono convinta che questo abbia fatto bene a tutte noi, ma soprattutto a lei.

Lasciatemi dire però che Vanessa Incontrada è una figa pazzesca, il fatto che sia stata giudicata per il suo corpo “rotondo” la dice lunga su come va il mondo. Ogni singola donna che ha letto l’articolo ha sicuramente pensato: “Lei? e io allora?”, si perché io rispetto a lei sono un cesso a pedali, ecco. “Lei è la porta voce di una battaglia contro il bodyshaming”, ripeto: “Lei? e io allora?”. Vanity Fair ti piace vincere facile giusto? Per promuovere un messaggio importante come il #bodypositive e l’accettazione di noi stesse hai messo in copertina una donna bellissima, come mai non hai chiamato me? Forse perché ho almeno 15 kg extra rispetto a lei, capelli arruffati, occhiaie da non sonno, ceretta fatta a pezzi quando mia figlia dorme e attualmente un herpes sul labbro superiore?

Ok, dopo la mia mini polemica vorrei anche dire che comunque un passo avanti lo abbiamo fatto, anni fa un corpo bello come il suo non sarebbe mai stato messo in copertina perché non rispettoso dei canoni inflitti dallo showbiz.

Vanity Fair come tanti altri giornali sta promuovendo finalmente questa piccola rivoluzione di “nuova bellezza”, e li ringrazio, ma non mi sento meno brutta, anzi. Infatti girando pagina mi trovo poi al cospetto con la solita crema anti cellulite, quella antirughe per le neo quarantenni, la dieta liquida per perdere 5 kg in tre ore, il digiuno intermittente delle dive, il laser per eliminare i peli, vado avanti? Cioè bodypositive dove? Diciamo che l’articolo serviva per vendere giusto qualche copia a persone “rotonde” come me e farsi condividere su facebook.

Qual è il punto? Beh, il mercato dell’immagine lavora sul nostro senso dell’inadeguatezza facendo leva sul farci sentire sbagliate perché non abbiamo ancora acquistato un determinato prodotto miracoloso, deve farci sentire brutte sempre per renderci le clienti perfette, disposte a spendere qualsiasi cifra pur di aumentare la nostra autostima.

Prendiamo un qualsiasi giornale femminile e iniziamo a sfogliarlo; per essere al passo coi tempi è necessario che pubblichi e sostenga questi nuovi corpi che stanno facendo sentire la loro voce, la bellezza naturale, la ruga che ci rende diverse, ma allo stesso tempo, troveremo un’infinità di pubblicità di integratori, prodotti snellenti, modelle in taglia 38 ecc, concludendo poi con il test dello psicologo “scopri perché non ti piaci abbastanza”.

Parliamoci chiaro, al mondo non conviene liberarci dalle catene dei canoni di bellezza, il consumismo non può smettere di farci sentire brutte, ma continuare a schiavizzarci con messaggi e tenerci in pugno sgretolando la nostra autostima, così saremo impegnate a fare altro mentre gli uomini continueranno a comandare e manovrarci.

Rendere le donne indipendenti dalla loro immagine potrebbe mettere in ginocchio delle intere economie, quante siamo ad essere schiave di questo mondo? Io per prima ancora mi trovo ferma ad ascoltare networker che promuovono l’integratore di ultima generazione e sento il bisogno di comprarlo per essere “a posto con la mia coscienza”.

E’ l’insicurezza la carta vincente su cui tutto il mercato lavora, vendere la bellezza travestendola da “benessere fisico e mentale”. Non so voi ma nonostante mi sforzi di non ascoltare questi messaggi, me li sento dentro come un martello. Ho passato anni interi ad odiare il mio corpo o parti di esso, cercando di modificarmi con diete, facendo sport contro voglia e facendomi le extension ai capelli, ma quanto sono tossici questi comportamenti?

Sono TOSSICI perché ci sembra di poter essere felici solo quando saremo entrate nella taglia 42, quando i capelli saranno lunghi, quando la pancia sarà calata o le braccia toniche, senza renderci conto che la rincorsa alla felicità non avrà mai fine. Ogni qualvolta un obiettivo sarà raggiunto ecco che una nuova immagine o messaggio ci farà odiare un’altra parte ancora del nostro corpo e il circolo vizioso riprende, questa lotta non avrà mai fine.

Mettiamo di vivere in una città che non ci piace, possiamo cambiarla, ma a lungo andare non ci piacerà più neanche quella nuova, quindi vorremo cambiarla ancora e ancora. Odiare il nostro corpo può solo portarci ad essere insoddisfatti, infelici, perennemente stressati per la ricerca della tanta agognata perfezione che, immancabilmente, il mercato dell’immagine ci sposterà sempre più lontano per tenerci imbrigliati al guinzaglio dello spendere soldi.

“Mi rifiuto di sacrificare la mia salute mentale per avere il corpo perfetto”

IO SONO COME SONO.

Nel prossimo articolo vorrei parlare di quanto spendiamo per la ricerca della felicità (diete, integratori “naturali”, elisir di bellezza) e quanto siamo disposte a stressarci per arrivare a quella che sembra essere la felicità. Se avete idee o suggerimenti scrivetemi!

Musica sessista, fermiamo la violenza.

Ogni mio articolo è scatenato da una goccia che fa traboccare il mio vaso, che onestamente, credo essere diventato un bicchiere da shortino più che un vaso, questo perché la tolleranza verso certi comportamenti è sempre meno così come lo spazio che riesco a dedicargli nel mio contenitore. Oggi parleremo di musica, nello specifico di un genere musicale e alcuni “artisti” italiani che ne fanno un uso improprio.

Il mio panorama musicale è estremamente vasto, da Bruce Springsteen a Adriano Celentano, gli Articolo 31, il genere indie, il pop, reggeaton, rap, mi piace praticamente tutto, da ascoltare in funzione di come mi sento in un dato momento, ad esempio oggi, per scrivere, ho scelto il blues del delta di Chicago.

Gli “artisti” che sto mettendo sotto esame sono esplosi negli ultimi anni in Italia tra i ragazzi giovanissimi, fanno parte della scena rap, hip hop e trap, genere musicale a me molto caro specialmente quando sto correndo in ciclabile e ho bisogno di qualcosa che carichi.

Facciamo un breve tuffo nel passato, quando ho iniziato a sentire i primi ritmi rap provenienti da oltre oceano, negli Stati Uniti ero una giovane ragazza di 13 anni. Uno degli esponenti più importanti della musica rap americana è stato Tupac (parlo di lui perché il mio preferito, difficile poterlo imitare).https://it.wikipedia.org/wiki/Tupac_Shakur.

La sua musica “parlata” era usata come denuncia della vita che lui e i suoi “fratelli” afroamericani vivevano. Era principalmente “musica nera”, cantata dalla loro minoranza che parlava di razzismo, povertà, guerra tra gang, sparatorie, criminalità, prostitute, ragazzi giovanissimi che per guadagnare qualche soldo si buttavano nella malavita e nel commercio della droga, insomma la realtà dei primi anni novanta per la “sua gente”. La musica poi lo ha arricchito e reso famoso ma la rivalità tra gang ha avuto la meglio, infatti alla giovane età di 25 anni è stato ucciso. Artisti come lui hanno influenzato molto il resto del mondo e anche nella nostra piccola realtà ecco emergere le canzoni parlate di Jovanotti e gli Articolo 31, ovviamente con un altro spirito, tematiche diverse e ricche di contenuti.

Questa intro ci aiuta a capire le origini di questo genere musicale e, come sia stato poi trasformato oggi nel nostro paese. In Italia infatti il numero di artisti che si destreggia tra questi generi musicali è sempre maggiore, con testi arrabbiati, che anziché mettere in musica serenate rap (perchè di quella ce n’è una sola), scrivono di cattiverie subite, emarginazione, sogni non realizzati. Non tutti però hanno temi impegnati purtroppo, anzi.

Alcuni di questi infatti, mettendosi sulla falsa riga di artisti importanti che hanno risollevato la loro vita con la musica, si sentono autorizzati a scrivere testi carichi d’odio nei confronti delle donne. Questo genere musicale è stato una rivoluzione per far sentire la voce di chi per troppo tempo è stato messo a tacere in quanto “minoranza”, mentre alcuni dei nostri rapper italiani sostengono che cantare con il linguaggio di strada sia la chiave del successo. In questo linguaggio sono inclusi termini come “troia”, “puttanta” ecc, insulti sessisti che sappiamo bene esistere in versione femminile soltanto.

Non è mia intenzione scrivere o citare alcuno dei loro testi, credo siano già abbastanza pubblicizzati. Siamo nel 2020, il numero dei femminicidi in Italia è altissimo, combattiamo il patriarcato e il maschilismo e mentre sono ferma al semaforo sento passare per radio una “canzone” di questo genere?

E’ davvero questo il messaggio che si vuole passare alle generazioni che stanno ascoltando la canzone? Non ci sono altri argomenti a disposizione per questi “artisti”? Oppure la scelta di utilizzare tutto questo sessismo è in nome del successo? Per vendere di più? Beh, se questa fosse la ragione, lasciatemi dire che ci troviamo di fronte ad una pochezza inaudita.

Parte di questo articolo verrà utilizzato da un centro antiviolenza nel veronese, pertanto mi sono documentata a dovere prima di scrivere, scoprendo anche che ci sono artisti come Ghali (Good Times, canzone super trasmessa quest’estate) che si sono fatti portavoce di una campagna contro l’uso smodato di parole violente verso le donne. Ghali è un rapper italiano ma di origine tunisina, un caso? Non direi, in diverse sue interviste parla di come sia stato discriminato ed emarginato, sentendosi “diverso” o parte di una minoranza. Ecco che esperienze come queste ti cambiano, ti rendono migliore, insegnandoti ad essere più rispettoso verso l’altro.

Mi verrebbe molto facile etichettare questi artisti dai poveri contenuti, nello stesso modo in cui loro ci hanno etichettato, ma non è combattendoli personalmente che risolverò il problema della violenza contro le donne purtroppo. Vorrei piuttosto farli ragionare sull’importanza dei messaggi che lanciano ai più giovani che amano ascoltarli, quanto pesano le parole che utilizzano e come possono essere percepiti da chi non è pronto. Vorrei portarli con me in un centro anti violenza per un giorno, dar loro modo di incontrare donne che vivono nell’ombra per non essere trovate dall’ex marito, altre che sono vive per miracolo, e altre ancora che, per paura di perdere i figli, restano nella casa con il loro carnefice, con botte e violenza continua.

“E’ solo una canzone, sai quante parolacce sentono in casa questi ragazzi?”, certo che lo so, per tante famiglie vivere in mezzo alla violenza è una normalità, sentirla però passare anche nelle canzoni è come renderla lecita e accettata, come autorizzarne l’esistenza e la convivenza. La prossima vittima potrebbe essere vostra figlia, mamma, sorella, una donna importante della vostra vita, riflettete sul male che trasmettete nelle vostre parole. La vostra influenza mediatica sui più giovani potrebbe essere usata proprio per lanciare messaggi contro la discriminazione e la violenza, fatevi portavoce del cambiamento per un futuro migliore.

Fermiamo la violenza anche con la musica.

Sostenere una donna solo perché è donna è l’equivalente di un autogol.

Mi sono decisa a parlarne, una volta per tutte, per spiegare il mio punto di vista relativamente al supportarsi tra donne e il fare squadra. E’ uno dei punti su cui la corrente femminista fa leva da sempre per poter distruggere il patriarcato e chiaramente sono a favore.

Ciò non toglie che non sono d’accordo nel sostenere qualsiasi donna a prescindere, quante volte mi sono sentita dire la frase: “ma proprio tu parli così che fai la femminista?!” con quel sorriso di sfida; bene cari signori, adesso ascoltate quello che ho da dire perché lo farò per l’ultima volta.

Inizio il mio fiume di parole dicendo che mi trovo “costretta” a scriverlo qui sul blog perché nessuna persona, dopo avermi detto quella frase inutile, si è mai fermata ad ascoltare veramente la mia risposta. Se ne escono con questa battuta da uomo alfa, per poi chiaramente ridere e non prendere sul serio minimamente il mio tentativo di ribattere.

Questa osservazione mi è stata fatta perché mi sono espressa in disaccordo verso una ragazza e le sue opinioni, ogni essere umano ha delle idee, dei valori e in quel momento io ero completamente contro quanto lei stesse dicendo. Uno dei valori per me fondamentali è l’umiltà in tutti i campi della vita, non si è mai finito di imparare quindi non posso accettare che qualcuno parli e interagisca con altri “dall’alto” della sua sapienza, specialmente se questa sapienza non è dimostrata. Sono femminista certo, ma questo atteggiamento che tende a rimpicciolire gli altri non mi appartiene e lo combatto, non potrò mai sostenere una donna che cerca di affermarsi schiacciando le altre persone. Donne e uomini devono rispettare regole per convivere nella nostra società, rispettarsi tra loro e sostenersi.

Mi faccio molte domande sempre, per capirmi e studiare le mie reazioni, dargli un nome e capire certi malesseri da dove partono. Inizialmente mi sono ritrovata a pensare che tutta questa rabbia che sentivo nei confronti di alcune donne fosse invidia, per un attimo le ho viste forti perché urlavano e cercavano di essere “dominanti” in questa veste da attacca brighe. L’invidia è un sentimento ancora peggio di chi cerca di affermarsi con frusta e bastoni e onestamente dopo tante tante analisi su di me posso dire che proprio non mi appartiene. Il mio rifiuto verso chi non possiede alcuna forma di umiltà è dato dalla mia etica, dai miei ideali, una persona che è nel giusto e ha grandi capacità si può affermare e crescere senza schiacciare gli altri.

Femminismo non è sorellanza a tutti i costi, una donna che per farsi rispettare usa la voce alta, la cattiveria, l’indifferenza non potrà mai essere meritevole di sostegno da parte mia. Possiamo arrivare tutte in alto e raggiungere i nostri obiettivi senza bisogno di schiacciare qualcuno, questo è sostegno, tutto il resto non può far parte del mondo femminista, non può esistere femminismo senza rispetto dell’altro.

Lasciatemi dire anche un’ultima cosa, chi cerca di affermarsi usando l’attacco non è altro che un insicuro che cerca di mascherare la sua inadeguatezza, impreparazione, incapacità difendendosi in questo modo, pensando che la violenza verbale possa colmare la totale inettitudine che avverte. Tante donne specialmente nel mondo del lavoro sono così, questo grazie al patriarcato che ci insegna sempre che siamo inadatte, inferiori e incapaci rispetto ai nostri colleghi uomini; per sentirci al loro pari lavoriamo il doppio, facciamo dieci cose allo stesso tempo oppure diventiamo aggressive e cattive per difendere il “nostro territorio” da altre belve feroci che potrebbero scavalcarci.

Essere femminista e supportare le nostre sorelle significa:

  • fiducia: iniziamo a pensare che nessuna donna vuole “rubarci” il posto che con tanta fatica ci siamo guadagnate, lei lavora con noi, non contro di noi,
  • sostegno: incoraggiamo le nostre amiche, colleghe, sorelle, donne in generale, ricordandogli tutti i loro punti di forza che per tanti anni ci hanno convinto fossero DIFETTI,
  • empatia: mettiamoci nei panni dell’altro, l’attacco non è la risposta giusta anzi, allontana chi ci sta vicino,
  • collaborazione: si lavora insieme per arrivare ad un obiettivo di gruppo, “siamo state brave” perché lo abbiamo fatto insieme,
  • l’invidia è un sentimento genuino alle volte che può stimolarci a fare meglio, ma attenzione, c’è chi lo userà e lo manipolerà per stimolarci a lavorare di più, per sfruttarci, chiamandolo ambizione; quando diventa un sentimento negativo correte ai ripari,

“Proprio tu parli così che fai la femminista?!” “Sostenere una donna solo perché è donna trattandola coi guanti significherebbe assecondare lo stereotipo che hanno creato quelli come te, e ascoltami quando parlo”.

We rise by lifting others.

Vi lascio con questa immagine, e vi traduco le bellissime parole all’interno:

“E quando arrivi dove volevi arrivare guardati intorno e aiuta anche lei, c’è stato un tempo non troppo lontano in cui lei era te”

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Mamma sotto esame.

In queste ultime giornate più che mai, sto vivendo quello che definirei: “l’esame di terza media per diventare mamma basic”, al quale mi sono presentata completamente impreparata, di fronte ad un numero imprecisato di professori della vita che sanno sempre di cosa può aver bisogno mia figlia.. a differenza mia, non oso immaginare come mi faranno sentire quando dovrò fare l’esame di maturità o la specialistica!

Seguo da sempre una pagina su FB “MammeDiMerda”, la pagina giusta per sentirsi mamme normali, anche quando ti fanno notare che tua figlia ha un livido in fronte o è piena di punture di zanzare perchè TU, mamma, ti sei dimenticata per l’ennesima volta di darle l’autan. Questa pagina, da sempre in mio soccorso nei momenti di affanno, è diventata pian piano un movimento vero e proprio di denuncia soprattutto in questo periodo di incertezze scolastiche dove si sta totalmente calpestando il sacro diritto dei bambini di essere sereni. https://www.mammadimerda.it/

Terminato l’intro, inizio ad addentrarmi nella mia lamentela quotidiana, ho deciso di scriverci su perché è la mia panacea di tutti i miei mali, mi evita implosioni interne o il bisogno di sfogare la cifra imprecisata di vaffanculo che mi sento sulla punta della lingua ogni volta che mi imbatto in questi guru di disciplina, e non da ultimo, queste righe possono essere una forma di solidarietà tra mamme.

Ieri ne parlavo su IG, in uno dei miei tanti monologhi, e con mio grandissimo piacere, ho ricevuto moltissimi messaggi da tante altre “mammediM” come me, plurigiudicate per il modo in cui gestiscono i loro figli. Il filo conduttore di tutti i messaggi era uno “tutti si sentono in diritto di esprimere il loro prezioso parere NON RICHIESTO”.

La solidarietà tra mamme non perfette è la cosa che più mi ha aiutato nei momenti in cui analizzavo le mie capacità, contestualizzando il momento e soprattutto imparando che mamma e figlio crescono e si sviluppano insieme.

“Lo dico per aiutarti” è una grandissima bugia, hai solo bisogno di sentirti migliore, diciamolo dai! Per chi volesse aiutare una mamma ecco un breve elenco di cose da poter fare:

  • portare una teglia di lasagne già fatta,
  • lasciare privacy alla famiglia nella gestione dei figli senza invadenza,
  • prendere e portarsi a casa la cesta dei vestiti da stirare,
  • portare la mamma a bere una birra,
  • portare la mamma a fare shopping o qualsiasi attività a lei piaccia,
  • alleggerirle le giornate senza puntualizzare con osservazioni
  • VADO AVANTI O SONO SUFFICIENTI COME AIUTI UMANITARI?!

Il dare consigli non richiesti è una forma di giudizio mettiamocelo in testa una volta per tutte, inoltre si va a ledere l’autostima della mamma e la sua fiducia (i primi tempi), dopodiché lei sarà più che autorizzata nel caricarvi di parolacce, in quel caso, vi prego di non fare gli offesi. Le mamme sono in grado di ascoltare i propri figli non solo con le orecchie, ma con il cuore, con il contatto, con il profumo, con gli occhi, la connessione tra i due va oltre ogni forma di “aiuto” esterno se così si può chiamare.

Il mio sfogo ai limiti delle parolacce è chiaramente legato ad un piccolo diverbio avuto di recente con “conoscenti” che intendevano impartirmi delle ripetizioni per non essere bocciata al famoso esame citato sopra, dicendomi che “se non inizi ora poi sarà un problema”. Non mi impegno oltre scrivendo di cosa si stava parlando dato che, non può esistere una teoria assoluta sul fare il genitore, pertanto, non venitemi a parlare del “breviario standard per fare la mamma”.

Detto questo, sono certa che, ogni genitore me compresa, viva mettendosi in discussione ogni giorno, questo grazie alle funzionalità della nostra scatola cranica, ecco perché non necessitiamo di un team di esperti che venga a farci la snag list di quello che andrebbe cambiato.

Apritevi un canale su YouTube se avete così bisogno di spargere il vostro KnowHow da genitori modello, lasciando noi liberi di sbagliare, grazie.

La figlia è mia, comando io.

Pace e Amore.

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Odio piangere di fronte a chi mi ha fatto incazzare.

C’è qualcuno che come me soffre di questa sindrome disastrosa e fastidiosa? Quelli che durante la discussione della vita, con tutte le carte vincenti, pronti per andare a meta, si trovano all’apice dell’incazzatura e, anziché dare il colpo di grazia, si trasformano in bambini capricciosi iniziando a piangere con singhiozzi e il naso rosso? Dio che fastidio, come dice una delle canzoni su Spotify che sto ascoltando in questi giorni.

Mi immagino la scena vista da fuori, suona come una grandissima sconfitta, l’avversario di turno vince inesorabilmente guardandomi riversa nelle mie lacrime indifesa. I suoi pensieri in testa quali potrebbero essere?

  • “Ma guardala immatura e ancora bambina che non riesce a gestire una conversazione”,
  • “la solita donna emotiva”,
  • “ha finito gli argomenti e quindi piange”,
  • “è una donna troppo fragile”,
  • E il peggiore di tutti credo sia: “ecco l’ho fatta piangere, ho vinto”.

La realtà, amici che mi fate piangere, è ben diversa, esiste questa categoria sfigata a cui appartengo con tutti i meriti, di persone così incazzate che, anziché riempirvi di mazzate (perché il dialogo non ha più senso), anziché urlarvi contro le peggio parole disponibili nei vocabolari, si spengono e stringendo i pugni, iniziano a piangere.

Andando sempre più nello specifico, solitamente quando capita a me, sto discutendo con una persona che si trova su un pianeta diverso dal mio, difficile quindi comprenderci. L’avversario superclassico è un uomo, purtroppo, con l’atteggiamento di chi mi sta sbeffeggiando, sorride intenerito di fronte ai miei sforzi di farmi capire invano. Lui mi guarda e prova tenerezza verso questa donna (che sarei io) con la piangina facile, un’escalation di toni di voce dove lui mi sovrasta e io capisco che non si può battere un avversario a chi grida di più.

Vi racconto di questo collega, ormai non so dire quanti anni siano passati dal fatto, io ero piuttosto giovane e impetuosa come sempre, lui un uomo molto frustrato e amareggiato dalla vita. Discutevamo spesso, e la mia promozione (se così possiamo chiamarla, direi più un martirio), l’aveva molto infastidito. All’ultima discussione, perché poi non ci siamo più rivolti parola, ha osato avvicinarsi a 5 cm dal mio naso e con gli occhi rabbiosi mi dice: “sei ridicola, tu questo lavoro non sei in grado di farlo e lo sai bene”. Eccole che arrivano, le lacrime iniziano a scendere da sole, che fastidio e lui rincara la dose: “ecco vedi, questa è la differenza tra me e te”. Nei giorni successivi, probabilmente deve essergli apparsa in sogno la Madonna che lo ha illuminato d’immenso, eccolo che torna e inizia a dirmi come lo abbia fatto riflettere vedermi piangere, aveva superato il limite concesso e si scusava tanto. La mia risposta è stata breve “No adesso basta”. La frase sul mio pianto che lo aveva fatto riflettere era ancora peggio del fatto che io avessi pianto! Lui era il capitano dell’Enterprise, l’uomo alfa, io ero una bambina piccola, bisognosa di coccole, affetto, tenerezza e modi dolci, il rischio era di farmi piangere ancora.

Come te lo spiego caro ex collega che io piango perché sono incazzata e incapace di parlare la tua lingua per spiegarti le mie ragioni? Come posso farti capire che il pianto è la risposta al tuo essere ottuso e incapace? Il mio pianto rappresenta la tua inettitudine ed io, delusa ancora dal genere umano che, non vede mai oltre il proprio naso, piango per la sconfitta che anche tu infliggi al mondo.

Non sempre tutto si risolve così facilmente, ci sono stati momenti in cui ho pensato di aver pianto davanti a lui perché la frase “sei ridicola, questo lavoro non lo sai fare”, non era altro che le stesse parole che io mi ripetevo tutte le mattine. Il suo sguardo violento e quelle parole mi sembrano come la mia parte cattiva che riflessa nello specchio mi parlava e mi diceva quanto poco mi stimavo, quanto poco mi davo valore e quanto poco attribuivo valore al mio lavoro. Argomento già trattato lo so, ma i disagi sono uno incatenato nell’altro, io non mi sentivo abbastanza e il mio pianto per quella frase era perché mi ero ritrovata allo specchio, io non mi sentivo in grado di fare quel lavoro e la mia autodifesa era sempre l’attacco.

Per completezza, oggi so che quel lavoro lo sapevo fare e molto bene anche, l’acquisto di autostima e fiducia nelle mie capacità mi sta aiutando a piangere meno, allo stesso tempo rendermi conto che spesso il mio pianto è veramente la risposta alla chiusura mentale di chi mi sta di fronte è confortante, ascoltiamo quel bambino che abbiamo dentro quando piange per farsi sentire, cerchiamo di capire cosa vuole dirci.

Ricordiamoci anche dei poteri benefici del pianto:

  • È liberatorio, ci permette di non tenere tutto dentro e farci venire ulcere,
  • È uno sfogo, stiamo esternando un disagio, ascoltiamoci,
  • Da quando piango tanto ho smesso di soffrire di mal di stomaco,
  • Piangere è una pulizia, lasciamo andare quello che non ci fa bene.

Piccola nota per i nostri amici maschietti: POTETE PIANGERE ANCHE VOI SENZA SENTIRVI MENO UOMINI DOMINANTI CHE DETENGONO IL CONTROLLO.

Piccola nota extra per il prossimo che mi farà piangere (perché lo so che ci sarà): il mio pianto non è la tua vittoria, ma la tua sconfitta, piango perché ogni forma di umana tolleranza, con te, non ha dato risultati.

Fedy_On_The_Blog.

Ciao Filippo.

Ciao Filippo, ben arrivato.. com’è stato il viaggio? Sono la zia Fede, qui a casa ad aspettarti perché con questo Covid purtroppo non possiamo venire a trovarvi, il papà è sul divano che dorme dopo queste giornate intense, e la mamma ci sta mandando un sacco di foto col tuo faccino stupendo.

Sei arrivato alle 10.15, dopo tre giorni piuttosto tosti della mamma direi. Lei è stata molto brava, perché oltre alla pesantezza fisica ci si è messa anche quella mentale di questo parto che non partiva (scusa il gioco di parole), di contrazioni e centimetri che non arrivavano, induzioni e tracciati.. insomma cose che solo una mamma speciale può fare per il suo bambino.

Si dice che noi donne siamo programmate per farlo, ma è una frase un pò di circostanza, la verità è che ci vuole una grandissima forza per poter riuscire a creare la vita e devi ricordartelo sempre, la tua mamma portala nel cuore, lei sarà la risposta alle tue mille domande.

Adesso inizia una nuova vita per voi, tutto girerà intorno a te, spesso la notte si dormirà poco, la mamma salterà il pranzo o la cena perché le passa l’orario, si dimenticherà di lavarsi i capelli o farsi la doccia, ma per fortuna vicino a lei ci sarà un bravissimo papà, mi raccomando aiutali e insegnagli i tuoi ritmi con dolcezza.

Una mattina, vi sveglierete insieme e tutto sarà incastrato bene, ci saranno i vostri sorrisi appena svegli, le tue bave sul cuscino (come tua cugina), i tuoi mini denti che inizieranno a farsi vedere e i tuoi occhioni grandi che cercheranno quelli della mamma, i tuoi ritmi saranno diventati i vostri e nessuno farà più troppa fatica a capire come cambiare il pannolino.

Sei nato nella parte del mondo fortunato, in una famiglia fortunata e serena, con un cagnolino, tanti zii e zie, nonni e una cuginetta che non vede l’ora di conoscerti.

Buona vita Filippo, noi ti aspettiamo a casa 💙🏠.

E se poi te ne penti?

Nella vita ci si può pentire di ogni scelta anche di essersi svegliati al mattino. Chiaramente ci sono scelte che possono essere rivedute e altre invece che non danno scampo, ma anche questo dipende solo da noi. Personalmente mi sono pentita di tantissime cose, la prima che mi salta in mente è l’indirizzo di studi alle superiori, ho scelto di non saltare su vari treni emozionanti, perché la staticità mi rasserena, mi sono pentita di aver fatto i passi sbagliati con certe persone e di aver speso gran parte dei miei soldi in borse firmate.

Ma se potessi tornare indietro cosa eviterei? probabilmente niente perchè in quel preciso momento la scelta che ho fatto mi andava bene. Motivo per cui proseguo sulla mia strada. Alla luce di questo sorrido quando nomino il prossimo tatuaggio, perché la domanda è immediata. Ci sono persone che vivono con uomini violenti, figli mai voluti, anziani abbandonati in case “di cura”, vite spaccate a metà, lavori che malediciamo ogni giorno, mariti e mogli che non si parlano da anni e pensate davvero che il problema sia se tra dieci anni dovessi pentirmi dell’ennesimo tatuaggio? Un tatuaggio è per me uno stato d’animo che in quel preciso momento voleva essere ricordato, ma nel caso in cui un giorno dovessi guardarmi e pensare “quando mai!” beh lo inserirò nella mia lista dei rimorsi.

LA MIA FRIDA. Terminato l’intro del mio testo vorrei ora dedicarmi al soggetto che ho scelto di colorarmi addosso. Ho già detto spesso di sentirmi un animo irrequieto, specialmente da quando giro sempre con un quadernino nella borsa e annoto ogni singolo pensiero che in testa, lo faccio per svilupparli non appena ho tempo per non perdere il flusso. Nel marasma di idee che viaggiano dentro di me ci sono anche i disegni, quelli da fare sulla mia pelle. Non sempre possibili, dato che ho immagini così vaste che non basterebbe tutto l’epidermide che ho in corpo, ma impegnandomi trovo sempre il modo per rappresentare un mio valore in disegno.

Ho il bisogno di tatuarmi anche come forma di “ribellione” verso una vita obbligatoria che ci impone la società, rispetto ogni forma di regola sociale, ma mi pesa, e quindi mi coloro addosso qualcosa per esternare un pensiero h24. Qualsiasi sia il disegno deve avere un significato, deve avere la possibilità di esprimere qualcosa.

Ne volevo uno che rappresentasse questo nuovo cammino di donna “nuda” di fronte al mondo, che ha perso ogni forma di vergogna verso i suoi punti deboli, che lotta contro il patriarcato manipolatore e una società malata, volevo un simbolo di rivoluzione rosa.

Ho diverse icone femminili che mi hanno contagiato, influenzato nella scelta di temi e pensieri e io ho pensato a lei: una donna tormentata, contro la società infangata del tempo, rivoluzionaria e irrequieta più di me, una donna che ha stravolto gli equilibri di un’arte pura e serena, infranto gli stereotipi malati che ci vengono da sempre etichettati addosso. Ogni sua opera gridava dolore e rabbia contro una vita che non gliene ha risparmiata una, lei dipingeva la sua realtà, dipingeva sé stessa “perché sono il soggetto che conosco meglio” diceva. Ecco che ho trovato il mio animo intrecciato nel suo, io scrivo delle mie realtà e le dipingo con lo stesso dolore che usava lei.

Frida, nasce a Coyoacan nel 1907, la Casa Azul è oggi il suo più grande museo. Soffre da sempre, fin da bambina affronta grossi problemi di salute che verranno messi a dura prova quando a 18 anni resta coinvolta in un incidente stradale dove la sua colonna vertebrale si spezza a metà. Seguiranno 32 operazioni, porterà il busto per il resto della sua vita, ogni gravidanza verrà bruscamente interrotta e per far fronte al dolore fisico lancinante utilizzerà varie miscele di farmaci e droghe.

E’ durante gli anni di degenza post incidente che inizia a dipingere i suoi innumerevoli autoritratti, dove mischiava il suo corpo, la sua malattia, il suo dolore con i colori dei costumi messicani.

La sua vita è tormentata anche a livello sentimentale, si sposa con Diego Rivera un artista del tempo che resta prima di tutto colpito dai suoi lavori, il loro amore tossico e i suoi tradimenti la spingono al divorzio, ma come ogni forma di droga, questo amore malato la richiamava sempre a lui.

E’ il suo aspetto fisico che mi fa impazzire, dentro vive una sofferenza nera che la divora, ma fuori è sempre adornata di colori, di abiti messicani, di rossetto e la sua bellezza non è mai stata messa in dubbio nonostante il monociglio e il baffetto nero, che va citato perché lei stessa se li dipingeva.

Frida è anche un’attivista politica figlia della rivoluzione messicana del 1910, un’icona per noi donne combattive e femministe, instancabile nonostante il suo corpo spesso l’abbandonasse. Muore giovanissima nel 1953, ma negli ultimi suoi anni di vita vedrà le sue opere esposte in importanti mostre a lei dedicate.

Questo breve excursus per dire che si il mio prossimo tatuaggio sarà lei, la sua corona di fiori colorata e le sue sopracciglia nere, sarà il simbolo di questo mio cambiamento e scontro verso il mondo patriarcale in cui viviamo.

“Pensavano che anche io fossi una surrealista, ma non lo sono mai stata. Ho sempre dipinto la mia realtà, non i miei sogni” (Frida Kahlo, Time Magazine – “Mexican Autobiography” 27 aprile 1953).

https://it.wikipedia.org/wiki/Frida_Kahlo