Mamma sotto esame.

In queste ultime giornate più che mai, sto vivendo quello che definirei: “l’esame di terza media per diventare mamma basic”, al quale mi sono presentata completamente impreparata, di fronte ad un numero imprecisato di professori della vita che sanno sempre di cosa può aver bisogno mia figlia.. a differenza mia, non oso immaginare come mi faranno sentire quando dovrò fare l’esame di maturità o la specialistica!

Seguo da sempre una pagina su FB “MammeDiMerda”, la pagina giusta per sentirsi mamme normali, anche quando ti fanno notare che tua figlia ha un livido in fronte o è piena di punture di zanzare perchè TU, mamma, ti sei dimenticata per l’ennesima volta di darle l’autan. Questa pagina, da sempre in mio soccorso nei momenti di affanno, è diventata pian piano un movimento vero e proprio di denuncia soprattutto in questo periodo di incertezze scolastiche dove si sta totalmente calpestando il sacro diritto dei bambini di essere sereni. https://www.mammadimerda.it/

Terminato l’intro, inizio ad addentrarmi nella mia lamentela quotidiana, ho deciso di scriverci su perché è la mia panacea di tutti i miei mali, mi evita implosioni interne o il bisogno di sfogare la cifra imprecisata di vaffanculo che mi sento sulla punta della lingua ogni volta che mi imbatto in questi guru di disciplina, e non da ultimo, queste righe possono essere una forma di solidarietà tra mamme.

Ieri ne parlavo su IG, in uno dei miei tanti monologhi, e con mio grandissimo piacere, ho ricevuto moltissimi messaggi da tante altre “mammediM” come me, plurigiudicate per il modo in cui gestiscono i loro figli. Il filo conduttore di tutti i messaggi era uno “tutti si sentono in diritto di esprimere il loro prezioso parere NON RICHIESTO”.

La solidarietà tra mamme non perfette è la cosa che più mi ha aiutato nei momenti in cui analizzavo le mie capacità, contestualizzando il momento e soprattutto imparando che mamma e figlio crescono e si sviluppano insieme.

“Lo dico per aiutarti” è una grandissima bugia, hai solo bisogno di sentirti migliore, diciamolo dai! Per chi volesse aiutare una mamma ecco un breve elenco di cose da poter fare:

  • portare una teglia di lasagne già fatta,
  • lasciare privacy alla famiglia nella gestione dei figli senza invadenza,
  • prendere e portarsi a casa la cesta dei vestiti da stirare,
  • portare la mamma a bere una birra,
  • portare la mamma a fare shopping o qualsiasi attività a lei piaccia,
  • alleggerirle le giornate senza puntualizzare con osservazioni
  • VADO AVANTI O SONO SUFFICIENTI COME AIUTI UMANITARI?!

Il dare consigli non richiesti è una forma di giudizio mettiamocelo in testa una volta per tutte, inoltre si va a ledere l’autostima della mamma e la sua fiducia (i primi tempi), dopodiché lei sarà più che autorizzata nel caricarvi di parolacce, in quel caso, vi prego di non fare gli offesi. Le mamme sono in grado di ascoltare i propri figli non solo con le orecchie, ma con il cuore, con il contatto, con il profumo, con gli occhi, la connessione tra i due va oltre ogni forma di “aiuto” esterno se così si può chiamare.

Il mio sfogo ai limiti delle parolacce è chiaramente legato ad un piccolo diverbio avuto di recente con “conoscenti” che intendevano impartirmi delle ripetizioni per non essere bocciata al famoso esame citato sopra, dicendomi che “se non inizi ora poi sarà un problema”. Non mi impegno oltre scrivendo di cosa si stava parlando dato che, non può esistere una teoria assoluta sul fare il genitore, pertanto, non venitemi a parlare del “breviario standard per fare la mamma”.

Detto questo, sono certa che, ogni genitore me compresa, viva mettendosi in discussione ogni giorno, questo grazie alle funzionalità della nostra scatola cranica, ecco perché non necessitiamo di un team di esperti che venga a farci la snag list di quello che andrebbe cambiato.

Apritevi un canale su YouTube se avete così bisogno di spargere il vostro KnowHow da genitori modello, lasciando noi liberi di sbagliare, grazie.

La figlia è mia, comando io.

Pace e Amore.

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Odio piangere di fronte a chi mi ha fatto incazzare.

C’è qualcuno che come me soffre di questa sindrome disastrosa e fastidiosa? Quelli che durante la discussione della vita, con tutte le carte vincenti, pronti per andare a meta, si trovano all’apice dell’incazzatura e, anziché dare il colpo di grazia, si trasformano in bambini capricciosi iniziando a piangere con singhiozzi e il naso rosso? Dio che fastidio, come dice una delle canzoni su Spotify che sto ascoltando in questi giorni.

Mi immagino la scena vista da fuori, suona come una grandissima sconfitta, l’avversario di turno vince inesorabilmente guardandomi riversa nelle mie lacrime indifesa. I suoi pensieri in testa quali potrebbero essere?

  • “Ma guardala immatura e ancora bambina che non riesce a gestire una conversazione”,
  • “la solita donna emotiva”,
  • “ha finito gli argomenti e quindi piange”,
  • “è una donna troppo fragile”,
  • E il peggiore di tutti credo sia: “ecco l’ho fatta piangere, ho vinto”.

La realtà, amici che mi fate piangere, è ben diversa, esiste questa categoria sfigata a cui appartengo con tutti i meriti, di persone così incazzate che, anziché riempirvi di mazzate (perché il dialogo non ha più senso), anziché urlarvi contro le peggio parole disponibili nei vocabolari, si spengono e stringendo i pugni, iniziano a piangere.

Andando sempre più nello specifico, solitamente quando capita a me, sto discutendo con una persona che si trova su un pianeta diverso dal mio, difficile quindi comprenderci. L’avversario superclassico è un uomo, purtroppo, con l’atteggiamento di chi mi sta sbeffeggiando, sorride intenerito di fronte ai miei sforzi di farmi capire invano. Lui mi guarda e prova tenerezza verso questa donna (che sarei io) con la piangina facile, un’escalation di toni di voce dove lui mi sovrasta e io capisco che non si può battere un avversario a chi grida di più.

Vi racconto di questo collega, ormai non so dire quanti anni siano passati dal fatto, io ero piuttosto giovane e impetuosa come sempre, lui un uomo molto frustrato e amareggiato dalla vita. Discutevamo spesso, e la mia promozione (se così possiamo chiamarla, direi più un martirio), l’aveva molto infastidito. All’ultima discussione, perché poi non ci siamo più rivolti parola, ha osato avvicinarsi a 5 cm dal mio naso e con gli occhi rabbiosi mi dice: “sei ridicola, tu questo lavoro non sei in grado di farlo e lo sai bene”. Eccole che arrivano, le lacrime iniziano a scendere da sole, che fastidio e lui rincara la dose: “ecco vedi, questa è la differenza tra me e te”. Nei giorni successivi, probabilmente deve essergli apparsa in sogno la Madonna che lo ha illuminato d’immenso, eccolo che torna e inizia a dirmi come lo abbia fatto riflettere vedermi piangere, aveva superato il limite concesso e si scusava tanto. La mia risposta è stata breve “No adesso basta”. La frase sul mio pianto che lo aveva fatto riflettere era ancora peggio del fatto che io avessi pianto! Lui era il capitano dell’Enterprise, l’uomo alfa, io ero una bambina piccola, bisognosa di coccole, affetto, tenerezza e modi dolci, il rischio era di farmi piangere ancora.

Come te lo spiego caro ex collega che io piango perché sono incazzata e incapace di parlare la tua lingua per spiegarti le mie ragioni? Come posso farti capire che il pianto è la risposta al tuo essere ottuso e incapace? Il mio pianto rappresenta la tua inettitudine ed io, delusa ancora dal genere umano che, non vede mai oltre il proprio naso, piango per la sconfitta che anche tu infliggi al mondo.

Non sempre tutto si risolve così facilmente, ci sono stati momenti in cui ho pensato di aver pianto davanti a lui perché la frase “sei ridicola, questo lavoro non lo sai fare”, non era altro che le stesse parole che io mi ripetevo tutte le mattine. Il suo sguardo violento e quelle parole mi sembrano come la mia parte cattiva che riflessa nello specchio mi parlava e mi diceva quanto poco mi stimavo, quanto poco mi davo valore e quanto poco attribuivo valore al mio lavoro. Argomento già trattato lo so, ma i disagi sono uno incatenato nell’altro, io non mi sentivo abbastanza e il mio pianto per quella frase era perché mi ero ritrovata allo specchio, io non mi sentivo in grado di fare quel lavoro e la mia autodifesa era sempre l’attacco.

Per completezza, oggi so che quel lavoro lo sapevo fare e molto bene anche, l’acquisto di autostima e fiducia nelle mie capacità mi sta aiutando a piangere meno, allo stesso tempo rendermi conto che spesso il mio pianto è veramente la risposta alla chiusura mentale di chi mi sta di fronte è confortante, ascoltiamo quel bambino che abbiamo dentro quando piange per farsi sentire, cerchiamo di capire cosa vuole dirci.

Ricordiamoci anche dei poteri benefici del pianto:

  • È liberatorio, ci permette di non tenere tutto dentro e farci venire ulcere,
  • È uno sfogo, stiamo esternando un disagio, ascoltiamoci,
  • Da quando piango tanto ho smesso di soffrire di mal di stomaco,
  • Piangere è una pulizia, lasciamo andare quello che non ci fa bene.

Piccola nota per i nostri amici maschietti: POTETE PIANGERE ANCHE VOI SENZA SENTIRVI MENO UOMINI DOMINANTI CHE DETENGONO IL CONTROLLO.

Piccola nota extra per il prossimo che mi farà piangere (perché lo so che ci sarà): il mio pianto non è la tua vittoria, ma la tua sconfitta, piango perché ogni forma di umana tolleranza, con te, non ha dato risultati.

Fedy_On_The_Blog.

Ciao Filippo.

Ciao Filippo, ben arrivato.. com’è stato il viaggio? Sono la zia Fede, qui a casa ad aspettarti perché con questo Covid purtroppo non possiamo venire a trovarvi, il papà è sul divano che dorme dopo queste giornate intense, e la mamma ci sta mandando un sacco di foto col tuo faccino stupendo.

Sei arrivato alle 10.15, dopo tre giorni piuttosto tosti della mamma direi. Lei è stata molto brava, perché oltre alla pesantezza fisica ci si è messa anche quella mentale di questo parto che non partiva (scusa il gioco di parole), di contrazioni e centimetri che non arrivavano, induzioni e tracciati.. insomma cose che solo una mamma speciale può fare per il suo bambino.

Si dice che noi donne siamo programmate per farlo, ma è una frase un pò di circostanza, la verità è che ci vuole una grandissima forza per poter riuscire a creare la vita e devi ricordartelo sempre, la tua mamma portala nel cuore, lei sarà la risposta alle tue mille domande.

Adesso inizia una nuova vita per voi, tutto girerà intorno a te, spesso la notte si dormirà poco, la mamma salterà il pranzo o la cena perché le passa l’orario, si dimenticherà di lavarsi i capelli o farsi la doccia, ma per fortuna vicino a lei ci sarà un bravissimo papà, mi raccomando aiutali e insegnagli i tuoi ritmi con dolcezza.

Una mattina, vi sveglierete insieme e tutto sarà incastrato bene, ci saranno i vostri sorrisi appena svegli, le tue bave sul cuscino (come tua cugina), i tuoi mini denti che inizieranno a farsi vedere e i tuoi occhioni grandi che cercheranno quelli della mamma, i tuoi ritmi saranno diventati i vostri e nessuno farà più troppa fatica a capire come cambiare il pannolino.

Sei nato nella parte del mondo fortunato, in una famiglia fortunata e serena, con un cagnolino, tanti zii e zie, nonni e una cuginetta che non vede l’ora di conoscerti.

Buona vita Filippo, noi ti aspettiamo a casa 💙🏠.

E se poi te ne penti?

Nella vita ci si può pentire di ogni scelta anche di essersi svegliati al mattino. Chiaramente ci sono scelte che possono essere rivedute e altre invece che non danno scampo, ma anche questo dipende solo da noi. Personalmente mi sono pentita di tantissime cose, la prima che mi salta in mente è l’indirizzo di studi alle superiori, ho scelto di non saltare su vari treni emozionanti, perché la staticità mi rasserena, mi sono pentita di aver fatto i passi sbagliati con certe persone e di aver speso gran parte dei miei soldi in borse firmate.

Ma se potessi tornare indietro cosa eviterei? probabilmente niente perchè in quel preciso momento la scelta che ho fatto mi andava bene. Motivo per cui proseguo sulla mia strada. Alla luce di questo sorrido quando nomino il prossimo tatuaggio, perché la domanda è immediata. Ci sono persone che vivono con uomini violenti, figli mai voluti, anziani abbandonati in case “di cura”, vite spaccate a metà, lavori che malediciamo ogni giorno, mariti e mogli che non si parlano da anni e pensate davvero che il problema sia se tra dieci anni dovessi pentirmi dell’ennesimo tatuaggio? Un tatuaggio è per me uno stato d’animo che in quel preciso momento voleva essere ricordato, ma nel caso in cui un giorno dovessi guardarmi e pensare “quando mai!” beh lo inserirò nella mia lista dei rimorsi.

LA MIA FRIDA. Terminato l’intro del mio testo vorrei ora dedicarmi al soggetto che ho scelto di colorarmi addosso. Ho già detto spesso di sentirmi un animo irrequieto, specialmente da quando giro sempre con un quadernino nella borsa e annoto ogni singolo pensiero che in testa, lo faccio per svilupparli non appena ho tempo per non perdere il flusso. Nel marasma di idee che viaggiano dentro di me ci sono anche i disegni, quelli da fare sulla mia pelle. Non sempre possibili, dato che ho immagini così vaste che non basterebbe tutto l’epidermide che ho in corpo, ma impegnandomi trovo sempre il modo per rappresentare un mio valore in disegno.

Ho il bisogno di tatuarmi anche come forma di “ribellione” verso una vita obbligatoria che ci impone la società, rispetto ogni forma di regola sociale, ma mi pesa, e quindi mi coloro addosso qualcosa per esternare un pensiero h24. Qualsiasi sia il disegno deve avere un significato, deve avere la possibilità di esprimere qualcosa.

Ne volevo uno che rappresentasse questo nuovo cammino di donna “nuda” di fronte al mondo, che ha perso ogni forma di vergogna verso i suoi punti deboli, che lotta contro il patriarcato manipolatore e una società malata, volevo un simbolo di rivoluzione rosa.

Ho diverse icone femminili che mi hanno contagiato, influenzato nella scelta di temi e pensieri e io ho pensato a lei: una donna tormentata, contro la società infangata del tempo, rivoluzionaria e irrequieta più di me, una donna che ha stravolto gli equilibri di un’arte pura e serena, infranto gli stereotipi malati che ci vengono da sempre etichettati addosso. Ogni sua opera gridava dolore e rabbia contro una vita che non gliene ha risparmiata una, lei dipingeva la sua realtà, dipingeva sé stessa “perché sono il soggetto che conosco meglio” diceva. Ecco che ho trovato il mio animo intrecciato nel suo, io scrivo delle mie realtà e le dipingo con lo stesso dolore che usava lei.

Frida, nasce a Coyoacan nel 1907, la Casa Azul è oggi il suo più grande museo. Soffre da sempre, fin da bambina affronta grossi problemi di salute che verranno messi a dura prova quando a 18 anni resta coinvolta in un incidente stradale dove la sua colonna vertebrale si spezza a metà. Seguiranno 32 operazioni, porterà il busto per il resto della sua vita, ogni gravidanza verrà bruscamente interrotta e per far fronte al dolore fisico lancinante utilizzerà varie miscele di farmaci e droghe.

E’ durante gli anni di degenza post incidente che inizia a dipingere i suoi innumerevoli autoritratti, dove mischiava il suo corpo, la sua malattia, il suo dolore con i colori dei costumi messicani.

La sua vita è tormentata anche a livello sentimentale, si sposa con Diego Rivera un artista del tempo che resta prima di tutto colpito dai suoi lavori, il loro amore tossico e i suoi tradimenti la spingono al divorzio, ma come ogni forma di droga, questo amore malato la richiamava sempre a lui.

E’ il suo aspetto fisico che mi fa impazzire, dentro vive una sofferenza nera che la divora, ma fuori è sempre adornata di colori, di abiti messicani, di rossetto e la sua bellezza non è mai stata messa in dubbio nonostante il monociglio e il baffetto nero, che va citato perché lei stessa se li dipingeva.

Frida è anche un’attivista politica figlia della rivoluzione messicana del 1910, un’icona per noi donne combattive e femministe, instancabile nonostante il suo corpo spesso l’abbandonasse. Muore giovanissima nel 1953, ma negli ultimi suoi anni di vita vedrà le sue opere esposte in importanti mostre a lei dedicate.

Questo breve excursus per dire che si il mio prossimo tatuaggio sarà lei, la sua corona di fiori colorata e le sue sopracciglia nere, sarà il simbolo di questo mio cambiamento e scontro verso il mondo patriarcale in cui viviamo.

“Pensavano che anche io fossi una surrealista, ma non lo sono mai stata. Ho sempre dipinto la mia realtà, non i miei sogni” (Frida Kahlo, Time Magazine – “Mexican Autobiography” 27 aprile 1953).

https://it.wikipedia.org/wiki/Frida_Kahlo

Ordine di una famiglia ottimale.

Il procedimento è quasi sempre lo stesso, parto per la mia camminata giornaliera sotto il sole cocente di agosto e anziché svuotarmi dai pensieri, mi riempio. Ieri in particolare mi arriva questa foto da una cara amica che ben conosce il mio animo infiammabile.

Non so neanche bene da cosa partire, ogni parola in questa immagine mi rimanda a una vita così chiusa e spaventosa che mi provoca subito un groppo in gola, come mi mancasse l’aria.

Sono una persona estremamente spirituale, rispetto tutte le religioni, purchè esse stesse rispettino il valore degli esseri umani. Una religione è un sentimento che lega un uomo o un gruppo di uomini ad un credo verso un’entità spirituale, una luce, un’energia, da qui separo gli atei dai religiosi. Vado spesso in chiesa riconoscendola come luogo sacro dove posso nutrire il mio bisogno di contatto con la mia spiritualità, ma lo faccio come sempre a mio modo. Ho sentito da tempo la necessità di separarmi da alcuni aspetti della nostra religione, specialmente quelli legati alla famiglia e ai ruoli sociali imposti. Ritengo che alcuni di questi dogmi siano stati creati dagli uomini per gli uomini.

Ho già parlato in articoli precedenti di come anni e anni fa, fosse la società matriarcale a guidare, (breve esempio preso da FOCUS: gli egizi, avevano la parrucca nera per elevarsi al ruolo femminile; ma potevano indossarla solo dopo aver raggiunto un certo valore morale, la perfezione, la completezza era la donna), l’arrivo dell’impero romano ha significato molto per noi, in male. L’aspetto maschile e fisico ha avuto la meglio, e sapete come? con l’utilizzo della religione. Si avete capito bene, la religione cristiana è stata da sempre utilizzata per castigare e punire le donne troppo pretenziose, relegandole in un angolo della casa, la cucina. Vogliamo riflettere sulle streghe cattive bruciate nei roghi? Donne con intelletto superiore che venivano etichettate con questo nome streghe, utilizzando l’ignoranza del volgo base per rapirle e arderle vive. Le donne intelligenti sono da sempre pericolose. Sto parlando di mille argomenti insieme lo so eh? Non me ne vogliate, la mia intenzione è quella di parlare “facile” e raccontare come il maschio ha saputo sfruttare, interpretare e mettere a suo favore i testi religiosi tanto da stravolgere la società e relegarci in fondo, togliendoci ogni mezzo che potesse renderci libere.
Detto questo, sottolineo che nessuna religione che insegna il perdono, l’accettazione e il rispetto, potrebbe mai appoggiare un’immagine come quella sopra.


Questo spot pubblicitario della “famiglia ottimale” è un estratto di una religione simile alla nostra, o quanto meno con radici uguali alla nostra. Cosa vuole trasmetterci?

Partiamo con ordine, ovviamente dal numero uno indiscusso: il Marito che con le sue braccia sovrasta sopra alla famiglia, Lui è chi DIRIGE e PROVVEDE. Subito SOTTO in posizione di subordinazione abbiamo la MOGLIE, accompagnata dai verbi docili e mansueti per una donna ben addomestica, lei CONFORTA, EDUCA, INSEGNA e, il peggiore di tutti: SI PRENDE CURA (della casa, dei figli, del marito), i figli per ultimi che devono amare e obbedire.

In questa vita basic che la religione vorrebbe farci indossare, abbiamo un marito che provvede al mantenimento familiare e quindi, portando i soldi a casa, ha il pieno diritto di comandare, gestire e pretendere dalla moglie e figli. La moglie invece, sarebbe meglio fosse poco istruita (così da non avere strane idee in testa), meglio non lavori perché cosa se ne fa lei dei soldi se già ci pensa il marito? Una donna con indipendenza economica è un pericolo, meglio sia subordinata e totalmente dipendente dal suo padrone di casa. In tutto questo bel quadretto abbiamo i figli, che vedendo questo modello, potranno crescere nel modo ottimale.

A fronte di questo ripeto: nessuna religione che parli di perdono, accettazione, rispetto può volere questo. Testi risalenti a 2020 anni fa vanno sicuramente sviluppati e adattati alla nostra realtà contemporanea, perché se prendiamo per buono tutto quello che ci dicevano gli apostoli, sarebbe bene, cari i miei uomini alfa di nostro Signore, che smetteste di bestemmiare se vostra moglie vi ha preparato la pasta col pomodoro invece delle lasagne.

Ecco dove voglio arrivare, da ormai 6 anni seguo e faccio volontariato presso enti anti violenza, per poterlo fare ho seguito corsi lunghi e faticosi, anzi direi dolorosi per la precisione. Questa gabbia dorata che gli uomini si sono cuciti addosso è spesso il covo ideale per la violenza domestica. Ruoli così marcati, definiti e subordinati provocano situazioni di violenza e silenzi continui. Sono tanti gli uomini che appena hanno figli pretendono che la moglie resti a casa ad accudire la prole, creando così questo legame di dipendenza tossica e controllo su tutto, controllo economico, fisico e mentale, poi la domenica mattina in prima fila nella chiesa del paese per ascoltare quella bella lettera agli efesini. L’uomo si sente potente, padrone di tutto anche degli esseri umani con cui vive.

Attenzione però, non sto dicendo che la religione cattolica sia la fonte della violenza di genere, ci mancherebbe, il male legato a queste scelte di vita va ben oltre e non è questo il momento per analizzarlo. Volevo solo far notare come situazioni così agli antipodi siano ben ancorate alla nostra società italiana, la bella facciata della domenica religiosa e una famiglia composta da un Capo Branco Padrone e i suoi subordinati.

Quando penso al “family day” ecco cosa mi viene in mente. I bambini, la moglie e il cane non stanno sorridendo, sono imbavagliati.

Ma è mai possibile che ci siano persone che difendono i diritti di queste famiglie rispetto alle cosiddette “famiglie arcobaleno 🌈 ”? C’è chi difende queste realtà dove i bambini vivono quotidianamente sofferenze di una mamma che piange di nascosto, mentre il papà beve o gioca alle macchinette del bar, piuttosto che incoraggiare l’amore tra persone delle stesso sesso serene. Una vita familiare così medioevale può solo portare alla vincita del nostro lato oscuro, l’insofferenza totale verso chi ci sta intorno.

Possiamo essere religiosi, tutti sul podio, tutti al primo posto, è questo che qualsiasi entità benevola vorrebbe insegnarci. Siamo tutti uguali.

“Amatevi gli uni gli altri, come io ho amato voi”, diceva, e da qui vorrei si potesse ripartire.

Chiaramente questo articolo esula dalla scelta delle donne di non andare al lavoro o di non trovarlo, di non averne bisogno o di non averne la possibilità, non traiamo le conclusioni sbagliate, quello che voglio fare emergere è che la donna dovrebbe non lavorare sulla base di questi testi religiosi per non sentire il bisogno di agghindarsi, uscire di casa o distrarsi dal suo ruolo principale: PRENDERSI CURA DI.. tutto tranne di lei.

Fedy_On_The_Blog – anche oggi temi leggeri come il pranzo di Natale 🎄

Gender pay gap – divario di stipendio tra uomo e donna

Ho ripreso il lavoro dopo più di un anno di maternità e come sempre mi faccio mille domande. Ho pensato spesso a noi, uomini e donne che ogni mattina ci alziamo e andiamo verso il nostro posto di lavoro, al ruolo che rivestiamo, il perchè siamo li, come ci siamo arrivati e soprattutto: ci siamo meritati tutti il posto che occupiamo? Possiamo dire sia grazie alla meritocrazia se siamo arrivati dove siamo? Oppure si tratta solamente di aver accettato il posto meno peggio a disposizione perché quelli migliori non era disponibili per persone come noi? E se non siamo nel posto che volevamo, possiamo guadagnarci il ruolo a cui tanto speriamo di arrivare in maniera pulita ed onesta?

Mi immagino un posto di lavoro vacante come un traguardo, con vari partecipanti in gara. Tutti i candidati si trovano ai blocchi di partenza nella stessa posizione, la corsa deve essere alla pari tanto quanto il premio finale. Per rispondere ad alcune delle mie domande esistenziali sopra, ecco che subito mi viene alla mente una campagna pubblicitaria di sensibilizzazione con immagini che danno poco spazio al “non capisco cosa voglia dire”, il titolo è: “Someone has to work harder”

La campagna dice “Same rights, same opportunities”, stessi diritti e stesse opportunità. Sono innumerevoli le immagini come questa, non perché ci siano persone visionarie al mondo che vogliono sempre mettere le femminucce nella posizione di vittime, ma perché questa è la brutale verità raccolta con statistiche e numeri alla mano.

La corsa non è alla pari, la candidata donna avrà ostacoli e pesi da portare durante la gara e, se per qualche motivo a me ignoto, dovesse arrivare prima di lui, allora il premio avrebbe un differenziale del 20,7% (valore dichiarato su una statistica comparsa sul giornale “La Repubblica”).

Cosa significa tutto questo? Facciamo un esempio pratico per capirci: io e mio fratello andiamo al bar a prendere un caffè, lui paga 1 euro e io 1,20, ma il servizio e il caffè sono gli stessi, come la mettiamo? Questo argomento va proprio a braccetto con la questione delle donne multitasking affrontata in precedenza, super produttive e meno pagate.

L’Italia è passata dal 70 al 76esimo posto nel mondo come stato con divario più ampio tra stipendio maschile e femminile (Gender Pay Gap), la donna in media guadagna € 17.900 all’anno a fronte dell’uomo che ne percepisce circa € 31.600, le donne sono più istruite degli uomini e lavorano più ore, ma il salario è inferiore del 20,7%. Non sto parlando per stereotipi, sono raccolte ISTAT. Questo significa anche che la donna avrà sempre entrate inferiori rispetto all’uomo, quindi un minor potere di acquisto in famiglia e di conseguenza una posizione sempre subordinata in termini di soldi.

STESSO RUOLO, STESSO NUMERO DI ORE MA DIVERSO STIPENDIO.

Cercherò come sempre di non polemizzare o prendermela con una figura in particolare, credo non ci sia un solo colpevole in questa cronica malattia che ci portiamo avanti da sempre, ma vorrei analizzare le “papabili” cause ancora portate avanti dai datori di lavoro per le scelte fatte.

La maternità è una delle prime, lo stereotipo per antonomasia verso una crescita di carriera femminile, in Italia infatti sono praticamente inesistenti i servizi complementari per conciliare lavoro e famiglia penalizzando chiaramente le mamme, sono tantissime le donne che dopo il primo figlio lasciano il lavoro.

La donna fa più fatica a negoziare la sua retribuzione diversi datori di lavoro infatti giudicano le donne come soggetti che, in proporzione, potrebbero lavorare meno in futuro perché si sa “i figli sono delle mamme” quindi hanno la tendenza a spingere i salari femminili verso il basso.

La donna è vista come un fattore a rischio, con l’arrivo di figli sarà sicuramente meno disponibile, quindi un elemento sacrificabile nei confronti dei colleghi uomini.

Sono sempre di più le donne cha lavorano gratis in Italia, vale a dire seguono la gestione familiare, faticando ininterrottamente per h24 senza vacanze o permessi retribuiti, per poi arrivare all’età pensionabile in miseria.

Alla luce di tutto questo abbiamo anche un articolo nella costituzione italiana (l’art. 35) che stabilisce la parità di diritti tra i sessi sul posto di lavoro, ma sapete che paghe orarie diverse significano diversità di diritti? Un elogio particolare da fare all’Islanda dove da poco è stata emanata una legge che obbliga le istituzioni pubbliche o private, aziende, banche e tutti coloro che hanno più di 25 dipendenti, alla parità di salario. A differenza nostra però, vengono effettuati controlli a tappeto con multe altissime per chi non rispetta la normativa.

Come rieducare la nostra società in questo senso? Sicuramente la cultura e la conoscienza sono fattori che aprono la mente, e il fatto che “siano più spesso al comando” gli uomini che risultano meno istruiti delle donne, fa riflettere. Il nostro male da combattere resta sempre l’italiano medio basic e ovviamente etero, che va in chiesa la domenica e poi quando torna a casa insulta la moglie perché alle 12:01 non ha ancora il suo piatto fumante di pasta alla carbonara. Siamo schiavi di preconcetti e condizionamenti che ci trasciniamo dietro da così tanti secoli che, senza rendercene conto, stiamo tramandando ai nostri figli semplicemente vivendo con noi.

In risposta a queste mie affermazioni mi sono sentita dire che esistono settori dove uomini e donne sono trattati in modo equo o addirittura le donne valgono di più. Questa scusante vale molto poco, chi guadagna di più dovrebbe essere deciso dal mercato e dell’operato del singolo, non di certo da quello che abbiamo o no nelle nostre mutande. Non ci devono essere distinzioni, punto.

Non tutte le realtà sono così, è giusto ammetterlo, io ad esempio, lavoro in “un’isola felice”, dove sono stata lasciata libera e serena durante la mia gravidanza e maternità e agevolata durante il rientro. Il divario non è presente, questo anche perché i titolari sono di ambo i sessi, quindi a livello direzionale ho sentito subito la differenza rispetto ai precedenti posti di lavoro, inoltre, caratteristica a mio avviso basilare per fare passi avanti, sono persone giovani e dinamiche, non tanto di età quanto a livello mentale.

Questo mi fa ben sperare per il futuro, lo zoccolo duro del patriarcato e quindi delle disparità potrebbe andare via via spegnendosi con il susseguirsi dei cambi generazionali, lo spero tanto, per le donne di domani.

Qui di seguito vi ho allegato un’immagine che estrapolata da Forbes, rivista che leggo sempre online perché vengono spesso pubblicate classifiche di vario genere, utili per capire come sta viaggiando il mondo. In questa che ho messo sotto (vi lascio anche il link per leggere tutto l’articolo), vengono listate le aziende con più dipendenti donne che stanno investendo sulla nostra presenza ma che allo stesso tempo hanno firmato accordi che le obbligano alla parità di salario in qualsiasi parte del mondo esse si trovino.

https://www.forbes.com/sites/niallmccarthy/2020/07/29/the-best-employers-for-women-in-2020-infographic

Una piccola soddisfazione personale nel sapere che uno dei nostri migliori clienti “Unilever” è al secondo posto al mondo.

Avanti tutta!

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Come posso disinserire la funzione multitasking dal mio sistema operativo?

Ho avuto il piacere di leggere un articolo di una donna estremamente caparbia, una comica con un intelletto sopraffino, lei si chiama Michela Giraud e sul numero di Vanity Fair di questa settimana parla di come sia importante essere donne MONOTASKING. Il suo savoir-faire ci insegna come dire no smettendo di pretendere da noi cose che non pretendiamo dagli altri.

Ho divorato il suo pezzo, riflettendo poi su come mai io mi sia sempre trovata a vivere con questa funzione attiva, in effetti nessuno mi ha chiesto esplicitamente di essere multitasking, ma perchè l’ho sempre fatto?

Mi sono sempre sentita in dovere di farlo in quanto donna, per poter valere almeno quanto un uomo, nella mia mente sono stata inferiore per molto tempo, svolgere 10 funzioni insieme mi aiutava a valutarmi quasi come gli altri. Mi faceva sentire una donna meno inutile, una donna desiderabile perché più adempiente, più utile e necessaria in campo lavorativo perché ero una sola ma lavoravo per tre. Volevo sentirmi riconosciuta, “brava”, una donna che sa fare.

Da me pretendevo una cosa sola, essere impeccabile: in forma, bella, ordinata, capello liscio, trucco, pulita, profumata, pelle morbida e idrata da curare con prodotti giusti (costo minimo un rene cad.), sorriso giusto, vestiti sempre nuovi ogni giorno (mai mettersi la stessa cosa due volte di fila). Una perfetta donna di casa che tiene pulito, in ordine, tutto stirato (anche gli asciugamani), acquistati numero due i-robot per la pulizia costante del piano sotto e sopra, vetri splendenti e “home sweet home” appeso ovunque. Non poteva essere diverso sul lavoro, il telefono ovviamente era mio, quindi si risponde al centralino, si smistano le mail, si apre al corriere, si firma la raccomandata, si fa accoglienza e nel mentre dovevo anche fare il mio lavoro, ma la pipì quando? Ah si il tutto coronato dai miei attacchi di panico. (vedi ultimo articolo: https://fedyontheblog.com/2020/07/29/presa-dal-panico/)

Cosa ci ha portato a vivere così? voglio dire, perché ci è sempre sembrato normale vivere indossando gli abiti da: donna, mamma, moglie, fidanzata, amante, crocerossina, lavoratrice, psicologa, badante, donna delle pulizie, infermiera, cuoca, modella di intimissimi e al bisogno “inserisca qui il gettone per una notte di sesso”?

Io mi sono fatta tante volte questa domanda, immagino che l’ambiente in cui siamo nate, la cultura e il folklore locale a cui siamo state esposte, ci abbiano infettato a tal punto da crescere con questo file installato. I media che ci bombardano con queste donne da copertina che oltre ad essere bellissime e leggiadre anche dopo 24 ore di travaglio, riescono a fare le lasagne e mettersi il perizoma con una mano ingessata. Gli uomini che per anni, anzi secoli, hanno saputo tramandarsi il comportamento giusto per tenerci docili e mansuete pronte ad ogni loro bisogno, pretendendo da noi molte più fatiche perché sulla carta erano loro ad andare al lavoro ogni giorno. Nei vari libri e saggi letti pare che questa caratteristica femminile derivi dalla preistoria, gli uomini erano dediti alla caccia soltanto, data come attività molto pericolosa e stressante, mentre le donne “a casa” dovevano occuparsi di tutto il resto. In questo modo i nostri cervelli si sono evoluti in maniera differente, noi multitasking..loro no. Beh, non direi consolante.

Quello che ai miei occhi risulta molto chiaro è che negli anni le donne non hanno mai potuto dire no, se qualche temeraria si azzardava, erano botte e tanto altro. Credo quindi che l’attività multitasking sia stata una sorta di “evoluzione” femminile per prevenire la violenza dell’uomo alfa, il quale sapeva come convincere la “sua amata” a non lamentarsi troppo, era meglio quindi farsi trovare sempre impeccabili per non rischiare di farlo arrabbiare.

Oggettivamente, quante richieste ci vengono fatte al giorno? Quante volte diciamo no? Ho collegato da poco i miei attacchi di panico alla vita “impeccabile” che mi ero imposta da sola di avere, la nuova prospettiva è parte integrante del mio sentirmi meglio. Non è facile, ci sono giorni in cui scelgo di fare “solo la mamma” e mi sento in colpa, come se fossi venuta meno ad uno dei miei compiti primari.

La mia domanda non ha ancora trovato la risposta che cerco.. essere multitasking è veramente una virtù? o è piuttosto una forma di autodifesa messa in atto dalla notte dei tempi verso quel mondo che ci fa sentire sempre “non abbastanza”? E soprattutto.. come si fa a disinstallare dal nostro cervello questo file medioevale?

Vi lascio il link di un libro eccezionale, da leggere, con la prefazione di una delle “mie donne” preferite: Michela Murgia.

https://www.amazon.it/s?k=bastava+chiedere&adgrpid=79869496715&gclid=Cj0KCQjwgo_5BRDuARIsADDEntSs3N_KKTKIDh9phCoHUlMC9LNmfpO4xERdyUoXb_vF1Nu5meey6hsaAqTsEALw_wcB&hvadid=387750654854&hvdev=c&hvlocphy=20570&hvnetw=g&hvqmt=e&hvrand=7143885204944499318&hvtargid=kwd-852270846184&hydadcr=18636_1822916&tag=slhyin-21&ref=pd_sl_93eqb0b2c5_e

Buona lettura e buona riflessione a tutte noi, che ogni giorno usiamo i nostri poteri magici per adempiere a tutti i vari ruoli assegnatici.

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Presa dal panico.

Il tema degli attacchi di panico, del bipolarismo, della depressione è qualcosa ancora di cui vergognarsi, un tabù visto come un disturbo da “malati mentali”. Ho deciso di parlare della mia esperienza, della mia storia proprio perché ne soffro e non ho più paura a dirlo. La malattia mentale più grave è quella di chi giudica questi mali senza conoscerne l’entità, senza sapere che dietro ci sono spesso traumi dolorosi.

“Adesso ho capito perché la Fede è così.. lo sapevo che non era normale” cit.

Tra i vari motivi per cui mi sono decisa a scrivere pubblicamente c’è anche quello “curativo-terapeutico”, ragion per cui oggi andrò a parlare di una delle cose che mi hanno fatto più paura negli ultimi anni, tanto da condizionarmi la vita.

Da quasi 16 anni vivo insieme ad un compagno di vita invisibile agli occhi ma estremamente presente e disastroso, si chiama panico, diagnosticato dopo anni e anni di “forse sei solo un po’ stanca”, oppure “Fede devi maturare e smetterla di avere queste crisi”, chiamandolo con il nome di: attacchi di panico e bipolarismo. Che parolone detto così vero?

Si presenta a fasi alterne, durante i cambi stagionali, in momenti particolarmente difficili, per un lutto o un forte dispiacere, in seguito a forti stress. Perdo la rotta, mi spengo, piango e di botto smetto di dormire.

Merita tempo la stesura di questo articolo perché siamo in tantissimi a soffrire in silenzio di questo problema, la vergogna ci assale e non abbiamo il coraggio di farne parola con nessuno per quanto ci sentiamo sbagliati.

Io e il panico ci siamo conosciuti per la prima volta il giorno prima dell’esame di lingua inglese I, arrivato vestito da tachicardia, calore e dolore al petto, bocca asciutta, braccia intorpidite, chiaramente ho pensato ad un infarto. Lo spavento è stato tale da angosciarmi ogni volta che avevo un nuovo esame da dare, fino ad aver paura di aver paura, un circolo.

La cosa che mi ha sempre spiazzato è che lo stronzo si presentava durante la notte, mi svegliavo sudata, affannata e ogni volta il pensiero era lo stesso: “questa volta muoio”.

Quando le dinamiche sono diventate “croniche” ho deciso di affidarmi ai medici che purtroppo si sono rivelati fallimentari fino al 2017, per tredici lunghi anni ho vissuto con questa spina nel fianco, quando se ne andava sapevo che sarebbe stato per poco, sono rimasta in attesa del suo ritorno, sapendo che non mi avrebbe lasciato mai.

I medici più pressapochisti che mi suggerivano camion di benzodiazepine come se fossero acqua fresca, mentre gli psicologi più banali per 90 euro l’ora ricercavano le cause di questo mio male nel paleozoico. I motivi scatenanti sono molto privati e tali resteranno, ho sempre saputo la causa e non era di certo rivangare nel passato che mi avrebbe salvato. Avevo solo bisogno di vivere nel presente e imparare a gestire questi attacchi di panico per condurre una vita normale durante i miei periodi di down cosmico.

La mia cura è iniziata in quel famoso 2017 e sta ancora andando avanti, ho imparato con la meditazione e il training autogeno come gestire questa bestia e soprattutto ho capito che fingere che non esista è la mossa più sbagliata.

Quando il panico mi prende la gola mi sento morire, ma davvero. Lucidità e razionalità sono perse nel niente, in quel momento cerco aria, vita, luce. Sono tachicardica al punto di aver perso anche i sensi, vedo solo nero, piango con singhiozzi. Sento che lui sta arrivando a prendermi la gola momento in cui ho paura di smettere di respirare. Mi colpisce sempre negli stessi periodi, ed ecco che appena scatta l’ora x arriva il mio polo nero. Sono spenta, ansiosa, claustrofobica, con forte bisogno di silenzio, protezione e aiuto. Esternamente conduco la mia vita in modo esemplare, forse si noteranno di più le occhiaie per mancanza totale di sonno, ma sembro semplicemente stanca.

Il peggio è stato per le persone a me vicine, mia mamma che mi ha sempre assistito durante quelle notti infinite, senza mai una parola di rabbia o di giudizio, il mio compagno Fabio che mi ha raccolto durante il momento più nero con la pazienza e la cura necessaria tanto da farmi sentire accettata in modo naturale.

Ho vissuto così tanti anni nascosta per paura che qualcuno sapesse il mio punto debole giudicandomi “malata”, quanta ignoranza. Oggi dico che è una malattia a tutti gli effetti, come un diabete o la pressione alta, invalidante, non si tratta di capricci o mancanza di maturità o qualsiasi altra stronzata le si voglia attribuire. E’ un fenomeno capace di annullare le persone più solari e credo sia giusto parlarne per far comprendere a chi non conosce la bestia, che male può fare a chi ne soffre.

Sono disturbi frutto di traumi passati che hanno cambiato la nostra mente, ma anche lo specchio di una società malata che ci sta distruggendo interiormente, facendo breccia sulla nostra inadeguatezza.

Un pensiero particolare va dedicato a chi ne soffre come me e vuole figli, uno dei “medici rinomati” nel settore mi aveva ventilato di evitare gravidanze per la mia salute mentale, il tutto si sarebbe potuto aggravare, in realtà trovando il medico giusto sono diventata mamma e sto anche decisamente meglio rispetto agli anni passati. Infatti ad oggi gli episodi si sono via via alleggeriti, la meditazione e la gestione della respirazione mi hanno insegnato a comandare la mia mente anziché farmi imprigionare in un angolo. La vita frenetica, uno dei male peggiori, è un vecchio ricordo, non faccio più niente sotto pressione. Successivamente nello spazio dedicato alle “vostre domande” vi spiegherò come mi sono e mi sto curando.

Sono consapevole che avrò sempre giorni bianchi e giorni neri nella vita, ho imparato che non sono sempre io a scegliere che colore indossare al mattino, ma posso schermarmi per evitare che il mondo esterno mi annerisca troppo. Combatto sempre contro questo panico che mi aspetta dietro l’angolo in attesa di trovarmi disarmata, sono qui a parlarne anche per rimpicciolire i suoi poteri. Non nascondermi più è una delle mie armi più forti, quello che ho vissuto è reale non “frutto della mia mente”, so che male fa sentirsi non capiti e frasi del genere sono l’esempio di come le persone non si mettano mai nei panni degli altri.

I disturbi come il mio fanno parte degli scherzi della mente, e vanno curati, accettati e accompagnati per mano. Sono segnali di allarme che vogliono farci capire che qualcosa non va, il nostro corpo si sta difendendo da una paura che ha provato e ogni volta che si ricrea una situazione simile il nostro cervello va in allarme provocando questo sfogo.

Tramite il mio account Instagram ho conosciuto tante persone che vivono questo male in forma anonima, trovando il coraggio di parlarne solo con chi soffre della stessa cosa. Ho raccolto diverse domande ricevute e ho pensato di dedicare uno spazio qui di seguito a cui rispondere. Sono domande molto frequenti, simili per chi ha sofferto e ne soffre ancora e sono una speranza, un appiglio, una forma di mutuo aiuto che voglio dare a tutti.

Le vostre domande:

  • io soffro di ansia, credi sia la stessa cosa?: Non proprio, l’ansia credo sia una delle malattie del nostro millennio, preambolo di qualcosa che sta per “esplodere”, vale la pena quindi rivolgersi a qualche specialista che possa aiutarvi a gestirla per evitare che possa trasformarsi in disagi fisici.
  • prendi dei farmaci? al momento no, ma li ho presi e li prenderò ancora appena dovessi averne bisogno. È stato inevitabile usarli in periodi in cui non volevo alzarmi dal letto, in cui il nero mo scorreva nelle vene. Ci si può curare anche senza, con farmaci omeopatici, tutto dipende dalla “pesantezza del disturbo”. Non si guarisce da soli questo deve essere chiaro.
  • Come ti stai curando? ho preso farmaci nei momenti peggiori, attualmente invece sono riuscita a scalare e ad essere “quasi” pulita. La cura migliore per me (ogni persona è a sé) è stata la meditazione per gestire la respirazione frenetica, lo sport e la terapia EMDR praticata da uno specialista. Ve la spiego vista da me che sono una paziente: l’attacco di panico è una forma di difesa che viene azionata dal nostro cervello ogni volta che ci sentiamo in pericolo, nel nostro inconscio viene percepita una sorta di paura che ci rimanda in un momento ben preciso della nostra vita che ci ha probabilmente (non è sempre così) causato un trauma. L’EMDR è una terapia fatta di esercizi visivi che aiutano a disgregare nel nostro cervello queste associazioni di paura con conseguente panico, inserendone altre. Magari qui vi metto un link che spiega meglio il tutto, dato che non sono un medico competente:

Questo video è estremamente esaustivo, il tema della minaccia è molto importante, l’attacco di panico è un allarme che ci dice che c’è un’imminente minaccia rimandandoci ad un trauma passato. Ecco dopo quasi tre anni con questa terapia posso dire da diversi mesi non ho più avuto attacchi violenti.

  • Prendere i farmaci crea dipendenza? qualsiasi genere di farmaco che sia ansiolitico o antidepressivo va preso seguiti da specialisti. Loro sanno esattamente in che quantità si può creare la dipendenza. Ricordo che anche la sigaretta crea dipendenza e fa più male, quindi andiamo oltre, se ci si deve curare si prende il farmaco. Io non sono dipendente nonostante li abbia presi per diverso tempo. L’utilizzo di questi farmaci non fa di noi persone peggiori, mentre invece non curarci si, ci rende peggiori e ci fa stare sempre più male.
  • Come hai affrontato la gravidanza? Sapendo che è uno dei momenti più delicati in assoluto mi sono mossa per tempo facendomi sempre seguire dal mio medico specializzato in disturbi pre e post parto, così da non farmi trovare impreparata. Se state seguendo delle terapie farmacologiche per ansia o depressione ricordatevi che potete avere figli senza interrompere bruscamente la terapia basta rivolgersi ai medici competenti e aggiornati sulle nuove medicine.
  • Si può guarire? Questo non lo so, sono onesta. Quello che so per certo è che ci sono periodi pesanti e periodi leggeri. Io sono migliorata ma non fuori pericolo, ci sono momenti dove non ho il controllo al 100% delle mie paure e la modalità nero si attiva. Rispetto ai primi anni in cui ero completamente rapita da questi attacchi e avevo paura ad uscire di casa, oggi conduco una vita normale.

Basta avere paura, basta nascondersi.

Devi imparare a stare zitta.

“Come faremo se non ci fossero le nostre donne in questo mondo? Le donne sono forti, importanti, guidano le famiglie, crescono figli, curano la casa, amano un marito”.. che ansia. L’importante è che la donna sappia bene qual è il suo posto, al centro lui, il solo e unico marito con intorno la meravigliosa cornice.. sua moglie, la regina del focolare domestico, per lei poesie e parole d’amore senza fine, l’importante cara mogliettina è che tu sappia stare sempre un passo indietro e soprattutto che impari a stare zitta.

Siamo nel 2020 ed esiste ancora una generazione che non tollera il fatto che una donna possa anche solo alzare la mano per esprimersi, figuriamoci se si permettesse di rispondere a tono quando istigata da un un interlocutore maschile. In quel caso sguardo vitreo che dice: “ma come ti permetti di rispondermi male?”.

Noi donne siamo tenute ad azionare sempre la modalità “polite” ovvero diplomazia e dolcezza, qualsiasi altra forma verrebbe considerata una sorta di acidità, anomalia ormonale, incapacità di gestione delle emozioni, impulsività, immaturità, fragilità di sentimenti al grido di “oggi è acida, avrà il ciclo”, oppure ancora peggio: “Secondo me ha bisogno di vitamina C” e non intendo quella che si vende in farmacia, come se un rapporto sessuale con un uomo potesse ripagarmi di anni in silenzio a non rispondere perché sono nata donna e non mi è concesso avere opinioni.

In realtà ho il ciclo proprio ora che sto scrivendo, lo dico ai più temerari così da togliere ogni dubbio, ma vi assicuro non da sbalzi ormonali. Sapete cos’è che crea sbalzi d’umore alle donne? Lavorare il doppio per essere pagate quasi come un uomo ad esempio, fare la casalinga e la mamma di fronte a qualcuno che ti dice: “bello stare a casa a fare un cazzo vero?”, e ancora: lavorare otto ore al giorno poi arrivare a casa e anziché coricarmi sul divano in attesa della cena, dover fare lavatrici, stirare, fare le pulizie perché sono ruoli “nostri”, far parte del gruppo whatsapp della classe del figlio con compiti, catechismo, calcio, compleanni. Banali esempi ma.. siamo sicuri che sia il ciclo il problema?

La domanda “hai il ciclo?” posta come forme d’istigazione in risposta ad una nostra presa di posizione è da anni e anni che esiste, ci tengo a dirlo perché è bene mettere in chiaro come venivano trattare le donne in passato, e perché esiste ancora una generazione che ragiona come se fossimo ai primi del ‘900, tramandando questa mentalità chiusa da padre in figlio.

Infatti è proprio in quel periodo che vorrei soffermarmi un attimo, ai tempi i vari “medici” ritenevano le donne soggetti inferiori sia a livello cerebrale che a livello fisico, soprattutto perché sanguinanti ogni mese come se avessimo una sorta di disturbo cronico con ripercussioni anche a livello mentale, tanto da “renderci matte in quei giorni”. A partire dalla prima guerra mondiale ci fu un aumento esponenziale dei manicomi in cui venivano internate per lo più donne. Negli archivi delle loro cartelle cliniche viene quasi sempre riportata la seguente frase: “facile irritabilità, rifiuta di sottostare ai volevi del marito o della suocera, incline agli insulti, incapace di gestire la prole, rifiuto di adempiere ai compiti coniugali”. Nel periodo poi dei fasci il numero di donne fu triplicato, in troppe si rifiutarono di fare da incubatrici per la produzione in massa di figli di razza pura.

Analizziamo la situazione? Nel 1900 e dintorni, una donna di circa 30 ha già come minimo 7/8 figli, (io ho rischiato di impazzire partorendone una) mettiamoci dentro anche qualche aborto spontaneo perché l’ostetricia non era ancora ai massimi livelli. In aggiunta deve curare la casa, i figli, avere rapporti sessuali a comando in base alle esigenze del marito padrone, non può esprimere nessun genere di idea, il più delle volte picchiata perché nella normalità di una famiglia italiana media cristiana e sicuramente viveva con la suocera. Se tutto questo roseo mondo non le piaceva ecco che il ribellarsi destava subito sospetti, si chiamava il medico et voilà internata in manicomio perché irosa, con squilibri, curata se andava bene con 10 elettroshock al mese o coma farmacologici indotti (tutto questo documentato su libri es. Malacarne, donne e manicomio nell’Italia fascista, di Annacarla Valeriano).

Credo questo breve excursus sia sufficiente per capire che la battuta sugli sbalzi di umore e ciclo sia lievemente inadeguata. Avere un’opinione e rispondere a tono a provocazioni o frasi infelici non è sinonimo di acidità femminile, o donna con la lingua lunga, significa essere umano al pari degli altri che difende le proprie posizioni senza entrare nel merito del sesso di appartenenza. Non lasciatevi mai zittire da nessuno, se qualcuno vi sta ordinando di stare zitte c’è un problema.

Spero vivamente che la generazione di cui tanto parlo sia verso la fine, si tratta di uomini chiusi mentalmente che hanno vissuto in famiglie patriarcali in minuscoli paesi con livelli bassi di istruzione, ma che purtroppo si sono sparsi a macchia d’olio, infettando i figli che ai giorni nostri ancora vivono e ragionano in questa modo vergognoso. Spero anche che gli esseri umani stiano facendo in mondo che i bambini crescano senza stereotipi, liberi di parlare e di esprimersi.

Voglio che le orecchie di mia figlia non sentano mai le parole: “devi imparare a stare zitta”, perché amore mio, la libertà è un tuo diritto fondamentale.

Facciamo un passo avanti verso un’evoluzione cerebrale, la mente chiusa è la peggior prigione in cui vivere.

Questo articolo è per tutte quelle donne che negli anni del fascismo hanno perso la vita rinchiuse nei manicomi a causa della loro ribellione verso una vita di dominio maschile, io sarei stata la prima delle rinchiuse.

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L’arte del sentirsi incompresi.

Essere riconosciuti, esseri VISTI per davvero, credo sia una delle sensazioni a cui la maggior parte di noi aspiri. Una vita intera a lottare per essere visti da chi non ci vede e non ci sente.

Ecco io credo di aver buttato un sacco di anni a piangermi addosso chiamandomi l’INCOMPRESA. L’incomprensione è uno di quei sentimenti che spesso proviamo perché “non siamo capiti”, e quando non siamo capiti ci sentiamo anche non riconosciuti.

Parlo al passato perché, diciamolo piano, ho imparato da poco che in questi casi non è corretto dare la colpa agli altri che non ci vedono, o non ci comprendono, la colpa è nostra che continuiamo a sperare nel miracolo pensando che la prossima volta ci riusciremo.

Parliamo per esempi pratici che mi viene meglio, soprattutto perché l’esempio migliore in ogni argomentazione sono le mie esperienze che porto addosso.

Vi racconto questa mia storia avvenuta anni fa in un posto di lavoro che ora ho cambiato.

In questo lavoro ero sempre sotto pressione, cito testuali parole di un mio caro collega “la Fede sotto pressione va come un treno, in otto ore fa il lavoro di sedici”. Si è vero, non so perché ma facevo le mie otto ore con l’acqua alla gola correndo come una trottola, ogni volta che risolvevo qualche casino colossale mi sentivo estremamente realizzata. Il problema è che ogni volta mi aspettavo qualcosa in cambio, cosa? Eh, dura ammetterlo, mi aspettavo che il mio titolare facesse una rampa di scale e mi venisse solamente a dire: “brava Fede anche stavolta ce ne sei saltata fuori”, non mi aspettavo un aumento di stipendio o chissà quale altra ricompensa, quello è troppo per una come me che è nata sottovalutandosi, sarebbe bastata solamente una pacca sulle spalle. Ok, ma ha senso? no, non era lui quello sbagliato, ero io che mi aspettavo un applauso. Un sogno un pochino infantile per una donna adulta.

Quante volte è successo che lui facesse quelle scale? Mai. Quante volte ho aspetto che succedesse? sempre. Ho aspettato così tanto di essere notata che avevo perso di vista le mie esigenze, stavo deperendo, mi stavo logorando e mi stavo curando per una serie infinita di disturbi fisici che avevano una causa sola, il mio rapporto col lavoro.

Ad oggi, ringrazio quel collega che mi ha gentilmente “sostituito”, (lo virgoletto perché sarebbero altre le parole da dire, ma i tempo speso per lui è stato abbastanza) prendendo il mio ruolo anni fa, mi giunge voce che non abbia resistito molto, ma devo veramente ringraziarlo, se non fosse stato per lui non avrei mai cambiato aria e non avrei mai capito cosa significa QUALITA’ DI VITA.

Questa lezione mi è servita per capire che non sono gli altri ad essere sbagliati, infatti, come già scritto, quella sbagliata ero io, era nocivo il modo in cui avevo deciso di lavorare, il mio stacanovismo era scambiato per passionalità nel lavoro, la mia rabbia frenetica per attaccamento al lavoro.

Ho impiegato anni a realizzare che quel collega mi ha fatto uno dei regali più grandi, perché altrimenti oggi sarei ancora assorbita da quel lavoro senza lasciare spazio alla vita e alle mie passioni e a mia figlia.

Parlando con le mie amiche più care le lamentele che escono con il loro lavoro sono sempre le stesse, se non ci sentiamo riconosciuti dobbiamo cambiare aria, siamo nel posto sbagliato. Ha senso passare ore a rimuginare su quello che secondo noi ci meritavamo e non è stato visto? Ha senso essere rabbiosi verso quel collega che non sa la tabellina del due ma che viene sempre elogiato dai nostri superiori? No non ha senso, perché evidentemente non è la tabellina del due che serve in quel momento, quindi via, aria verso qualcuno che non sia così limitato.

Questo nel lavoro come nella vita in generale, anche in famiglia spesso ci si sente non capiti, ecco che la solitudine prende la gola e ci facciamo mille domande. Ci sono casi in cui vale la pena cercare di parlare la stessa lingua, arrivare a compromessi per il bene di un qualcosa che stiamo costruendo, altri casi dove oltre a non essere riconosciute veniamo anche annientate, di questo ne parleremo ancora.

Riassumendo, non è salutare stare seduti a contare tutte le ingiustizie che ci sentiamo di subire, non possiamo fare appello alla meritocrazia perché ahimè credo sia un valore che nel mondo del lavoro è stato ucciso, non possiamo stare fermi ad aspettare di essere visti. Chi non ci vede non ci vedrà mai.

Dedichiamo le nostre energie alle passioni che alimentano la nostra vita senza farci ammalare. Voi che mi leggete ogni giorno scrivendomi come vi sentite capiti nelle mie parole siete le persone che mi vedono bene anche senza occhiali da vista.

Il mio posto nel mondo e con voi, persone aperte dalle menti leggere.

Grazie di cuore davvero.