Be soft, kind and loving, but also don’t take nobody’s shit – Dura la vita per gli empatici.

Lo so, lo so, il titolo in inglese non sa da fare, ma esiste un modo più immediato per spiegare a voi empatici che non dovete poggiare sulle vostre spalle il peso delle vite altrui?

Oggi amico voglio dedicarmi alla tua mission impossible, questa volta mettiti comodo, sarò io a fare il lavoro sporco per te.

L’empatia è quella brutta bestia che riesce a catapultarti nei panni degli altri per poter vivere in maniera atavica, passami il termine, i dolori e le sofferenze di chi hai vicino e si racconta.

Invidi quelle persone che dopo un lungo racconto strappalacrime, danno una bella pacca sulla spalla e dicono: “Forza, vedrai che passerà anche questa”, vero?

Tu, amico mio, paladino incompreso che vesti da soccorritore, tu, che lasci tutte quelle sofferenze divorarti lentamente mentre la giornata volge al termine.

Il tuo sguardo, affranto, che ascolta in rigoroso silenzio notifica già quel senso di colpa, perché non ti senti all’altezza, non senti di soffrire abbastanza. Ad ogni parola del racconto, si infiamma nelle viscere più profonde quell’impotenza che ti distingue sempre; ad un certo punto ti accorgi che non stai nemmeno ascoltando chi ti è vicino, no, sei troppo concentrato a capire come poter aiutare a risollevare gli animi, risolvere il problema, alleviare il dolore, perché si dai ammettilo, per sentirti meglio vorresti soffrire tu al posto degli altri.

Come dici? Ci sono momenti in cui vorresti inserirti all’interno della storia? Per far cosa? Cambiare il susseguirsi degli eventi? Tornare indietro nel tempo? Sei un impotente lo vuoi capire?? Fallo finire subito! Non puoi ascoltare altro dolore, fermalo subito prima che ti mangi tutto,

Troppo tardi amico mio, eccola tornare da te.

“Empatia, da tempo non venivi a farmi visita”, sbotti appena la senti atterrare nel mezzo del tuo petto.

“Ciao, mio povero amico sofferente, anche questa volta mi hai disturbata”, ribatte lei.

“Io? sei tu che ogni volta arrivi a procurarmi questi fastidi. Anche questa volta mi toccherà rimuginare, pensare a questo grande dolore e non riuscire a liberarmene fino al prossimo incontro con uno nuovo”, si difende l’amico.

“Ti sbagli, mio ingenuo nobile cuore, io non entro in funzione da sola, sei sempre e solo tu che decidi di coinvolgermi. Da quanti anni ormai investi soldi e tempo su te stesso per cercare di migliorare questo tuo lato debole? Quante volte ti hanno spiegato che comprensione e ascolto sono una cosa mentre METTERSI NEI PANNI DEGLI ALTRI è tutt’altra?”.

L’amico scrolla le spalle, lasciando cadere la testa all’indietro; “Dannata empatia, ha ragione, lo so che ha ragione ma è più forte di me, ogni volta mi sento il peso del mondo sulle spalle e non riesco a fermarmi”.

“Dura la vita per voi empatici”, lo punzecchia lei, infastidita dall’esser stata scomodata anche oggi.

“Ricorda fino a che punto puoi spingerti, ci sono situazioni in questa vita che non puoi prendere in carico tu, non è questo il tuo ruolo. Semplicemente quella persona che si rivolge a te vorrebbe solamente essere ascoltata, capita, riconosciuta. Accetta la sua implicita richiesta, i panni degli altri non sono quelli che devi vestire tu, dico bene? I tuoi sono nel tuo armadio, e onestamente, amico mio, non mi sembrano molto comodi.”

Il suo sguardo l’ammonisce, stanco di sentirsi ripetere ogni volta la stessa storia.

“Eh per l’ennesima volta, te lo chiedo, smetti di disturbarmi e poi lamentarti perché sono tornata, chiaro?”.

Be soft, kind and loving, but also don’t take nobody’s shit

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Il vaso nero.

Come dev’essere alzarsi al mattino e non essere più libere, costrette a coprirci sotto pesanti veli che nascondano anche il nostro viso, non autorizzare ad uscire di casa da sole, private della possibilità di studiare, di poter lavorare o parlare previa autorizzazione dell’uomo di casa?

Non è il medioevo, non è nemmeno una realtà troppo lontana, è quello che stanno affrontando le donne e le bambine nella nuova Kabul, il ritorno ad una vita di divieti, negazioni, prigionia, possessione, silenzio.

Negli ultimi vent’anni, la vita delle donne afgane è davvero cambiata, tolto il regime talebano che le voleva prigioniere, hanno finalmente potuto assaggiare una qualità di vita nuova.

Le bambine, le donne hanno iniziato a studiare, acceso la radio e ascoltato la musica, hanno tolto il burqa lasciandosi solo il velo, hanno iniziato ad uscire da sole durante il giorno, hanno scelto anche di lavorare, hanno scelto cosa fare della loro vita, per una volta nascere donna non era più un male.

Nelle ultime settimane, i talebani cacciati nel 2001 dalla coalizione di stati che vedeva a capo gli USA, hanno ripreso il controllo. Questa coalizione avrebbe dovuto instaurare un regime democratico capace di ricostruire l’Afghanistan fino al giorno in cui avrebbe lasciato il paese. Non so dire nella mia ignoranza l’elenco dei mille motivi per cui questo non ha funzionato, so solamente che è stato un fallimento di proporzioni epocali. Appena gli americani hanno iniziato ad andarsene, i talebani, che nel frattempo non hanno mai smesso di crescere e prepararsi al gran giorno, si sono ripresi Kabul, annunciando la rinascita dello stato islamico.

Si sono fatti strada massacrando il popolo, hanno rapito tantissimi bambini maschi per addestrarli alla guerra, assassinato donne per il loro abbigliamento, torturato e ucciso artisti, musicisti, assassinato il capo della cultura e dei media per il governo, VENDUTO BAMBINE E DATE IN SPOSE ANCORA MINORI A UOMINI ANZIANI, sfollato centinaia di famiglie e appeso nelle piazze tutti gli uomini uccisi.

Questo è il ritorno dei talebani, la soppressione della cultura, dell’arte, del musica, ogni donna sarà nuovamente spogliata di ogni suo diritto, rinchiusa nell’ombra della casa, di nuovo schiave del loro regime. Bambine che fino a pochi giorni fa andavano a scuola, si ritroveranno mogli a nove o dieci anni di vecchi che le violenteranno per aver figli non appena saranno fertili, coperte nel loro burqa, prigioniere eterne di quel velo pesante.

Ho chiuso gli occhi per un attimo, immaginando la mia vita se fossi una di loro, ho 38 anni, lavoro e scrivo, una figlia di due anni e un marito, siamo di religione cattolica. Considerando la mia indole ribelle sarei probabilmente già stata uccisa, mia figlia rapita per darla poi a qualche vecchio militare che, appena crescerà un po’, la farà sua moglie, e mio marito, dopo essersi convertito all’islam per non essere ucciso, verrebbe mandato in qualche campo di concentramento a lavorare. Provate a fare la stessa cosa anche voi, guardate negli occhi i vostri bambini e immaginate che vita li attenderebbe.

Un’immagine mi ha trafitto qualche giorno fa, una bambina dai capelli arruffati, lo sguardo impaurito, tra le mani il suo giocattolo, vicino a lei suo marito: un militare dalla barba bianca, di almeno 40 anni più grande, impugna fiero tra le mani il suo fucile e la tiene per il braccio, è sua, di sua proprietà; impossibile non immaginare il volto di mia figlia, una bambina come lei.

Ho letto un articolo del Guardian, di una donna afgana a Kabul:

“Ho lavorato per così tanti giorni e così tante notti per diventare la persona che sono oggi, e questa mattina, quando sono arrivata a casa, la prima cosa che io e le mie sorelle abbiamo fatto è stata nascondere i nostri documenti di identità, i nostri diplomi e certificati. È stato devastante”.

Dobbiamo spostare le montagne per loro, scuotere la terra, muoverci, far sentire il loro grido, una ad una verranno nuovamente coperte, nascoste e messe in silenzio a costo della loro vita. Non stiamo fermi di fronte a questo massacro, non fingiamo di non vedere, siamo tutte donne afgane, scuotiamo i nostri cuori e condividiamo la loro condizione.

Aiutiamole, il loro silenzio obbligato non può essere anche il nostro.

“Forse perché i nostri desideri sono cresciuti in una pentola nera..

Forse perché i nostri sogni sono cresciuti in un vaso nero”

#taliban #afghanistan #war #peace

Shamsia Hassani

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Il sassolino nella scarpa.

C’è qualcosa che ci spinge ad andare oltre i limiti imposti, qualcosa che ci porta fuori dal perimetro di comfort per avere la tanto agognata risposta, per noi e per tutti quelli che stanno cercando una speranza a cui appigliarsi.

Cosa succede se funziona? Cosa succede se ci riusciamo? Beh, se siamo fortunati veniamo solamente ignorati. Invece se facciamo parte di quella percentuale scomoda allora sono cazzi.

Sono cazzi perché siamo come la spina nel fianco, come quel sassolino nella scarpa che continuamente ci punzecchia il tallone, invano si cerca di toglierlo usando il dito o un qualsiasi strumento di fortuna, ma il sasso è ancora li che punge.

Ecco credo che un po’ a tutti nella vita sia capitato di essere quel sassolino, scomodo, appuntito, piccolo ma sempre presente. Le strade a mio avviso sono due, la prima, la più tranquilla e sicura; cercare di infilarsi in quel bordo tra suola e tomaia, rendersi il più invisibile e innocuo possibile, forse durante qualche movimento improvviso ci si potrà sentire ancora, ma col tempo e coi movimenti continui, i nostri angoli si andranno via via ad usurare, fino a diventare rotondi e sempre più piccini, certo saremo sempre li, ma la nostra presenza sarà finalmente messa in un angolo, ignorata, conformata all’uso della scarpa.

La seconda strada ahimè è la peggiore che si possa scegliere, quella più coraggiosa si, ma anche pericolosa, da sassolini appuntiti quali siamo, continuiamo il nostro processo di vita, muovendoci all’interno della scarpa, punzecchiando il proprietario in ogni modo possibile, tanto da rendergli via via ogni movimento sempre più complicato. Star fermi e nascondersi? Mai e poi mai, siamo li per un motivo preciso, cambiare il senso delle cose, farci sentire, farci notare, specialmente da chi vuol continuare a far finta che la nostra presenza non esista.

A quel punto arriva l’inesorabile resa dei conti, si perché in quanto sassolini siamo piccoli, molto molto piccoli, e un sassolino da solo cosa può fare di fronte al grande gigante che porta quelle scarpe in cui abbiamo scelto di metterci?

Farà quanto gli è possibile per continuare la sua strada ignorandoci, ma siamo stati così bravi e decisi che gli è impossibile, ha provato con un dito, ha smosso la calza, ma niente noi ci siamo ancora; impaziente e nevrotico è costretto a fermarsi a causa nostra.

Si leva la scarpa frenetico per cercarci “maledetto sassolino che mi hai bloccato, adesso ti faccio vedere io chi comanda in questo mondo, IO comando, IO che sono GRANDE”. E così, dopo averci trovato e preso tra le dita, ci lancia, lontano, molto lontano, fino a renderci innocui.

La sapevate anche voi la storiella di questo sassolino? Pensare la conosco da sempre, oggi con le stesse parole elementari che ho scelto per scriverla l’ho raccontata alla mia bambina, semplice così, chiara.

Contro il sistema non si vince, ma quei sassolini fanno sempre un gran rumore, sta a noi ascoltarli.

Grazie sassolino.

SIAMO TUTTE SAMAN.

Come ho fatto in altri casi simili che hanno a che fare con la violenza sulle donne, ho lasciato passare qualche giorno per metabolizzare la notizia, sviscerarla, comprenderla e farla mia nel rispetto di lei, l’ulteriore vittima, Saman.

In questo ultimo weekend mi sono presa il tempo necessario per salutarla, scrivendole qualcosa, sperando che sia l’ultima volta, ma certa che non sarà così.

Saman era una giovane ragazza pakistana colpevole di aver scelto la libertà anziché un matrimonio combinato, credo ormai sia nota a tutti la storia, quello che invece non mi sembra chiaro, ascoltando un qualsiasi talk show italiano, è il reale mandante di questo femminicidio, perché di questo si tratta.

Quanti uomini ho sentito strumentalizzare questa notizia incolpando l’islam, la “loro” cultura, le femministe di sinistra troppo assenti, ridicoli, tutti.

Credo sia poco opportuno parlare della loro cultura, consideriamo prima la nostra che, nonostante predichi il rispetto sacro santo della donna, tanto diversa non è. Vi dirò una cosa, il colpevole dell’omicidio di Saman è lo stesso che ogni giorno uccide le donne italiane, colpevoli di essersi ribellate al “loro” padrone: la violenza patriarcale.

Il mandante non è quindi un fenomeno “islamico”, ma la cultura in cui viviamo che si manifesta in qualsiasi posto, in qualsiasi tempo, in qualsiasi modo, attaccandosi a motivazioni religiose, politiche, civili, TUTTE CAZZATE per legittimare un omicidio.

Smettiamola di parlare di “loro” cultura o di “nostra”, di buona o di cattiva, esiste solamente il patriarcato radicato in maniera trasversale in tutte le popolazioni, che viene chiamato, a seconda delle necessità, con nomi diversi per mascherarlo.

Cosa possiamo racchiudere all’interno del fenomeno PATRIARCALE?

L’uccisione di Saman, la violenza su una coppia gay che si bacia alla stazione, l’omicidio di una donna che vuole il divorzio, un uomo che uccide il fidanzato della sorella per il fatto che sia una persona transgender, un ex marito che uccide la ex moglie e il nuovo compagno, un padre che picchia la figlia perché non rispetta i suoi comandi. VIOLENZA APPARTENENTE ALLA STESSA MATRICE.

Nell’ultima settimana mi sono sforzata di ascoltare il pensiero di tanti esponenti politici presenti in varie trasmissioni, per valutarne il punto di vista, conoscerne le opinioni. Sono rimasta veramente sorpresa da come sia stato raggirato il fatto, additando le culture diverse dalla nostra, come se l’unico scopo mediatico fosse quello di uno scontro tra mentalità occidentale e orientale.

Vorrei anche aggiungere un particolare non indifferente, nessuna religione obbliga ai matrimoni combinati, tantomeno l’islam. Regole di vita come queste vengono solitamente adottate da comunità dove regna sovrana la non scolarizzazione, la povertà, la ristrettezza culturale e sociale, gli unici ambienti in cui è possibile possedere la donna come merce di scambio.

Queste poche righe solo per dare il mio ultimo saluto a quella ragazza che voleva essere libera, rendendole giustizia nel modo in cui so farlo io, ricordando a tutti che non è stato l’islam il suo assassino, ma il patriarcato.

Ciao Saman, vorrei davvero fossi l’ultima, la verità è che viviamo ancora in una società dove l’ex marito cattolico ammazza l’ex moglie e il padre islamico ammazza la figlia. SIAMO TUTTE SAMAN.

Victim blaming: quando la vittima viene colpevolizzata.

In questi giorni siamo bombardati da articoli, informazioni e meme legati a quell’infelice video di Beppe Grillo in difesa del proprio figlio accusato, ancora due anni fa, di stupro. L’immagine che ho davanti, ogni volta che vedo la registrazione, è di un uomo emotivamente provato, visibilmente instabile che, nelle vesti di padre disperato, cerca di difendere il proprio figlio, nel modo meno opportuno, facendo del victim blaming.

Iniziamo dicendo che è un insulto verso tutte le donne che un’accusa di stupro sia ancora aperta dopo due anni, questo per ricordarci come ci siano due pesi e due misure ogni volta che si tratta di generi diversi, detto questo, lo scopo di oggi è quello di spiegare in parole povere cos’è il victim blaming, un comportamento così standard e ancorato nella nostra società che viene ritenuto normale.

Definiamo victim blaming quel meccanismo tale per cui la vittima di violenza (in qualsiasi forma) diventi a sua volta la colpevole dell’accaduto, arrivando così a scagionare e giustificare il solo ed unico responsabile del reato. Un fenomeno che si sparge a macchia d’olio nella collettività, mettendo in moto dei retaggi culturali maschilisti che tendono inevitabilmente a difendere il carnefice con un “se l’é cercata”.

Alla base di tutto c’è sempre e solo lei, la nostra società patriarcale, maschile, sessista fatta di chiusure mentali, fare tardi la sera, bere alcolici, vivere la sessualità senza inibizioni, sono abitudini normali per gli uomini, ma non per le donne. Motivo per cui se un uomo decide di oltrepassare certi limiti, è solo perché la donna con lui non è stata abbastanza prudente, capace di tenersi lontana da certe situazioni.

E’ tendenza comune e generale nella società, attribuire parte della colpa alla vittima, colpevolizzandola, creando una sorta di filiera solidale nei confronti di chi ha commesso il reato, fino a normalizzare il comportamento. Ecco uno dei motivi per cui la maggior parte delle donne che subisce violenze tende a non denunciare, a non far sentire la propria voce, proprio perché il più delle volte vengono giudicate loro, le vittime, anziché i veri colpevoli. Aggiungo anche che sono molte le donne che, anziché difendere la propria simile, le puntano il dito contro, cattiveria? No assolutamente, la definirei piuttosto paura di subire la stessa sorte, ma anche l’illusione di poter evitare situazioni simili mantenendo il controllo, mettendo in atto comportamenti prudenti che possano garantire una maggiore sicurezza. Un’illusione direi, perché tutti gli atti di violenza sono causati sempre e solo da un carnefice, dobbiamo farci entrare nella testa che la vittima è solo una vittima, da tutelare e proteggere.

Ci troviamo ancora al punto in cui, per la vittima, risulta più semplice il silenzio, la vergogna prende il sopravvento, è troppa la paura di venir prese di mira. Chi ha subito questo reato ha la tendenza a giudicarsi e colpevolizzarsi per l’accaduto, se poi pensiamo a cosa le aspetta raccontando tutto pubblicamente, come biasimare il suo silenzio?

Dichiarazioni come quelle di Beppe Grillo andrebbero condannate, punite, proprio perché accentuano e puntano il dito contro la vittima che ha avuto il coraggio di denunciare. “Sono ragazzi e si stavano divertendo” urla contro la telecamera, e un brivido mi percorre la schiena pensando a mia figlia, una forma di divertimento probabilmente percepito solo dai ragazzi presenti in quella stanza, perché di come si sente lei, nessuno se ne cura. “Il giorno dopo era a fare kyte, e ha denunciato 8 giorni dopo, non vi sembra strano?” continua Grillo; no io non lo trovo strano, anzi, capisco sempre di più perché la tendenza di una vittima sia quella di far finta che vada tutto bene, che nulla sia successo, per evitare assalti verbali come quelli fatti da questo padre famoso che sfrutta la sua forza mediatica durante un processo il figlio.

In un mondo migliore, si potrebbe prevenire questo comportamento, cercando di lavorarci da subito, all’interno della famiglia, nelle scuole, sulla sfera emotiva ed anche quella educativa, le donne dovrebbero smettere di giudicare le altre donne, cercando invece di sostenersi. Tutti noi dovremmo smettere di farci manipolare da questo fenomeno sociale, vivere in modo paritario le nostre libertà non può essere un attenuante di fronte ad una violenza di qualsiasi genere.

L’arma più potente contro il victim blaming è il NON GIUDIZIO, l’ascolto e la comprensione, non lasciamo sole le vittime.

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Rispettiamo ogni forma d’amore.

Sono nata donna, discriminata e in quanto tale appartenente ad una minoranza. Abituata a stare in silenzio, perché così mi è stato insegnato, non si parla o non si risponde quando un uomo parla o da disposizioni. Ho conosciuto ben presto l’ingiustizia, quello che viene applicato su di me non è applicato sui miei colleghi maschi. Ho imparato che in quanto donna ho un salario più basso, ma devo lavorare il doppio per essere considerata al pari degli altri.

Conosco la discriminazione, so cosa significa appartenere ad una minoranza, essere femministe coinvolge il sostegno e il supporto verso ogni diversità, ecco perché oggi voglio parlare dell’importanza del DDL ZAN, un provvedimento che, se approvato, istituirebbe il carcere per chi commette atti di discriminazione fondati sul sesso. sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere o su qualsiasi disabilità.

A novembre 2020 il ddl viene approvato alla camera, ma bloccato poi al senato dalle forze di centro destra e lega ritenuto non prioritario di fronte all’emergenza Covid. Ovviamente, la pandemia ha una posizione molto importante in questo nostro momento storico, ma a quanto pare non è sufficiente a fermare le aggressioni omofobe alle stazioni ferroviarie, per dirne una, motivo per cui, se un uomo si sente in diritto di menare due ragazzi che si baciano, credo sia prioritario trovare delle pene per chi non rispetta l’amore.

Cosa prevede questo DDL? Innanzitutto come detto sopra è atto a contrastare le violenze e le discriminazioni basate su genere, orientamento sessuale, disabilità, tutte caratteristiche che chiamerei di “diversità”, che non vuol dire sia contro natura, come direbbe un qualsiasi politico di destra sui 50anni con il rosario in mano. Per genere si intende qualunque manifestazione esteriore di un soggetto che sia conforme o meno alle aspettative sociali connesse al sesso, per orientamento sessuale si intende attrazione (affettiva o fisica che sia) nei confronti di persone di sesso opposto o uguale. Per identità di genere, UDITE UDITE, si intende l’identificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al reale sesso della persona. Vale a dire: lasciar libere le persone di essere e sentirsi bene nei panni che ritengono opportuni.

Esiste già una legge costituzionale contro la discriminazione, come ha fatto presente la destra italiana, ma non è specifica e riguardante le questioni sopra citate. E’ necessario nel 2021 dare un segno di movimento verso il futuro, di accettazione, di apertura mentale che possa far capire ai mediocri omofobi che il mondo li sta lasciando indietro, che ogni forma d’amore va tutelata.

Tra le novità di questo provvedimento è prevista la reclusione in carcere per chi viola questi diritti o multe salate per chi commette atti discriminatori. E’ prevista anche l’istituzione di una giornata nazionale contro l’omofobia, il 17 maggio, dedicata alla promozione della cultura del rispetto dell’inclusione delle diversità, il contrasto dei pregiudizi e delle discriminazioni. Le scuole dovranno inserire programmi di sensibilizzazione verso queste discriminazioni e sappiamo bene quanto sia importante partire dai bambini, ancora puliti e sereni verso il mondo, che dovranno poi lottare contro tanti genitori bigotti e chiusi mentalmente.

Tutelare i diritti di tutti non va a ledere le nostre libertà, non dobbiamo avere paura di chi è diverso da noi, ma lasciarci arricchire. Rispettiamo ogni forma d’amore, discriminiamo la violenza.

I diversi sono quelli che discriminano. Sosteniamo il disegno di legge contro la omotransfobia.

Lo spazio che meritiamo.

Iniziamo con un luogo comune, dirlo, ripeterlo, potrebbe solo aiutarci ad assimilare il concetto: le donne ai vertici, di qualsiasi attività, sono sempre molto poche rispetto agli uomini.

Chi di loro riesce ad arrivare ai vertici deve rispettare standard molto elevati: essere impeccabile, eccellente, perfetta nel ruolo affidato e il più delle volte dormire a fatica per la responsabilità che si sente addosso, per il pensiero di mantenersi tale. Ci avete badato invece a come sono gli uomini agli stessi irraggiungibili (per noi) vertici? Sono NORMALI, sono esseri umani a cui è anche concesso un errore ogni tanto, pochi sono gli impeccabili ed eccellenti, sono persone qualsiasi, alle volte con una lunga lista di difetti, a cui non viene richiesto “di essere qualcosa” in più rispetto al loro limite.

Aggiungiamo anche che spesso, questi uomini, sono arroganti, sicuri di se, certi di meritare a pieno quel ruolo. Capaci di guardare tutti dall’alto verso il basso, non sanno cosa sia l’umiltà, non conoscono la fatica di affermarsi e di raggiungere obiettivi con i bastoni tra le ruote, non sanno cosa vuol dire fare di più del dovuto per essere riconosciuti, perché in quanto uomini non hanno nulla in più da dover dimostrare, a differenza nostra.

Ci pensate ad una donna in una posizione importante nelle sue vesti “normali”? Ecco, il fatto è proprio questo, e per spiegarlo mi riallaccio alle famose pari opportunità che ancora suonano come barzelletta alle mie orecchie. Per quale motivo a me viene richiesto il doppio lavoro, il doppio della fatica, sacrifici familiari ecc.. per poter raggiungere un ruolo importante?

E’ possibile avere le stesse opportunità date agli altri? Possibilità di essere ai vertici in modo normale? Senza dover sputare sangue ad esempio? Le donne che sono arrivate in alto hanno dovuto mettere da parte davvero tanto, fare scelte dolorose per dimostrarsi “degne”, sacrifici così grandi da far piangere nella solitudine della sera. La donna che arriva in alto deve essere la migliore, solo eccellendo può ambire a un ruolo “maschile”, perché si un qualsiasi ruolo di dirigenza è ancora considerato da uomo.

L’Italia è invasa da uomini che occupano posizioni di potere, di privilegio, basti pensare al nostro parlamento, il presidente del consiglio, il presidente della repubblica; oppure possiamo guardare anche alle più piccole realtà, le aziende dove lavoriamo, il nostro comune, la nostra provincia, quante donne vedete ricoprire ruoli di potere? Diciamo poche o quasi nessuna? Direi di si. L’Italia, per i suoi pregressi storici, è uno dei paesi più retrogradi relativamente al ruolo della donna nella società, siamo ancora una minoranza in termini di istruzione e lavoro, è ancora normale che una donna, dopo essere diventata mamma, lasci il lavoro perché incompatibile con l’esigenze dei bimbi. L’Italia è ancora un paese che non tutela la figura della donna o della mamma, perché nelle posizioni di potere ci sono quasi sempre solo uomini, che non conoscono queste fragilità e neanche si prestano a capirle.

Non c’è vittimismo in questo discorso, solamente realismo di fronte alle diverse opportunità che ci vengono date, noi abbiamo bisogno di spazio in questa società, la nostra lungimiranza, la nostra intelligenza mixata con la sensibilità che tanto ci viene criticata, sono doti molti utili e preziose nel mondo in cui stiamo vivendo, pieno di diversità e fragilità che, un uomo, non essendo mai stato fragile o in minoranza, non potrebbe mai vedere.

Smettetela di chiederci di essere eccellenti nel ruolo che ricopriamo, quando intorno a noi ci sono solo uomini che svolgono le loro mansioni in modo normale, lasciateci essere come siamo, senza pretese extra solo perché siamo donne e siamo arrivate in un posto che “solitamente” è impegnato da una desinenza maschile.

Siamo un bene prezioso, lasciateci essere parte attiva in questa società, vogliamo l’opportunità di essere normali anche noi.

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Cerca di capire.

Continuo il mio attacco verso gli stereotipi di genere, oggi in particolare vorrei cercare di dissociare dalle nostre menti la formula algebrica tale per cui DONNA=MISERICORDIA x COMPRENSIONE INCONDIZIONATA.

Ho perso il conto delle volte in cui mi è stato chiesto di CAPIRE, beh lasciatemi dire che ho una novità, la risposta è NO, non cercherò più di capire nessuno, fintanto che qualcuno non farà lo stesso con me.

Quale sarà mai il significato nascosto tra le righe quando qualcuno ci chiede di CAPIRE? Il non detto in questa frase è la richiesta di farsi da parte, accantonare le proprie idee, i propri principi per evitare litigi, incomprensioni; non solo, aggiungerei anche: mettersi da parte significa lasciare spazio a qualcuno che non siamo noi. Tutto questo fatto nel nome del quieto vivere, della pace, della non rivoluzione. Accettazione, comprensione e misericordia: LA DONNA.

Lo stereotipo della donna comprensiva, benevola, amorevole, ragionevole, tranne in quel periodo del mese in cui, causa turbinii ormonali, diventiamo delle bestie di satana. Questa è la nostra veste che ci è stata cucita addosso.

Le donne devo cercare di capire, perdonare il primo insulto, il primo schiaffo, la prima violenza verbale, fisica, economica, psicologica che sia.

“Cerca di capire, è stanco, stressato sul lavoro” – “La situazione è snervante, manca il lavoro, bisogna capirlo” – “cerca di capire che non era sua intenzione, è stato un raptus di rabbia”.

Sapete chi pronuncia frasi di questo genere il più delle volte? Le forze dell’ordine che vengono coinvolte dalla donna che sta subendo violenza domestica, le persone esterne che non vogliono mostrare crepe nella famiglia, cercando di riappacificare i due coniugi. Preciso: non lo dico io, lo dicono tutti i dati raccolti dai centri anti violenza. E’ sufficiente anche leggere o ascoltare qualche fatto di cronaca per capire che la maggior parte dei femminicidi ha sempre una denuncia o una tentata da parte della vittima che, come sempre, non è stata presa sul serio come doveva.

In generale, è tempo che ognuna di noi smetta di cercare di capire, io personalmente vorrei togliere negli altri questa aspettativa nei miei confronti, togliermi soprattutto di dosso lo sguardo perentorio di chi mi sta chiedendo di farlo, facendomi sentire sbagliata perché questa volta ho detto no.

Troppe volte ci è stato chiesto di capire, mandando giù l’ennesima fatica per non rompere degli schemi, per fare da collante, per addolcire la pillola. Siamo qui per perdonare, compiacere o assecondare solo le nostre emozioni, solo noi. Non ci deve venir più chiesto di farlo in favore di qualcun altro, in nome di uno stereotipo che ha spento tante donne costringendole al silenzio in un angolo buio di una casa.

Rompiamo gli schemi, ascoltiamo la fiamma che ci brucia dentro.

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LOTTO MARZO

Solo negli ultimi anni la “festa della donna” ha cambiato volto e nome, diventando la GIORNATA INTERNAZIONALE PER I DIRITTI DELLE DONNE, definirla festa era piuttosto inappropriato. Un cambio per identificare, ricordare e ringraziare in questa giornata tutte le donne che hanno lottato per ottenere conquiste in campo sociale, politico, economico e di genere per noi donne.

L’agghiacciante figura di Renzi impegnato ad intervistare il principe saudita, mi ha dato l’idea per il testo da scrivere su questo otto marzo; ho chiesto la collaborazione di una mia cara amica di origine saudita, che da diversi anni vive nel nostro paese, scappata dal paese con la famiglia. Caro Renzi, sarebbe bello se per la prossima geniale intervista ti dedicassi a far parlare donne come lei, spesso obbligate per legge al silenzio, all’ombra del loro proprietario, anziché riempirti la bocca di grandi complimenti verso uomini spietati, in aggiunta mandanti di omicidi comprovati.

Quello che vado a scrivere, non è nulla di personale, non opinioni, non giudizi o pareri, solo una lista di diritti che noi donne occidentali possediamo e diamo per scontati, mentre le nostre sorelle saudite non hanno ancora, nulla di criticabile, solo una raccolta di informazioni.

  • iniziamo dicendo che ogni donna ha un tutore, un uomo: marito, fratello, papà, zio, la figura più vicina che vive in casa con lei. La donna appartiene all’uomo con cui vive, insieme alla casa e al resto dei suoi possedimenti,
  • in questo paese le donne possono svolgere solo alcune mansioni e attività in modo autonomo, per la maggior parte necessitano del consenso scritto o orale del tutore,
  • una delle ultime vittore delle femministe saudite è arrivata nel 2017: la possibilità di trovarsi un lavoro senza il bisogno del nulla osta dell’uomo,
  • le donne non possono interagire con alcun uomo esterno alla cerchia familiare, quindi ad esempio: se una donna subisce violenze tra le mura domestiche e vuole denunciare il marito; può farlo, recandosi dalla polizia con il marito, suo tutore. La donna non può parlare con il poliziotto, è solo il marito che può farlo. (L’Arabia è uno dei paesi con meno denunce di violenza domestica in assoluto, e credo sia ben chiaro il perché),
  • entrando in un ristorante ci sono due aree: quella delle famiglie con donne e quella di soli uomini, questo perché durante un pranzo ad esempio, una donna dovrà levarsi il velo per mangiare e non è rispettoso farlo davanti ad altri uomini,
  • prima del 2018 un autista di un mezzo pubblico, poteva rifiutarsi di far salire una donna da sola, questo perché era immorale vedere in giro donne sole senza accompagnatori. Nonostante questo, se una donna vuole prendere il treno in autonomia, può farlo solo nella capitale e occupando l’ultimo vagone riservato a loro; se volesse per qualche motivo sedersi da un’altra parte, deve essere presente il tutore,
  • la parola di un uomo vale almeno due volte quella della donna, immaginate durante un processo, quanto può valere la testimonianza di una donna, spesso e volentieri non vengono nemmeno ascoltate,
  • in caso di eredità la donna percepisce metà dei suoi fratelli, mentre in alcune zone rurali viene completamente esclusa,
  • una donna saudita può sposare solo uomini musulmani, in caso contrario esiste tutta una procedura da seguire tramite il ministro degli esteri. Se vuole sposarsi per amore, quindi non utilizzando la formula standard in uso di matrimonio combinato, avrà bisogno prima del consenso scritto del padre. L’Arabia Saudita è uno di quei paesi dove una ragazzina di 12 può sposare un uomo anche di 70 se i genitori glielo impongono,
  • esiste anche il divorzio, per lo più perché richiesto dagli uomini, da pochi anni le donne hanno ottenuto di essere almeno avvisate nel caso in cui il marito chiedesse la separazione; negli anni precedenti era lecito procedere in silenzio senza coinvolgere la moglie.

Questi sono alcuni degli aspetti legati ai diritti delle donne saudite, uno in particolare non ho toccato perché saranno le parole della mia amica farlo: “Appena arrivati qui mi faceva strano vedere tutte queste donne con il corpo non coperto, mia madre ha iniziato da pochi anni a togliere il velo dal volto, da quando ha visto in me la capacità di vivere bene e serena negli abiti comuni degli occidentali. Mia nonna diceva sempre che coprirci era la nostra forma di protezione dagli uomini cattivi, evitare di mostrare una qualsiasi parte del nostro corpo ci tutelava dalle loro violenze.”

Da alcuni rapporti di Amnesty International le donne saudite continuano a subire discriminazioni, violenze ed abusi sessuali impossibili da denunciare per i motivi spiegati sopra. Ogni anni a causa di queste condizioni, sono tantissime le donne che cercano di fuggire dal paese, dalle violenze e dai soprusi; purtroppo sono in poche quelle che ce la fanno, la maggior parte viene catturata, fermata e ripudiata dalla famiglia, vivendo nell’oblio più totale.

Alcuni diritti sono stati raggiunti grazie alle lotte continue delle femministe, ma tante di loro sono state incarcerate e fatte sparire, si anche dal caro principe saudita amico di Renzi.

Ringrazio la mia amica per avermi concesso queste poche righe, non abbiamo detto nulla di che, tutte informazioni reali sui diritti delle donne in un paese diverso dal nostro.

Vorrei dedicare questo articolo a tutte le donne che hanno perso la vita per la lotta, tutte quelle che sono state catturate, imprigionate, picchiate, messe a tacere, solo perché volevano PARI DIRITTI. IO LOTTO.

Grazie.

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Due chiacchiere e un caffè.

” Te lo dico in tutta onestà, più ci penso e più mi rendo conto che facevo un lavoro di merda, nella mia vita ne ho cambiati diversi, facendone di ogni durante gli anni universitari. Nessuno era avvilente, frustrante, demotivante come quello, ad un certo punto mi ero anche convinta di aver preso quel posto di lavoro come sfida personale, sai bene che non amo perdere o essere sconfitta da qualche evento, quindi mi dicevo, NO NO VAI AVANTI NON PUOI MOLLARE, HANNO DATO QUESTO RUOLO A TE, SIGNIFICA CHE CREDONO NELLE TUE CAPACITA’. Ma quante cazzate mi pompavo nella testa”.

“Quini pensi sia questo il motivo per cui non hai mollato prima? Voglio dire sei rimasta li diversi anni, alla lunga un lavoro così logora no?”

“Assolutamente si, anzi ti dirò, se non fosse stato per quello stronzo, falso e arrogante che mi ha letteralmente rubato il ruolo, facendomi diventare un surrogato di sua assistente, molto probabilmente sarei rimasta ancora ed ancora, Se dovessi incontrarlo di nuovo, cosa che mi auguro non capiti mai, dopo una scarica di parolacce, alla fine concluderei con un grazie, non lo mangi quello? Posso?”

“Certo certo, finiscilo pure, ma fammi capire, cos’era che ti ha tenuto li tutti quegli anni? Non trovavi altro lavoro?”

“No no anzi, c’erano giornate in cui, presa dallo sconforto, cercavo un’alternativa, e sai cosa? Ho fatto un paio di colloqui ma il fatto è che io mi alzavo tutte le mattine sorridente e felice, era un lavoraccio si, ma io in quell’ufficio avevo trovato l’oro. Non so fino a che punto riesco a spiegarti a parole cos’eravamo noi, davvero che merce rara. Parlando personalmente l’80% del lavoro lo fanno i colleghi, ed eccoci arrivati al nodo della questione, sono stati loro la mia ancora di salvezza.”

—– “Vi porto altro ragazze?” ——.

“Per me no grazie” – “Anche io a posto così, ci porti il conto per favore?”

“Ok i colleghi li hanno tutti più o meno, ma avresti potuto trovarne altri validi in qualsiasi altro posto no?”

“Dici? Io non credo. Io arrivavo presto in ufficio e ognuno di noi aveva una particolarità che alle 8 del mattino era già stampata in faccia, c’era lui, appena arrivato, con i postumi di un campari in più della sera prima, nonostante fosse solo martedì, sorrideva e mi raccontava: si si dico sempre questo è l’ultimo, invece alla fine arrivi a casa spaccato in due, che hai perso il conto di quanti ne hai bevuti! Ma io sono uno di compagnia lo sai! Se c’è da bere si beve. Poi c’era l’altro che arrivava stanco, occhio rosso e appesantito, ho bisogno subito di un caffè diceva, si perché aveva perso il conto delle notte insonni con il suo bambino. Prendere il caffè con lui era una delle mie cose preferite, ci raccontavamo le novità e ridavamo insieme di quello che era successo il giorno prima al lavoro con quei colleghi che amavamo decisamente poco. Poi arrivava uno degli ultimi, in ritardo ed arrabbiato perché la sera prima giocando a beach la caviglia aveva dato ancora problemi, e le sue performance o erano perfette oppure non avevano senso di essere. Su uno dei tavoli in ufficio c’era sempre un vassoio di brioches perché il più mattiniero di noi ce le portava, e ne mangiava almeno due. Quando qualcosa andava particolarmente male e me lo si leggeva in faccia, ecco arrivare una notifica che diceva: ti vedo male oggi, tutto ok? Potrei perdere una giornata raccontandoti un briciolo di ognuno di loro. Eravamo proprio sincronizzati, dove non arrivavo io c’era uno di loro e viceversa, ogni giorno avevo computer e telefono intasato di cose da fare e già alle 8.10 del mattino la pressione alle stelle. Ogni mail, chiamata o rottura di palle necessitava del supporto di qualcuno di loro, e io avevo imparato a chi chiedere aiuto in base alla richiesta che arrivava. Mi sentivo in una giungla, piena di sorprese e animali feroci, ma noi eravamo una squadra, nessuno affondava o veniva attaccato, perché il branco ci proteggeva. Eravamo insieme. E quanto si rideva.. tantissimo, ci divertivamo con poco, un po’ per non soffocare dentro quel vortice di lavoro malsano che si era creato, un po’ perché il nostro feeling era speciale. Non passava giorno in cui non fossi grata per quelle persone, per quelle anime passate li e fermatesi. Sarà che eravamo più o meno tutti della stessa età, puliti, senza mire di rivalsa o scalate sulle teste degli altri…”

“Beh no questo no, perché se lui non ti avesse pestato i piedi scavalcandoti..”

“Certo si, una mela marcia c’era, marcissima, mi spiace averlo vissuto sulla mia pelle, ma ci sta eh? voglio dire, valeva la pena disilludersi da quell’isola felice in cui mi trovato, discostando la mia attenzione dal lavoro che mi stava mangiando, se no sarei ancora la!!”

“Poi? sarà stata dura ripartire da un’altra parte immagino”

“Tantissimo, staccarmi da loro, quelli buoni chiaramente, è stato quasi come crimpare un cordone ombelicale, ho pianto tantissimo, non mi sono mai capacitata della fine di quel periodo, nonostante tutta la mia vita, non solo quella lavorativa ne abbia giovato. Cioè cambiare lavoro è stata la cosa più salutare fatta negli ultimi anni, ma questo non toglie l’amore che avevo verso quelle persone, amici, si li chiamo amici perché quello erano. Mi sento di essermi portata via un pezzetto di ognuno, e viceversa. Alla fine poi il tempo ha messo al suo posto ogni cosa, eravamo speciali insieme, ma l’avidità sgretola. Ci siamo spostati tutti, o quasi, non credo gli ultimi tardino molto a fare lo stesso, si è pur sempre creata una ferita che non si sta cicatrizzando, e la necessità di aria fresca è arrivata per ognuno di noi”

“Offro io, se no paghi sempre tu.. dai per favore”

“Figurati, è da un’ora che parlo e che mi ascolti, il minimo è pagarti la colazione!”

“Insomma quindi alla fine hai capito che doveva andare così?”

“Ma non so dirti che morale estrapolare da questa esperienza di vita, certo una cosa l’ho imparata, eravamo un caso raro, quindi non ho più lasciato nessun collega, arrivato dopo, avvicinarsi così tanto a me, nonostante abbia metabolizzato che è stato un passaggio della vita, la sofferenza per quella rottura, per quello strappo, è stata fortissima”

“Beh mai dire mai, magari troverai altri colleghi con cui condividere la vita allo stesso modo”

“No ma non fraintendermi, i colleghi attuali che ho sono fantastici, collaborativi, simpatici, ma sono colleghi capisci cosa voglio dire? Non mischierò mai più le cose. Non ne vale la pena. Per loro era diverso, per loro ne è valsa la pena, non capitano tutti i giorni persone così. Anzi, persone così non capitano, sono li per un motivo.”

“Non ci credo, ti vengono ancora gli occhi lucidi?! Dopo quanto? 4-5 anni?” – “Dovevano essere speciali davvero”.

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(Racconti e quattro chiacchiere)