“Non voglio criticarti, lo dico per il tuo bene”.

… pensa se mi voleva male cosa mi diceva!

La canzone di J-Ax “Assenzio ” dice una frase che rispecchia perfettamente l’argomento di cui vorrei parlare, “in mezzo ad una folla di voci che acclama avere un radar e sentire solo quella solitaria che infama”, perché in mezzo a tante belle parole e persone che ci sostengono, tendiamo a dare più peso a quella voce da sola in lontananza che ci offende e ci vuole distruggere?

Parlavo la settimana scorsa con una mia amica conosciuta proprio grazie alla piattaforma di WordPress dove scriviamo entrambe, nel corso degli ultimi mesi abbiamo notevolmente aumentato il cerchio di utenti che ci leggono e ci lasciano piacevoli feedback positivi, tra tanti c’è sempre qualcuno che ci porta uno strascico di cattiveria, che ci trasmette “male”, dice che valiamo poco. Ma perché diamo così peso a queste voci? Perché ci si sofferma di più sull’odio e la rabbia anziché riempirci di soddisfazioni con gli incoraggiamenti che ci arrivano?

Sarà forse una mia impressione, ma il male si sparge a macchia d’olio, incredibile come basti poco per scatenare una rabbia repressa che non si sa bene dove sia stata nascosta. Le vibrazioni negative vengono trasmesse in modo velocissimo come un’infezione che non si riesce ad arginare, trovando terreno fertile in persone magari più fragili che vengono massacrate dalle frustrazioni del mittente. Si perché per la maggior parte parliamo di persone nocive alimentate da tanto odio che la vita ha reso rabbiose, nascoste in disparte, pronte ad alzare la voce non appena fai un passo falso. I miei preferiti sono quelli che si mettono il vestito da cappuccetto rosso ma che sotto sono in realtà dei lupi mannari.. ti criticano ferocemente e concludono con: “vedi tu eh? io lo dico per il tuo bene”. Le classiche critiche travestite da consigli (il più delle volte mai richiesti).

Indubbiamente l’arrivo dei social mette in piazza la nostra vita privata, o meglio, chi come me li utilizza in maniera piuttosto frequente, sceglie anche cosa mettere in evidenza della propria vita. Le conseguenze non tardano ad arrivare, molte persone mi leggono ed apprezzano i miei lavori, la mia vita, la mia bambina, ma altrettante no. Arrivano tante critiche anche, alcune accettabili devo dire, si perché se fatte davvero con scopo di critica costruttiva possono fare bene; sono quelle fatte solo per annientarti che diventano deleterie, fatte per ferire, rimpicciolire, bullizzare, spaventare, denigrare. Perché? Cercare di riversare l’odio contro un’altra persona che apparentemente non si conosce troppo bene, cosa porta?

Io credo che chi lo fa cerchi di far sentire il destinatario allo stesso suo modo, chi trasmette odio è una persona sofferente, rabbiosa, insoddisfatta, alla perenne ricerca di qualcosa che cerca nella distruzione altrui, pensando che disintegrare chi sta di fronte sia una forma di riscatto nei confronti della vita. Queste persone vanno aiutate sicuramente perché combattono una guerra con loro stessi fatta di odio soprattutto verso la loro persona, stanno insultando se stessi ma non lo sanno. Io ho conosciuto da poco questa nuova forma di odio, le prime volte ammetto di averci sofferto, non riuscivo a capire cosa avesse scatenato reazioni di questo genere. Poi la luce, ho semplicemente pensato di premere il tasto blocca. Capisco non sia una scelta troppo matura, ma non credo ci sia modo di avere un confronto con chi si comporta così. L’incitamento all’odio non è fatto con lo scopo di un confronto maturo quindi non ne vale la pena.

L’indifferenza è la forma di risposta più consona, questi soggetti trovano carica e voglia di continuare quando vedono che riescono a colpirci, basta poco, ignorare è la strada giusta. Non è facile, persone fragili, troppo giovani, insicure, manipolabili possono cadere in un baratro che toglie il respiro, stiamo attenti alle osservazioni che facciamo, specialmente se non richieste. Se non siamo d’accordo con qualcuno, facciamo una cosa intelligente, smettiamo di seguire o guardare la sua vita sui social, spegniamo il telefono e andiamo a fare altro. Coltiviamo interessi che vadano oltre il mondo del web, e ve lo dico io che ci vivo e ci lavoro dentro!

Questo è il mio modesto pensiero sulla “cybercattiveria”, poi ci sono invece le persone a noi vicine, che ci conosco bene, e amano criticarci specialmente dietro le nostre spalle, ma questo è tutto un altro mondo e in tanti abbiamo questo brutto vizio, chi più e chi meno. In questo caso non basta bloccare l’utente, qui il veleno alle volte scorre nelle vene a tal punto da uccidere rapporti, allora io semplicemente cambio strada e lascio che il singolo si ritrovi nella sua solitudine contando sulle dita della mano chi è rimasto ed è riuscito a sopravvivere ai suoi morsi velenosi. Io di morsi ne ho davvero tanti e ammetto in tutta onestà che spesso mi sono difesa lasciando a mia volta il segno, la delusione è una forte sofferenza ma una grandissima scuola.

“Smetti di piangere come le femminucce”

Ero nel reparto neonati con la mia bambina in braccio, stavo cercando un bel vestitino rosso da mettere a Natale, dalla corsia davanti sento un papà dire al figlio: “Andrea smettila di piangere non sei una femminuccia!”, Andrea continua a piangere e il papà: “Non ti vergogni? sono le bambine che piangono, tu sei una bambina? smettila dai”. Non sono riuscita a tacere, sono passata davanti ad Andrea con la mia bambina in braccio, mi sono fermata e ho detto: “Vedi Fiamma tu sei nata femmina, sei molto fortunata perché puoi piangere tutte le volte che vuoi, mentre loro, i maschietti, non possono”, il papà di Andrea resta muto e io e la mia bambina proseguiamo il nostro giro. Cosa vuol dire “sono le bambine che piangono?” È un difetto di fabbrica forse? L’uomo è forte, coraggioso, valoroso, la donna invece il sesso debole lacrimevole?

“Piangere è da bambine immature”. Ricordo il mio esame di maturità, avevo fatto degli scritti quasi perfetti, ma all’orale dopo aver esposto tutta la mia tesina qualcosa è andato storto e sono scoppiata in un pianto interminabile, una forma di liberazione di fine tensione. Finito l’orale il mio professore d’italiano sgancia il carico pesante: “E’ un peccato quel pianto finale, purtroppo qualche punto ti verrà tolto, sai si chiama esame di maturità e oggi ci hai mostrato che sei ancora immatura sotto certi aspetti”. La mia valutazione finale è stata frutto di 5 anni di studio e 5 minuti di lacrime che hanno rovinosamente diminuito il mio voto.

Chi sono le persone che solitamente piangono? I bambini, le persone troppo emotive, troppo impulsive, che provano rabbia, ansia, angoscia, frustrazione, impotenza, sconfitta, sofferenza, solitudine, sconforto, ingiustizia, è così necessario imparare a dominare queste sensazioni e imporsi di non lasciarle uscire? Questo ci hanno insegnato, bisogna reagire in modo “maturo”. Qualcuno sa dirmi come sarebbe il modo maturo? Io personalmente no.

Un giorno ho assistito ad un litigio fra un collega e il nostro capo, terminato il tutto io avrei pianto come una fontana, il mio collega invece ha preso la prima cosa che ha trovato e l’ha lanciata contro il muro dicendo poi una serie di santi accompagnati da varie altre caratteristiche. Mi sono chiesta: è forse questo il modus operandi delle persone adulte? cioè è meglio la sua reazione “maschile” rispetto alle mie “lacrime da femminuccia”? Lasciatemi dire che se non ci avessero insegnato che piangono solo le donne probabilmente oggi il mondo sarebbe meno pieno di gente con il porto d’armi che si ammazza. Sfogarsi con un pianto è una terapia che ci aiuta a liberare le nostre sofferenze.

Ho passato quasi 30 anni della mia vita a piangere nascosta nella mia cameretta, nella campagna di casa, dietro al fienile della nonna, poi crescendo piangevo a scuola nei bagni, proseguendo poi sul lavoro sempre rigorosamente nascosta nel bagno. La nostra società ci ha insegnato che piangere è qualcosa di imbarazzante, chi lo fa è di conseguenza debole e fragile ecco perché viene additato come sbagliato. Mi è capitato mille volte di avere un impeto di rabbia incontrollabile e la prima cosa che di riflesso facevo era riempirmi gli occhi di lacrime e vergognarmi a morte. Quante volte mi sono sentita frustrata e messa da parte sul lavoro per qualche scelta maschile, e ho pianto tantissimo. Ecco che i miei superiori mi facevano notare proprio come questo mio atteggiamento mi stesse rovinando “sei troppo emotiva vedi? Piangere dimostra che non sei pronta per quel lavoro”.

Non piangere e tenere tutto dentro per quasi 30 anni mi ha causato in ordine cronologico questi disturbi:

  • gastrite cronica,
  • attacchi di panico,
  • herpes ovunque,
  • pressione alta,
  • fame compulsiva,
  • periodi di digiuno,
  • insonnia,
  • depressione,
  • mal di schiena,

Inutile dire quanti specialisti ho frequentato per poter guarire da ogni male, ma questa storia ve l’ho già raccontata nell’articolo precedente, che è strettamente collegato a questo. Lo “scoppione” di gennaio che mi ha portato al ricovero ospedaliero mi ha insegnato che se non lascio fluire tutte le sensazioni che ho rischio di distruggermi fisicamente. Ecco che ho iniziato a dedicarmi due volte a settimana ai miei pianti liberatori. Ne parlavo in questi giorni nelle storie di IG (instagram), piango come esercizio settimanale per svuotarmi ed essere più serena.

Come? Ho scelto le “canzoni per piangere”, metto le cuffie e parto per la mia passeggiata in mezzo al nulla, le canzoni sono tristi e mi fanno scendere le lacrime, piano piano. Ripenso ai giorni in cui mi hanno detto troppe volte di non farlo, e penso soprattutto a chi me lo diceva. Solitamente uomini adulti che con prepotenza si prendevano una posizione di supremazia e dominio nei miei confronti, ed io, giovane e ingenua, lo accettavo perché ero una ragazza impreparata, mentre loro erano uomini che avevano il mondo in pugno. Le loro parole mi hanno fatto sentire sbagliata, fuori posto, fuori luogo, indifesa, piccola, debole, fragile.. mi dispiace tanto per la Federica di allora. La Federica di adesso andrebbe da lei ad abbracciarla forte dicendole che non c’è niente di male, il solo male sono le persone che ci fatto sentire così, per dominarci, manipolarci e farci credere che non andremo da nessuna parte così emotivamente instabili. Invece sono arrivata fino a qui, dove un sacco di donne mi leggono e mi ringraziano per farle sentire bene, normali, queste donne sono tante federiche che si sono sentite indifese, e io sono qui per loro. Mentre invece a tutti quelli che mi hanno guardato con aria compassionevole mentre cadeva una lacrima vorrei dire solo questo: fanculo, il mondo sta cambiando, noi donne stiamo cambiando, non siete più voi a far le regole.

Noi siamo veramente molto fortunate perchè possiamo piangere senza temere di essere chiamate “femminucce” siamo nate così, e spero che tutte voi femminucce la fuori parliate con i vostri bambini spiegando l’importanza delle lacrime, più sane e umane di un pugno, un’imprecazione o una violenza. Insegnamo ai nostri bambini che piangere è umano.

Ho scelto come immagine una frase di una delle mie scrittrici inglesi preferite, Charlotte Bronte, inviatami da Alessandra relativamente all’argomento pianto. Per chi ne avesse bisogno ecco la traduzione: “Piangere non significa essere deboli, fin dalla nascita sta ad indicare che siamo vivi”.

Ho smesso di avere fretta.

“Avrei bisogno di una giornata di 48 ore per fare tutto, in 24 è quasi impossibile”. La mia vita è circa così: sveglia ore 7, vestiti preparati il giorno prima con accessori e scarpe giuste, capelli curati (lisci o mossi, mai lasciati da soli o liberi di essere), trucco partendo dalla skin care fino al rossetto, unghie colorate e si parte con la mia borsa piena di agende (almeno 3), il tutto in 30 minuti di orologio.

Ore 7.30 colazione al bar con due o tre persone con cui inizi anche a dire qualche battuta perché le vedi ogni giorno, poi via subito in ufficio. Lavoro in modo frenetico, sono una donna e sono multitasking, si perché più fai adesso e meno fai dopo, il mio scopo è alzarmi dalla scrivania sapendo che il giorno dopo mi porterò il meno possibile. Nella vita ci vuole fretta, bisogna fare tanto e avere il fiato corto anche da sedute.

Ore 17 via di corsa e pronti per il fitness, si va in ciclabile (sole, pioggia, vento, freddo o neve), doccia veloce, appuntamenti vari con: estetista, osteopata, naturopata, riflessologia plantare, yoga, cena volante e poi un’ora di meditazione forzata per buttare fuori la negativà perchè non riesco mai a dormire (ma dai?). Si va a letto alle 23.30 circa, ma in media dormo intorno alle 2, e se il nervosismo non mi da tregua inizio a pulire il bagno.

I miei compagni di viaggio fissi sono: l’ansia, il fiato corto, panico, angoscia, paura di avere paura, paura di non avere tempo, appuntamenti spesso concomitanti, e tanti tanti soldi per tutti i miei cari specialisti che avevo bisogno di vedere per “stare bene”. Dedichiamo un paio di righe a questi specialisti.. che hanno un incasso solido anche grazie ai nostri stili di vita che ci spremono fino all’ultima goccia; “Fede hai bisogno di vivere nel qui e ora, smetti di organizzarti la vita”.. grazie (ci starebbe bene un’emoticon di whatsapp la faccina con occhi — e bocca __ mi capite?) Ognuno di loro mi prepara la “pozione magica” per drenare, dormire meglio, depurare il fegato, aiutare i reni, rilassare il cuore, lo zenzero, le bacche, i fiori, gli integratori ecc.. io compro tutto.

Per qualche motivo a me ignoto, in mezzo a questo casino di appuntamenti e doveri resto anche incinta, incredibilmente la mia testa va in slow motion immediato, come per difendere quella bambina dalla fretta divoratrice della mamma e così mi passano tutti i disturbi per cui mi stavo curando. Nasce la bimba e le ostetriche mi aiutano ad alimentare nuovamente la fretta, deve assolutamente arrivare il latte. Purtroppo arriva tardi, lei perde troppo peso e di conseguenza non veniamo dimesse il giorno promesso. Finalmente ci portano il primo latte artificiale, la bambina per la prima volta dopo tre giorni non piange e dorme beata, ma io inizio a sentirmi poco bene, sono agitata, nervosa. Mi scoppia la testa, il mio battito cardiaco è troppo alto, chiamano il medico di turno perché sto per perdere i sensi, poi ricordo poco.. solo che mi hanno sedato e portato via la bambina, avevo la pressione 120/180 e un pensiero solo: la mia bambina non mangiava da tre giorni. Vengo dimessa qualche giorno dopo con allattamento misto e ragadi sanguinanti, un calvario. Questo mio stato confusionale scatena mille ansie assopite da tempo, e nei tre mesi successivi dalla nascita la pressione del sangue peggiora fino ad un secondo ricovero ospedaliero.

Siamo ai primi di gennaio e mi portano in ospedale con una forte aritmia e pressione di nuovo alta, resto una notte dentro da sola con i miei pensieri: devo stirare, devo pulire, devo dare il latte alla bambina, devo riprendermi perché il mio corpo ancora porta i segni del parto, perché sono ancora in questo stato? Vengo dimessa il giorno dopo con 7 pastiglie per cuore e pressione. Arrivo a casa e corro dalla mia bimba che ha dormito tutta notte, appena la vedo mi sorride e restiamo insieme nel letto a farci le coccole. Da quel giorno prendo la decisione migliore: basta allattamento al seno. Dopo un mese la pressione inizia a scendermi.

Arriva il Covid e non mi lasciano più avere avere fretta. Non posso più correre in palestra, in ciclabile, dal parrucchiere, dall’estetista, da tutti gli specialisti, basta dormite ad intermittenza perché al mattino “dobbiamo andare”, basta, mi devo fermare. La quarantena non rispetta i miei ritmi, e così mi sono fermata, insieme alla mia bambina. Ci siamo coccolate fino a diventare invincibili insieme, tanto che oggi 1 giugno le pastiglie che prendo sono 1 soltanto, dimostrazione che la fretta mi stava uccidendo.

Si la mia malattia è la fretta e non voglio insegnare a mia figlia che correre ed essere multitasking è il modo giusto per essere riconosciute come “brava”, distruggersi fisicamente per ottenere risultati appaganti? Ma possiamo dirlo veramente? Ma dove stiamo correndo ce lo siamo chiesti? Ci siamo dati uno scopo nella vita? Io dopo quella notte in ospedale mi sono promessa serenità, vivere di corsa non è un preludio di qualcosa di bello che arriverà, è solamente una distruzione che porta all’annientamento. E per favore non banalizziamo questo articolo dicendo “fare figli ti cambia la vita”, no, io stavo rischiando di esplodere per il mio stile di vita multitasking.

Non è avere figli che cambia la vita, nel mio caso è stata la paura di rovinarsi la saluta concretizzata, la paura di non fermare la mia testa perché pensava troppe cose insieme, la paura della notte che mi teneva sveglia troppe ore, la depressione post parto che ha invaso i primi mesi con la mia bambina ma che, tramite il campanello d’allarme della pressione alta, mi ha spinta a chiedere aiuto in tempo. Probabilmente è stato proprio l’arrivo del figlio che ha peggiorato la mia situazione di salute al punto “giusto” per potermi salvare in tempo. Sono le mie nonne che dall’alto mi hanno mandato questa meraviglia di bambina, per salvare una nipote troppo severa con se stessa che si sente sempre in debito con la vita e con il mondo.

Facciamo tesoro della pace che abbiamo sentito in quarantena, ricordiamoci di lei quando ci sentiamo soffocare. Sono convinta che sia stato un modo per dire a tutto il genere umano che stiamo correndo troppo senza una meta.

Femminismo e religione.

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So già che questo articolo sarà il più difficile, l’argomento che vado a snocciolare è ricco di sfaccettature e non posso toccarle tutte come vorrei.

Come al solito l’idea mi è “caduta tra le mani”. Nonostante i miei quasi 37 anni amo utilizzare i social specialmente instagram. In settimana parlavo nelle stories del fatto che a breve battezzeremo la bimba, mi sarebbe piaciuto aggiungerci anche il nostro matrimonio, ma credo solo per fare una bella festa.. la volontà di legarmi al mio compagno tramite rito cattolico non è di mio gradimento. Ecco che sui social nascono vari confronti ed è proprio l’utilizzo di questi che mi aiuta a sviluppare i miei articoli.

La donna e la chiesa, due entità che ho sempre visto troppo distanti. Sono cresciuta in una famiglia estremamente cattolica con limitazioni ben chiare a noi ragazze dovute alla “lettura” che la chiesa ha scelto sul ruolo della donna, la mia spiritualità è molto forte anche la mia religiosità, ma non legata alla chiesa romana che vivo più come una forma di clericalismo gestito dall’uomo.

Qualcuno mi ha detto la seguente frase: “Quante pippe che ti fai per un battesimo, la gente lo fa perchè è tradizione, come anche sposarsi in chiesa, poi non è necessario che tu ci vada sempre”. In realtà io ci vado in chiesa, perchè è “l’unico modo” disponibile per poter accendere una candela pensando alle mie nonne che mi guardano da lassù, dicendo una preghiera (solitamente inventata da me), parlando con un’entità superiore (di cui sono fermamente convinta) e restando in rigoroso silenzio ascoltando la mia anima. Ecco perchè per me un battesimo o un matrimonio non si fanno “per tradizione”, anzi, trovo siano una forte dichiarazione e ci ho dato il peso che secondo me meritava.

Mia nonna paterna, una forte credente e devota, mi portava tutti i sabati sera in chiesa per la funzione, mi chiedevo sempre perchè vedessi solo uomini sull’altare, la risposta? Le donne devono fare le mamme o le spose, al massimo le suore, ma Dio è uomo e i religiosi di conseguenza. Nella mia testolina di bambina non era chiaro un concetto (che ancora oggi a 37 anni mi porto dietro): la nostra religione parla di accettazione, di perdono, di accoglienza, come fa a non essere paritaria fra gli esseri umani? Prendiamo la Genesi ad esempio, perchè è la donna che porta il peccato originale nel mondo? perchè la donna deve essere sposa, madre e sottomessa al marito? se Dio ci ha creato a sua immagine e somiglianza, chi ha deciso che somiglia di più ad un uomo che ad una donna?

Mi piace pregare in silenzio, meditare prima di dormire, quindi per me sarebbe veramente bellissimo potermi concedere al 100% alla religione cattolica, ma ho bisogno di risposte che possano spiegarmi perchè io non posso entrare in seminario e cercare di diventare vescovo, oppure perchè quando ero bambina volevo fare il chirichetto ma il prete non ne voleva sapere “non puoi sei una bambina”. In realtà, non solo le donne non possono essere considerate al pari degli uomini, ma in passato (e in alcune zone del mondo ancora oggi) in comunità come quelle ebraiche o anche il nostro stesso sacro romano impero, la posizione nei confronti delle donne andava bene oltre quella segnalata nella Bibbia, venivano emarginate a tal punto da vietare l’entrata in chiesa con il ciclo mestruale perchè impure. Etichettate come streghe, arse vive nel medioevo, peccaminose e inferiori. Ma tutte queste azioni intraprese nei nostri confronti dove le hanno lette? Chi ha stabilito che il modo corretto di trattare le donne fosse questo? Ecco qui parlo io in veste di Federica, senza aver letto o fatto approfondimenti, credo che sia stato fondamentale il ruolo del clero in queste vicende. 2020 anni fa nessuno ha stabilito che le donne fossero impure, che dovessero essere stuprate, frustate, picchiate, bruciate, emarginate ecc.., credo siano stati gli uomini a deciderlo nel corso degli anni perchè era comodo così. I romani che andavano in giro per il mondo cercando di conquistare tutto (credo si siano fermati perchè ancora un pò e si invadevano da soli), hanno anche portato in giro la loro idea di religione cattolica, insegnando ai vari conquistati anche in che ruolo andava sacrificata la donna. Sia chiaro che punto il dito contro la nostra religione perchè è quella che conosco meglio, dopo essermi documentata posso dire con una certa sicurezza che quella induista sia la più paritaria. Inoltre non posso di certo affermare che la religione musulmana sia la più restrittiva, assolutamente no, diciamo che, a differenza della nostra, le leggi di inferiorità le ha promulgate, noi invece facciamo finta di essere molto più liberali, ma è tutta finzione.

Ad oggi la posizione della donna nella chiesa è ancora molto marginale, per regole imposte da persone umane a mio avviso. L’ugualianza non è messa in pratica. Allo stesso modo trovo che la posizione della donna all’interno di una famiglia unita tramite matrimonio cattolico vada rivista, io non posso accettare di sposarmi davanti ad un altare e ad un credo che mi vede inferiore a mio marito, non posso accettarlo. Ecco perchè non sopporto di sentirmi dire “mi sposo in chiesa perchè è tradizione”, il matrimonio cattolico ha forti preconcetti e stereotipi che sono sicura non fossero imposti all’arrivo del Messia 2020 anni fa, piuttosto credo facessero comodo agli uomini del tempo e anche a quelli del nostro. Basti pensare che chi  legge il vangelo e la sua omelia da un’interpretazione della parabola spesso amalgamata alla vita quotidiana della comunità, allo stesso modo ho fatto io quando di mio pugno ho letto certi passi del vangelo dando la mia interpretazione. Credo davvero che ci sia una forte liberalità nella preghiera, non è necessaria un’interpretazione univoca. Ecco perchè trovo limitativo che una donna, sentendo la “chiamata” alla vita religiosa, sappia che non potrà mai ricoprire certi ruoli sulla base di interpretazioni fatte chissà quanti anni fa sulle norme del cattolicesimo.

In questo articolo sono racchiusi una vastità pazzesca di argomenti, per scelta ho parlato più di miei pensieri piuttosto che di libri e biografie sul cristianesimo nei quali mi sono persa. Sono veramente convinta che ogni religione sia accumunata da basi umane di accettazione, ugualianza e amore ecco perchè credo sia merito degli “interpretatori” uomini se qualcosa poi è andato estremamente storto, per questo motivo faremo il battesimo, perchè il rito va oltre il velo maschile che l’uomo ha fatto indossare al cattolicesimo.

Sono molti i progressi fatti dalle donne in campo religioso ecco perchè sono certa non tarderemo a prenderci la nostra paritaria postazione a fianco dei nostri colleghi uomini. Concludo dicendo che non ho bisogno di sentirmi il perchè storicamente sono gli uomini “a dir messa”, andiamo oltre grazie.

“Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù.” Galati 3,28.

 

 

La molestia verbale.

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E’ questa immagine che mi ha dato l’idea per l’articolo che sto scrivendo. Per chi ne avesse bisogno ecco la traduzione: “Sono uno scrittore, qualsiasi cosa tu dica o faccia potrebbe essere usata in una storia”.

Oggi vi racconterò la storia di una ragazza che ha deciso di vendere vestiti e scarpe tramite siti atti a questo on line e scoprì com’è facile subire la molestia verbale da parte di soggetti esterni. La favoletta sarà scritta in prima persona perchè la ragazza in questione sono io.

Nelle ultime due settimane ho avuto modo di fare il tanto temuto cambio dell’armadio, mi sono messa d’impegno decidendo di mettere da parte tutti quei vestiti, borse, scarpe accessori che non metto più. Sono per lo più vestiti nuovi che ho messo forse un paio di volte, sono una vittima degli acquisti compulsivi e non sono mai riuscita a frenarmi. Dopo una gravidanza che mi ha portato ad aumentare di una taglia, ho moltissimi capi da eliminare, questo perchè non ho nessuna voglia di mettermi a dieta o perseguire modelli di fisici stabiliti da non so bene chi.

Messi da parte tutti i capi incriminati ho iniziato a caricare immagini a tappeto su vari siti (non farò nomi). La situazione che mi si è presentata è stata a dir poco imbarazzante, ma non per me.. per chi mi ha scritto. Ho ricevuto circa una ventina di contatti 5 donne e 15 uomini. Alcuni dialoghi, i meno volgari, li pubblicherò sotto, come testimonianza. Esempio di chat relativa a scarpe col tacco: “Ciao vorrei comprare le scarpe per la mia ragazza, sono ancora disponibili?” – “si,certo” – “avrei bisogno di vederle indossate puoi metterle e farmi un video?” – “no mi spiace, non mando foto o video dei miei piedi con le scarpe” – “ok ma per 50 euro che chiedi potresti anche fare una foto dove si vedono le tue caviglie” – “scusa mi stai chiedendo delle foto dei miei piedi in cambio dell’acquisto (probabile)?”. Questo è uno dei tanti, un altro invece per un abito taglia 44: “Mi diresti le tue misure per capire se possono andar bene per la mia ragazza?” – “io ora sono una taglia 46 quindi le mie misure non fanno fede” – “sarai molto formosa quindi? curve e un bel seno?”

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Vorrei farvi notare il terzo screenshot dove lui mi scrive: “era solo per parlare, da li a pensar male ce ne vuole”, certo perchè sicuramente chiedermi se sono mora e se facevo la modella sono frasi utili per l’acquisto di un vestito da 20 euro, ma come potete vedere ha cercato di dare la colpa a me, cioè ho frainteso i suoi messaggi.

Si definisce cat calling o violenza verbale quelli frasi o esclamazioni urlate e lanciate per strada al passaggio di una ragazza, (vi dico solo che un personaggio come Macron lo ho dichiarato reato, per noi in Italia sono ancora considerati complimenti), fanno parte di questo anche tutti i vari richiami e “complimenti” fatti tramite i social.

Durante una delle mie mille stories fatte su instagram ho raccontato di questo fatto, spiegando come per un semplice vestito o scarpa un uomo si senta autorizzato a “fare il porco” e non ho intenzione di utilizzare altri eufemismi. Mi è dispiaciuto molto leggere una reazione di una ragazza che, dopo aver visto i miei video, mi risponde dicendo: “pensi di essere figa solo tu perchè ti scrivono questi?”.  Questa ragazza non ha pensato troppo al fatto che i messaggi di questi schifosi potessero urtarmi, ma lo ha letto un pò come un lamento del tipo: “oddio mi cercano tutti perchè sono troppo figa”. Come facciamo a lottare contro quelli che dicono: “si ma se l’è cercata guarda come si veste”, se poi per una cosa così puntiamo subito il dito contro una nostra simile?

Ho parlato spesso di solidarietà femminile, di empatia, di supporto, di sostegno tra donne come unico modo per battere il patriarcato e rimetterci sullo stesso piano dei nostri colleghi uomini, ma com’è possibile vincere una guerra se le nostre alleate sono le prime a vederci come nemiche? La cosa che mi ha spiazzato ancora di più è che per un attimo mi sono sentita sbagliata io, come se in effetti avessi messo in vendita vestiti o scarpe “poco raccomandabili” e che ovviamente un maschio incappato nelle mie foto sia caduto nella trappola, questo perchè sto vivendo anch’io una lotta internamente dove sto cercando di scacciare via quello che la società ha voluto inculcarmi.

Concludo la favoletta del lunedì dicendo che ho segnalato i vari utenti al sito, ma mi è stato risposto che non hanno utilizzato termini inappropriati o non sono andati contro le politiche di compra vendita del sito.

Non possiamo cercare una società che ci rispetti come individui se le prime a non ascoltarci e sostenerci siamo noi. Donne per le donne.

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La favola delle pari opportunità

Questa è la storia di M. una cara amica che lavora in un’azienda del nostro territorio. Sabato sera, prima di dormire, ha voluto inviarmi una mail raccontandomi il suo lavoro e come si è ritrovata “spostata” da un ruolo all’altro. Ci siamo sentite e abbiamo scoperto che a lei sarebbe piaciuto molto che ci scrivessi un articolo, come forma di “riscatto” e io ho sperato me lo chiedesse. Quindi per tutte le M. li fuori, questo articolo è per voi, per far sentire la vostra voce che, per ovvi motivi, deve rimanere silenziosa.

Eravamo in sei nel ruolo di Project Manager in azienda, ognuno gestiva un’area geografica, la mia era quella asiatica (la più vasta), io ero l’unica ragazza.

Il mio titolare si lamentava spesso del fatto che fossimo poche, diceva che le donne in un’azienda erano necessarie soprattutto al centralino. Dovete sapere che la nostra azienda aveva la casa madre in Olanda e una delle innovazioni introdotte dalla nostra sede fu quella di togliere “la centralinista”, ruolo veramente avvilente affidato sempre e solo a donne, perchè si sa che la donna sorridente è sinonimo di dolce accoglienza. Il centralino era automatizzato al piano terra, ci si presentava e rispondevano dall’Olanda parlando in italiano, contattando poi l’ufficio compentente.

Questa novità non fu per niente gradita dal nostro titolare, sosteneva che l’arrivo di visitatori in azienda era un momento topico che andava impreziosito con l’accoglienza di un sorriso femminile che li avrebbe condotti nell’ufficio interessato, offerto un caffè, fatto una fotocopia, fornito biglietti da visita ecc. Quando sentivo queste parole mi immaginavo un ufficio del 1950 in bianco e nero con la segretaria d’azienda che faceva la stenografa.

Avevo legato molto con i miei colleghi d’ufficio, spesso uscivamo insieme per una pizza o per una birra, approfondendo l’amicizia ne risultò che ero l’unica laureata ma nonostante questo non ero ancora riuscita ad arrivare al loro stipendio, forse perchè ero stata assunta dopo pensai. Col tempo poi imparai che non era questione di “quando” ma di chi, la mia paga base era più bassa della loro e, trovandomi su questo blog, non ho bisogno di spiegarvi il perchè.

Nonostante il nostro lavoro fosse simile, mi trovavo spesso la sera ad uscire per ultima, oltre al mio ruolo di gestione progetti mi veniva chiesto di gestire anche le prenotazioni alberghi dei clienti, i taxi, i ristoranti, fare acquisti per le mogli ecc. Il mio capo diceva sempre: “dai M. ti ci vogliono 5 minuti per farlo, le donne sono multitasking”. In media arrivavano 2 gruppi di clienti a settimana e gestirli in tutti i movimenti era un lavoro a tempo pieno. Ho dimenticato di dire che il mio capo era molto conservatore, quindi dopo avermi fatto accompagnare i clienti in sala riunioni mi diceva: “M. senti se i signori gradiscono qualcosa”, ed ecco che con carta e penna prendendo le ordinazioni e scendevo alla macchina del caffè con il mio vassoietto. Si perchè in Olanda il ruolo di centralino era superato, ma per noi in Italia (lo dico al presente indicativo) è ancora un must have. (nda: Il problema non è il centralino, che ritengo essere una mansione di una certa importanza svolta indistinamente da maschi o femmine, ma tutte le mansioni di contorno che vengono attribuite solitamente a chi ne occupa la posizione).

Terminata tutta questa gestione clienti, riprendevo la mia scrivania dove le mail avevano superato il centinaio e spesso i clienti scocciati per la mia lentezza si lamentavano. Mi trovai spesso nell’ufficio del titolare per spiegare come fossi sott’acqua, il mio ruolo di Project Manager era veramente impegnativo e prenotare un aereo urgente mentre stavo facendo altro non era d’aiuto. La sua risposta era sempre la stessa: “è solo questione di organizzazione”, “non credo, i miei colleghi non devono chiamare l’albergo o portare il caffè, perchè io si?”, “vorresti dire che portare un caffè ogni tanto è un disonore? oppure che chiamare 5 minuti un albergo ti porta via tempo? dai per favore.” Cosa potevo rispondere di fronte a queste cose? Ricordo che avevo una sensazione di inadeguatezza, mi sentivo ingrata, come se il mio lavoro fosse un dono del cielo, dentro di me dicevo: “dai non lamentarti, hai un lavoro in ufficio, pensa a quante altre tue amiche sono ancora disoccupate”.

Questa situazione andò avanti per circa tre anni, lavorando circa 10 ore al giorno senza pausa pranzo, avevo perso 6 kg. Ero esausta. A fine anno il titolare mi convocò in ufficio dicendomi che in effetti aveva capito la situazione, avevo bisogno di aiuto. I clienti si lamentavano perchè spesso non rispondevo rapidamente, seguivo i progetti ma ero indaffarata anche con altro (nel mentre era arrivato un telefono fisso sulla mia scrivania con funzione di centralino e indovinate chi doveva rispondere?), a gennaio sarebbe arrivato un aiuto per me.

Al rientro dalle vacanze di Natale in effetti si arrivò un aiuto, la decisione presa fu quella di sollevarmi dall’incarico di Project Manager, lasciandomi il ruolo di “segretaria aziendale” con mansione di: centralino, organizzazione viaggi, gestione clienti, alberghi, aerei, taxi, back office e supporto ai colleghi e al titolare. La decisione fu una ferita aperta che in nessun modo riuscirò mai a far guarire, ricordo che quando chiesi spiegazioni mi fu risposto: “lo sai che quando chiamano i clienti per i progetti preferiscono sentire la voce di un tecnico, ci sono tanti ruoli più adatti per te qui in azienda, vedrai che così sarai più tranquilla e il lavoro ti piacerà, poi in tanti mi hanno riferito che spesso rispondi male, sei scorbutica, poco collaborativa, quindi ho pensato che allievarti da certi compiti fosse un modo per te per essere più sorridente”.

Si perchè essendo una donna multitasking i lavori sulla mia scrivania erano tantissimi, non riuscivo a fare tutto e spesso mi lamentavo, ero stanca, svogliata e avevo perso la grinta di sempre, diventando agli occhi degli altri “acida e silenziosa”, quindi sollevandomi dal ruolo per cui ero stata assunta, la ditta mi stava facendo un enorme favore, io ingrata non avevo detto neanche grazie.

M. lavora ancora in questa azienda, ecco perchè tutto quello che ho scritto è in forma vaga e anonima, il suo lavoro purtroppo non è cambiato negli anni, ora ha anche due figli e sappiamo bene come non ci sia mercato per noi mamme. Voglio scrivere un paio di righe facendo un copia incolla direttamente dalla sua mail:

“Piango quando penso a quanto hanno speso i miei genitori per farmi studiare, ricordo l’entusiamo della mia laurea e le speranze di una giovane ragazza realizzata. Odio svegliarmi al mattino per andare al lavoro, odio il mondo del lavoro in Italia per come mi ha messo in un angolo da subito. Non voglio prediche o consigli su quello che avrei potuto fare. Voglio solo gridare quanto mi sento fallita. Troppe volte mi sono trovata a piangere come una bambina emotiva nonostante i miei 38, e troppe volte ancora mi sento svalutata di chi lavora con me”.

La posizione della donna nel mondo del lavoro italiano è da “terzo mondo”, la colpa principale non deve essere data alle singole aziende, piuttosto allo stato che non sta in alcun modo incentivando e aiutando le donne e le aziende. Credo anche che le donne siano da tutelare nel mondo del lavoro con normative dedicate perchè attualmente la storia delle pari opportunità resta solo una bella favola. Il nostro ruolo è sempre stato di contorno, la maggior parte dei manager sono uomini, i politici sono quasi tutti uomini, le stesse task force nominate da Conte in questo momento pandemico sono tutte composte da uomini, sapete perchè? Perchè le donne sono nelle retrovie a lavorare, A FARE, sempre in passo indietro, in silenzio, la posizione che da sempre ci hanno riservato.

Io ringrazio M. per l’occasione che mi ha dato, avrei voluto scrivere tante cose in merito a questo tema, ma utilizzare una storia vera è stato il modo migliore, così da riflettere senza utilizzare opinioni o parole scomode che allo stato italiano danno solo motivi in più per metterci in un angolo. Vorrei aggiungere che fortunatamente questa è la singola situazione specifica della mia amica, sono certa che la maggior parte dei posti di lavoro ha superato queste dinamiche bersaglianti i ruoli femminili.

Non è un gran riscatto, ma spero che per una volta tu possa sentire l’importanza che meriti.

Vi lascio con una delle immagini che preferisco del movimento #metoo:

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Lettera a mia figlia

Cari lettori, questa è una lettera molto personale per la mia bambina che, quando sarà grande, potrà leggere i nostri primi mesi di vita insieme per capire quanto bene mi ha fatto. Il coraggio è donna, ed è proprio grazie a lei se ho deciso di farvi entrare nei miei pensieri. Buona lettura.

Sabato 09 maggio, 2020

Ho pensato spesso in questi giorni al momento in cui sarai in grado di entrare nel blog della mamma e leggere quello che ha scritto (e che spero stia ancora scrivendo). Mi sono immaginata quante domande potresti farti, pensando al perchè ho intrapreso una strada così lontana dalla realtà che vivo, sognando ancora all’età di 36 anni di scrivere pagine e pagine per lasciarmi leggere da chi passa di qui. In queste lunghe righe vorrei spiegarti cosa mi ha portato ad avere il coraggio di scrivere pubblicamente tutti i pensieri che popolano la mia testa. Mi è sempre piaciuto scrivere, l’ho fatto per anni, su quaderni sparsi in tutta la mia cameretta, scrivevo racconti, favole, ricordi, mettendo all’interno estratti della mia vita per potermene in un certo senso liberare. Sono sempre stata schiava di giudizi e pregiudizi, condizionandomi a tal punto da non pensare neanche lontanamente di poter coltivare questa passione, perchè era troppo per me, io non mi sono mai sentita capace.

Il piacere per la scrittura vive da sempre nel mio sentire, nella mia anima, per anni ho imparato a soffocarlo perchè “sono una donna qualsiasi, nata in un paesino qualsiasi destinata ad una vita normale in cui ci si concentra sul lavoro, la spesa, il mutuo, le bollette ecc.. la vita da sognatrice non porta di certo la cena in tavola”. Sono nata donna, il mondo mi ha insegnato che i sogni vanno sacrificati, e che sono gli uomini a doversi realizzare, noi possiamo anche non farlo.

Ho iniziato i nove mesi in tua attesa in preda al niente, col pensiero fisso di non aver concluso nulla di buono nella vita e non riuscivo a capire come avrei potuto essere la tua mamma. Sono sempre stata così sfiduciata nelle mie capacità, mi sono sempre svalorizzata a tal punto che a un colloquio di lavoro ricordo il titolare che mi chiese “Ti va bene la paga base di 1.000 euro?” e io ho risposto: “al momento mi andrebbero bene anche 900 euro dato che non prendo lo stipendio da mesi”, niente quindi sono stata assunta con paga base da 900 euro (mi raccomando fatti valere Fede). Così sicura di sbagliare sempre tutto che quando io e il tuo papà abbiamo pensato ad avere un bambino io mi sono detta: “proviamo tanto figuriamoci se riesco a concepire”. Ho passato una soffertenza così forte in passato che veramente pensavo non mi fosse mai concessa “la grazia” di essere mamma.

Invece esattamente dopo una settimana ho iniziato a vomitare. Possibile che ci fosse da qualche parte un’anima buona per me? Possibile che ci fosse una bambina che non aspettava altro che venire a farmi compagnia? Ero talmente sorpresa dal fatto che tutto fosse funzionato così bene che, fino al terzo mese, non avevo neanche capito che di li a breve due occhi grandi e luminosi mi avrebbero guardato. Ecco i primi pianti, perchè nella mia testa ti eri sbagliata, come poteva essere che avessi scelto me? Una persona senza infamia e senza gloria, con un sogno in un cassetto chiuso per mancanza di fiducia in se stessa, che ha dato più importanza alla concretezza e alla superficialità della vita piuttosto che la valorizzazione, cosa potevo insegnarti? Quando ho scoperto che eri una bambina, mi sono esaminata a fondo, quante volte la cattiveria dell’uomo mi ha marchiato la pelle, trasformandomi in una persona falsa al bisogno, preferendo rapporti brevi e poco impegnativi per non disturbare le mie abitudini, che futuro ti aspettava?  Ho pianto tanto perchè non sapevo come ricambiare la tua fiducia nell’avermi scelto, ti immaginavo da grande.. pentita della mamma che ti eri trovata.

In questo piccolo sogno che vivevo non ho mai avuto la presunzione di chiamarmi scrittrice, nonostante questo, ho speso tempo e soldi per fare dei corsi che potessero darmi un titolo, pensando che solo con la carta e l’attestato nessuno mi avrebbe riso in faccia. La verità è che so di avere un piccolo dono tra le dita quando scrivo, è la mia cura, la mia terapia. Qualcuno del settore mi ha detto qualche giorno fa: “hai un talento nello scrivere, questo è fuori discussione ma lo fai ancora in maniera troppo umana”. Lo so, l’ho sempre saputo, qualche anno fa ho partecipato ad un corso per migliorare questo “difetto” ma la conclusione è stata pessima. Ho speso soldi per diventare più sterile nello scrivere, ma io non scrivo per vendere o promuovere articoli, lo faccio per passione e la passione non è forse uno degli aspetti umani più imperfetti e appaganti? E’ proprio questa umanità che fa mia la scrittura che scelgo di usare.

Finiti i nove mesi qualcosa è cambiato, sei arrivata in punta di piedi, senza fare rumore, sembrava quasi volessi disturbarmi poco per lasciarmi dormire. Nonostante la tua fame e il tuo bisogno di contatto le tue carezze erano più sicure e decise di quelle che ti facevo io. Le mie innumerevoli imperfezioni mi facevano sentire sempre meno adatta ad essere la tua mamma, ma tu non mi mollavi mai, ogni giorno mi cercavi sempre di più e finalmente ho capito che tu eri arrivata per togliermi quei pregiudizi e darmi quell’autostima che negli anni mi hanno tolto di dosso, tu volevi proprio me.

La persona più cattiva, esigente e severa con me stessa sono sempre stata io, e dovevi arrivare tu per aiutarmi ad aprire i libri scritti negli anni, perchè posso essere “capace” anche io di fare qualcosa. Avevo paura a mostrare agli altri quello che mi piaceva fare, quel pensiero ricorrente del “non ce la faccio”. Se ho deciso di mostrare al mondo il mio lato nascosto è perchè mi hai fatto vedere come non sia necessaria la perfezione nelle cose che amiamo fare, la passione che ci mettiamo le rende uniche e umane. Tutti questi pensieri liberi di uscire sono mossi da qualcosa che brucia dentro ogni volta che prendo in mano carta e penna, sei tu Fiamma, voglio fare qualcosa di buono per te.

Ecco, per citare il signor “esperto nel settore” questo è uno degli “articoli” più umani mai letti, emotivo, passionale, è mio. Purtroppo bambina mia nella vita non si mangia con i sogni, questo la tua mamma lo sa bene, mi hanno insegnato ad essere concreta, lavorare studiare, fare test, corsi, sbattermi per avere qualcosa per poi arrivare alla fine con una mancanza soltanto: il coraggio. Seguire i propri sogni è quello che ci tiene vivi, anche se non è detto che ci si possa pagare il mutuo, ciò non toglie che un’ora alla sera tu non possa alimentare quel sogno con la passione che ti contraddistingue. Per troppo tempo sono rimasta spenta per paura di giudizi che hanno perso tutti i significati appena ti ho visto, il tuo nome è la luce che mi guida a casa. Fiamma.

“Lights will guide you home and ignite your bones and I will try to fix you” – Coldplay 2005

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Possiamo veramente ritenerci libere?

“Mi piacerebbe che l’intera vicenda, prescindendo completamente da me, potesse essere un momento di discussione vera, permettetemi, anche aggressiva, sul rapporto con l’immagine che le giornaliste, quelle televisive soprattutto, hanno o dovrebbero avere secondo non si sa bene chi.”

Cara Giovanna Botteri non posso rifiutare la tua chiamata alle armi, sono la prima a voler distruggere questi modelli femminili trapassati, ecco perchè il mio articolo è dedicato alla tua vicenda.

In questo momento vedo la posizione della donna come in fase di transizione (spero vivamente sia così), ci stiamo interrogando su quello che fino ad ora la società patriarcale ci ha inculcato e di conseguenza inizianmo anche a far sentire la nostra voce. Al giorno d’oggi un servizio dedicato al look di una giornalista che si fa un mazzo esagerato è veramente di una pochezza inaudita, ed inaudito è anche il fatto che striscia la notizia sia una delle trasmissioni più seguite in Italia.

Tralasciando i dettagli dell’accaduto vorrei riflettere su quanto mi ha suscitato, soprattutto dato che il mio ultimo articolo pubblicato parlava proprio di body shaming e anche se si è cercato di sdrammatizzare le parole della Hunziker, di questo si tratta. Mi è piaciuta la reazione della giornalista che ci stimola a riflettere e a reagire nei confronti di questi modelli preconfezionati femminili stabiliti da non si sa bene chi. Stiamo combattendo da anni una lotta per la nostra emancipazione, per affermarci come esseri umani di pari valore a quelli maschili ma poi siamo le prime ad additarci perchè non siamo conformi a come ci vuole la società. La faccenda ci mostra come il buon Antonio Ricci abbia utilizzato la Hunziker in questo gioco di denigrazione verso la Botteri, lasciandola da sola a prendersi tutti gli insulti per le parole usate e godendo di questo momento di visibilità del suo sterile programma.

E’ stata la società a renderci persone così superficiali tanto da discutere sul perchè una giornalista non ha tempo di pettinarsi? Sembrerebbe di si, quasi come se fossimo tutte in gara, la più bella, la più magra, la più alta, la pelle più curata, i capelli più belli.. ma veramente le nostre ambizioni si riducono a questo?

La società ci punta il dito contro perchè siamo vestite in maniera non idonea, non siamo truccate, abbiamo i capelli bianchi e non ci siamo tinte. Sono sicura di non essere l’unica ad andare al supermercato spettinata con la paura di incontrare qualcuno che mi faccia presente come mi vede sciupata, quante volte abbiamo pensato lo stesso di un uomo?

La verità è che nel 2020 in televisione vige ancora l’idea della valletta, della velina (per richiamare la ciurma del gabibbo), perchè le donne che fanno tv devono avere uno stacco di coscia che renda piacevole la trasmissione mentre l’uomo fa il conduttore. E’ triste che sia proprio la Hunziker a dar voce a servizi di questo genere, ma in questo modo è stato salvaguardato il vero colpevole che lo ha messo in onda, cioè Antonio Ricci. Altrettanto triste che per difendere la Botteri siano partiti attacchi sminuenti contro la Hunziker (oca svizzera, lei è laureata con vari master, tu sei una gallina che si è fatta strada solo perchè più bella di altre ecc..), trovo che ci siano modi molto più educativi e intelligenti di ribattere alle prese in giro e alle derisioni, mettersi allo stesso piano di chi pratica body shaming non ci rende migliori.

Questa vicenda ci insegna che nonostante le infinite lotte, siamo ancora lontane dalla parità di genere, schiave del giudizio degli altri, senza capire perchè su di noi sia normale esprimerlo ma non su un uomo. Schiave anche dell’apparenza e del numero di follower che ci ritroviamo sulla pagina, filtri e applicazioni che possano renderci più simili al modello convenzionale di donna mercificata che ancora la nostra società ci mette in testa. Perchè devo rientrare in un prototipi standard per potermi sentire bene quando esco dalla porta di casa? Possiamo veramente ritenerci donne libere rispetto alle nostre sorelle di cultura diversa come ad esempio quella araba? (che si sentono molto più libere di noi).

Voglio andare contro con tutte le mie forze a questi stereotipi, sono sicura che tante di noi abbiano ambizioni che vanno ben oltre l’extension ai capelli e le unghie con il semipermanente, voglio insegnare a mia figlia che è meglio avere un’opinione piuttosto che la taglia 38. Voglio che quando il mondo senta una giornalista parlare ascolti e apprezzi il suo ottimo lavoro anzichè scannerizzare il suo look o i suoi capelli, perchè se fosse un uomo nessuno lo farebbe. Voglio che il biglietto da visita di una donna o di un uomo sia lo stesso, deve valere solo il percorso svolto, non la taglia di reggiseno. Voglio una società e un’educazione paritaria, e soprattutto voglio vedere più donne al comando, basta stare nelle retrovie.

Ricordiamoci che le parole sono potenti mezzi energetici, possiamo scegliere come usarle, in modo distruttivo, allienante, sminuente, denigrante, oppure in maniera costruttiva, propositiva e incoraggiante. Sosteniamo le nostre donne.

I sogni non sono in discesa, sono in alto, alla fine di una lunga salita, allacciamoci bene le scarpe.

Questo mio lavoro è soprattutto per te Fiamma, bambina mia.

 

Una volta mi chiamavano cicciona, adesso mi chiamano acida.

Mi sono immaginata diverse volte come sarebbe stato vivere la mia adolescenza con tutti questi hashtag contro il bodyshaming a favore del bodypositive. Si perchè io nata nel 1983, ho vissuto la mia adolescenza a partire da metà anni 90 con un piccolo problema soltanto.. l’obesità. Si lo chiamo problema, perchè la società e la cattiveria innata dei ragazzini in quella stupida età, me l’hanno fatto vivere come un problema, una colpa che dovevo pagare ogni volta che avevo il coraggio di uscire di casa.

Mi sono chiesta se vivere adesso l’adolescenza mi avrebbe fatto sentire meno sbagliata, meno brutta, meno rifiutata, meno emarginata, la risposta è che non riesco a rispondermi perchè sono cresciuta con questo file nel mio programma e non so cosa voglia dire non sentirsi giudicati. Ecco questo sarà il tema del mio articolo di oggi, chissà che la scrittura “terapeutica” possa aiutarmi a lasciare uscire in maniera definitiva dalla mente ricordi di una ragazzina che ha pianto davvero tanto.

Questo articolo è faticoso, parlare di bodyshaming mi riporta alla luce talmente tante ferite che potrei scrivere come un fiume in piena senza freni e punteggiatura. Quindi chiedo scusa a chi trova il tutto un pò troppo drammatico o prolisso, ma se è così che trovate le mie parole è perchè, fortunatamente per voi, non avete mai subito nulla di questo genere.

Non ho mai usato il cibo come sfogo o come riparo da qualche sofferenza, semplicemente ricordo che da bambina mangiavo tanto. Arrivata a 14 anni pesavo sui 90 kg, da un lato ricordo i miei familiari che cercavano di motivarmi in tutte le varie diete, dall’altra ricordo i miei compagni di scuola che mi davano ogni soprannome possibile.

Non posso e non voglio riportare parole di quelle che mi sono state dette; nonostante siano passati più di 20 anni ricordo ancora tutto, ricordo chi, e ricordo la brutalità delle loro risate. Quello che voglio mettere per iscritto sono le sensazioni che provavo per poterle lasciare andare e non sentirle più, per farlo userò una pagina del mio diario (che conservo ancora) così da percepire le sensazioni di una ragazzina di 14 anni che piange da sola in camera sua.

Per rendere più fluido e leggibile il testo ho modificato alcuni parti.

“Febbraio 1997: oggi c’era il carnevale, finalmente era arrivato anche per me il momento di andare in discoteca al pomeriggio. Mia mamma mi ha truccato e pettinato, non sapevo cosa dovevo mettermi, lei mi ha prestato la sua maglia nera anche se mi stava un pò stretta. Ero felice di vedere Andrea, ero felice di andare in un posto nuovo, ma appena arrivata ho sentito quella sensazione di disagio che non mi ha più mollato per tutto il pomeriggio. Si Andrea c’era ma non mi guardava quasi mai, quando lo faceva era per ridere con i suoi amici. Lo sapevo che non dovevo mettere la maglia di mia mamma, era troppo stretta e non mi stava bene. Sono corsa in bagno ho cercato di tirarla per allungarla così che mi coprisse un pò e ho rotto una cucitura. Ho tentato di inventare delle scuse con mia mamma, quella maglia le piaceva tanto. L’ho rovinata ma non è servito a niente perchè per loro resto una cicciona. Dovevo mettere qualcosa di più largo per coprirmi, come potevo pensare che mi guardasse davvero? una come me.”

Mi sentivo in colpa per essere andata li, perchè quelle brutte e grasse devono stare a casa nascoste, quelle belle invece possono andarci in disco, perchè i ragazzi vanno li solo per loro, non per quelle come me. Per due anni non sono più voluta andare in discoteca, pensare di andare in un luogo dove persone che neanche conoscevo potevano solo con un’occhiata annientarmi, farmi sentire nuda davanti a loro, un insulto ai loro occhi. “Una come me” è una frase letta e riletta sui miei diari.

Si lo so, sto parlando solo di una parte di bodyshaming, perchè egoisticamente mi sono fatta prendere la mano per far parlare la ragazzina di 14 anni che ho dentro. Il termine viene utilizzato per raccogliere tutto quello che riguarda la derisione dell’aspetto fisico di una persona. Shame: in inglese significa vergogna, gli insulti, la derisione che portano un soggetto a vergognarsi del proprio corpo. Va puntualizzato che  questo fenomeno prende di mira soprattutto le persone in sovrappeso. (fatshaming).

I colpevoli principali che mi hanno fatto crescere e formare come una donna senza autostima fino a qualche anno fa sono fondamentalmente due:

  • la società: da tempo ormai il troppo grasso, troppo basso, troppo alto ecc vengono guardati con disgusto, vanno eliminate le imperfezioni per poterci uniformare allo standard che la nostra società ci richiede. Fare parte dello standard significa essere nel branco, essere uguale a quello che è richiesto adesso, se si rientra nei canoni prefissati ci si può definire “belli”. Se non si fa niente per quell’imperfezione ecco che appare l’emoticon disgusto, perchè significa che si sta sfidando la società, e lei ti emarginerà in un angolo.
  • il capitalismo: certo, se la società è il burattino, il capitalismo è il tirafili. Come facciamo ad eliminare le imperfezioni che ci mettono ai margini? con i soldi, il capitalismo pubblicizza quello che è “bello”. La persona insicura, senza autostima, triste, sola, emarginata, deve assolutamente comprare quella “cosa”, è la sola salvezza per sentirsi “normale” come gli altri.

Vorrei inoltre far presente ai buonisti che destare finta preoccupazione per la salute: “lo faccio per il tuo bene, perchè stai diventando troppo grossa” è un insulto. “Sei così bella di viso, è un peccato tu non faccia niente per il tuo corpo” è un insulto. “Purtroppo arriviamo fino alla taglia 46” è un insulto. Spero sia chiaro che non esistono modi politically correct per poter esprimere pareri non richiesti sull’aspetto fisico di qualcuno, chiunque esso sia.

Superati i 30 anni ho iniziato a fare molta attività fisica, non tanto per migliorarmi esteriormente quanto per limitare la mia ulcera da stress, fare tanto moto mi ha permesso di “buttar fuori” quello che mi stava logorando dentro. Sono dimagrita si, ma non sono mai scesa sotto la taglia 46, quindi resto tuttora una donna in sovrappeso. E’ cambiato qualcosa rispetto alla ragazzina di 14 anni, le ferite si sono chiuse e sono diventate cicatrici piuttosto in vista anche, per ricordarmi sempre che le persone cattive sono tante, ora infatti hanno smesso di chiamarmi “cicciona”, mi chiamano “acida”, senza sapere che mi sono sentita sbagliata per troppo tempo.

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Lo “spread” fra la maternità tedesca e quella italiana.

In questo periodo di lockdown tutte le trasmissioni di attualità alla tv ci propongono lo stesso argomento, solitamente la puntata tipo è strutturata così: in prima serata Covid 19, bollettino e aggiornamento dei guariti e defunti, virologi con giornalisti e/o opinionisti. Nella stessa puntata si passa poi alla seconda serata (circa 22.30) volgendo l’argomento alla situazione economica italiana/europea con l’esponente politico di  destra o sinistra, il giornalista e/o opinionista e (fortunatamente) anche un economista che sa di cosa parla.

Questa introduzione per arrivare al motivo per cui sto scrivendo questo articolo, l’ispirazione è stata una puntata del programma “di martedì” condotto da Floris con Zingaretti (segretario del partito democratico e presidente della regione Lazio) come ospite in seconda serata per trattare dell’argomento economia, crisi ed Europa. Zingaretti ci ricorda l’importanza dell’Europa per uno stato come l’Italia che in questo momento potrebbe indebitarsi ancora di più, non possiamo uscire dall’Europa, anzi dobbiamo cercare con il loro aiuto di arrivare a migliorarci, ricordandoci che questo governo ha fatto scendere lo spread per avvicinarci sempre di più al modello tedesco. Grazie Zingaretti.

Significato di spread preso dal mio must di riferimento (wiki):

“Lo spread, termine inglese usato ormai spesso nel linguaggio politico e finanziario anche in Italia e traducibile con differenziale, indica la differenza di rendimento tra due titoli (azioni, obbligazioni, titoli di stato) dello stesso tipo e durata, uno dei quali è considerato un titolo di riferimento. Nel caso dei titoli di Stato, spesso i titoli di riferimento sono i Bund emessi dallo stato tedesco (Bundesanleihe), considerata la solidità e la forza dell’economia tedesca.”

Quindi questo spread, altro non è che la differenza tra un titolo dello stato preso in esame (Italia) vs. titolo dello stato ideale, modello di perfezione da inseguire (Germania).

Quella sera vado a letto e penso: sarebbe bello se il nostro governo si avvicinasse al modello tedesco non solo per quello che ritengono opportuno loro. Ci sono divari grandi come burroni tra l’aspetto sociale tedesco e quello italiano, uno di questi è la maternità.

Parliamo quindi dello spread tra la maternità dello stato di riferimento e quello italiana caro governo? Per farlo ho scelto di scrivere questo articolo “a quattro mani”, chiedendo aiuto ad una delle mie più care amiche d’infanzia che oggi ha cittadinanza tedesca e un bambino nato a maggio 2019, chi meglio di lei può portarci l’esempio della maternità nella Bundesrepublik Deutschland?

Di seguito vado a riportare una situazione tipica di una mamma in maternità con un lavoro da dipendente nello stato tedesco.

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La futura mamma tedesca ha un obbligo di astensione dal lavoro a partire da 6 settimane prima del presunto parto fino a 8 settimane dopo. (fatto salvo per tutti quei ruoli che richiedono l’astensione immediata o per motivi di salute nel caso in cui lo ritenga necessario il medico). Le 8 settimane dopo possono diventare anche 12 in caso di parto prematuro/con complicazioni o parto gemellare.

Terminata la fase obbligatoria passiamo alla facoltativa. La mamma può restare a casa fino al compimento dei 3 anni di età (vedremo l’aspetto economico successivamente). I metodi di utilizzo di questi 3 anni possono essere svariati, ad esempio restare a casa fino ai 2 anni del bimbo, poi al suo quarto anno (esempio) si può richiedere anche il terzo non utilizzato in precedenza, l’importante è farlo entro gli 8 anni del bambino. Ci sono anche due mesi aggiuntivi (mesi bonus detti anche “mesi del partner”) che vengono riconosciuti all’altro genitore.

Passiamo ora alla parte economica.

Durante le 6+8 settimane obbligatorie lo stipendio è pieno e pagato metà dalla ditta e metà dall’Ente Previdenziale Tedesco. Passando alla fase facoltative ci sono 3 modo in cui lo stato assista la mamma:

  1. ASSEGNO PARENTALE – Elterngeld – stipendio della mamma o del papà che può essere percepito al 65% per 12 mesi, oppure 32,5% per 24 mesi, questo significa che c’è la possibilità fino ai due anni del bambino di percepire un sostegno. Nel caso in cui il congedo si protragga anche il 3 anno, durante quei restanti 12 mesi non verrà erogato alcun assegno parentale.
  2. ASSEGNO FAMILIARE – Kindergeld – viene erogato dal momento della nascita e non viene calcolato in base al reddito, è una cifra standard di 204 euro (che può aumentare in base al numero dei figli). Questo sostegno viene percepito fino ai 18 anni del figlio, fino ai 21 in caso in cui sia disoccupato oppure fino ai 25 se è uno studente.
  3. per le famiglie che ne hanno bisogno ci sono poi una serie di AGEVOLAZIONI FISCALI che devono essere presentate e valutate in base al reddito, sono casi specifici che non tratteremo in questo articolo, basti sapere che oltre ai due sostegni sopra, ne esiste anche un terzo.

Provate a pensare se fosse l’Italia a garantire uno stipendio del 32,5% alla mamma per due anni dopo la nascita, insieme anche ad un assegno parentale che va oltre ogni reddito familiare, oppure pensiamo se i nostri papà potessero stare a casa con noi durante tutto il primo mese, quando tutto sembra crollarci addosso.

Vorrei inoltre aggiungere che, finito il lockdown,  in Italia verranno riaperti molti posti di lavoro, mamma e papà dovranno rientrare, ma le scuole resteranno chiuse.

In Germania, prima  di riaprire le azienda, sono state riaperte le scuole per dare modo ai genitori di avere “un posto” dove lasciare i figli mentre si ritorna al lavoro.

Essere mamme in Italia è ancora un fattore discriminante nel mondo del lavoro, verrà dedicato un articolo intero a questo tema.

Ringrazio tanto la mia cara amica che mi ha aiutato e assistito, per saperne di più vi lascio anche un link di un portale tedesco dove potrete entrare nel dettaglio di informazioni extra (il sito è anche in italiano dato che molti nostri connazionali vivono la). https://familienportal.de/familienportal/meta/languages/prestazioni-familiari

Questo è uno dei tanti aspetti sociali che mostrano il divario tra Germania ed Italia, mi sono interessata all’ aspetto donne e maternità trattandosi di un tema a me caro, ma parlando di welfare siamo veramente distanti anni luce. La nostra classe politica dovrebbe iniziare a lavorare su questo.

A voi le dovute riflessioni.

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