“Facciamolo per il nostro bene”, marketing e insicurezza femminili.

E’ incredibile come un argomento tira l’altro, una settimana fa parlavamo di #bodyshaming e di come il mondo del consumismo cerchi di tenerci in pugno, promuovendo, da un lato, la bellezza naturale e, dall’altro, mostrandoci immagini di quelli che sono gli standard canonici di bellezza (a cui chiaramente non apparteniamo), mortificandoci di continuo.

Ci eravamo lasciati cercando di capire quanto eravamo disposte a stressare il nostro corpo e mente per sentirci meno sbagliate, ed eccomi qui che torno a “battere il ferro finché è caldo”.

Oggi prenderò in esame l’industria estetica, non tutta chiaramente, mi vorrei concentrare su tutte quelle aziende che, facendo leva sulle nostre insicurezze, paure, e la totale mancanza di autostima, cercando di vendere scorciatoie per la bellezza e la felicità.

Faccio subito outing in merito, non voglio fare l’ipocrita, sono una delle clienti migliori per quanto riguarda parrucchieri, estetisti, negozi di vestiti, creme, trucchi, una donna completa e piena di insicurezze che cerca di colmare con l’acquisto compulsivo di quanto detto sopra, ma non è qui voglio focalizzarmi.

Iniziamo dicendo che tutti gli agi legati al mercato dell’estetica un secolo fa ovviamente non erano disponibili, il progresso, il benessere ci ha aiutati ad esser più curati e in ordine (chi più chi meno), in funzione della richiesta del mercato, perché di questo si tratta. Come dicevo nell’articolo precedente, farci sentire brutte e il modo migliore per quest’industria di trionfare e farci diventare i clienti perfetti. Qualcosa però sta cambiando, o meglio ci sta sfuggendo di mano, secondo il mio modestissimo parere, parliamone insieme.

Sono sicura che tutte abbiamo avvertito questo “cambiamento positivo” (lo virgoletto perché credo sia solo travestito da positivo), legato a una nuova visione del corpo al richiamo del #bodypositive, avete provato a cercare questo hashtag su instagram ad esempio? Qualcuno la fuori ci sta dicendo che è tempo di smetterla di cercare la perfezione nei canoni dei social, qualcuno ci sta dicendo che è ora di far trionfare il corpo in quanto tale, che la bellezza vera è quella del nostro benessere mentale, è ora di smettere di distruggere il nostro corpo in nome di qualche regola stabilita dai mass media. La bellezza naturale deve trionfare, visi senza troppo trucco, leggeri e freschi, una bellissima utopia.

Qualcosa non mi torna e vi spiego perché. Sono molto attiva sui social sia per la mia attività di scrittrice che per quella legata al mio lavoro di marketing, e mi è impossibile non notare come vengano inviati messaggi contrastanti relativamente a noi donne specialmente:

  • vogliamo parlare di corpi naturali? bene, quante di voi tutti i giorni vengono bombardate da immagini di integratori miracolosi? Prodotti da bere e ingurgitare prima o dopo i pasti?
  • quante creme snellenti avete visto negli ultimi mesi?
  • e la dieta liquida?
  • quella del digiuno intermittente?
  • quella delle carote? o delle mele?

Il loro slogan però è molto cambiato, perché le nostre care industrie di prodotti miracolosi hanno dovuto evolversi per seguire il nuovo mood della positività. Se negli anni passati lo slogan era legato al calo rapido di peso, oggi si vende tutto usando le parole: BENESSERE, NATURALE, BIO, SALUTE MENTALE E CORPOREA, TORNARE IN FORMA FISICA E PSICHICA ecc.. Il dimagrimento non vende più come una volta, quindi cosa mi sfoderano i geni del male? Si sono spostati verso questa nuova dimensione di fiocchi ed unicorni dove i loro prodotti super naturali ci permettono di arrivare alla felicità.

Mi basta aprire Instagram per vedere come un’infinità di ragazze impegnate in questo settore, il gioco è solitamente questo, integratori, uniti a due litri d’acqua al giorno, dieta salutare e attività fisica. Voglio svelarvi un segreto: tutti i fattori sopra (tolti gli integratori) porterebbero comunque ad un calo fisico, senza bisogno di pillole.

Capiamoci, so che il lavoro è lavoro e quindi se questa nuova attività porta buoni guadagni è ovvio che la si faccia, inoltre non voglio attaccare personalmente chi svolge queste funzioni, anzi io stessa mi trovo spesso dentro al vortice di necessità all’acquisto. Le networkers sono molto brave e preparate portandoci subito ad avere la necessità di acquistare per farci sentire meglio, sia in termini di benessere che in termini di autostima perché siamo certe delle parole che dicono nonostante non le conosciamo nemmeno, e quel prodotto potrebbe essere la soluzione giusta per farci alzare col sorriso domani.

E la bellezza naturale? Non mi sono dimenticata di questo argomento! Quante volte vediamo foto con hashtag come #nofilter, #nomakeupon, #naturalbeauty quando la foto ritrae un bellissimo viso femminile con labbra carnose e fillerate, sopracciglie con trucco semipermanente, capelli raccolti in un messy bun (la classica cipolla) che richiede almeno due ore di preparazione, pelle luminosa e ciglia con extension, cosa ci sarebbe di naturale in tutto questo? Se guardo il mio viso ora è di una donna di 37 anni, con rughe di espressione marcate, molte lentiggini, macchie scure post gravidanza e occhi stanchi, mi sento legittimamente brutta perché quello che vedo allo specchio, il “mio naturale” differisce ampiamente da quello che i social vogliono inculcarmi come naturale, ecco che sento il bisogno di acquistare delle soluzioni per apparire “più sana”.

Quindi, questo “cambiamento positivo” merita di restare virgolettato, perché onestamente non ci vedo niente di buono, anni fa ci dicevano di dimagrire per essere più belle per il nostro uomo, di truccarci ed essere più femminili; oggi invece con questa nuova immagine della donna emancipata, non si può più parlare di grasso o magro, sarebbe un giudizio e la nuova donna non accetta giudizi, meglio fare appello al senso del “sano”, del “benessere”, del “naturale”, per invogliarci ad “entrare nella loro rete”.

Volete sapere cos’è che funziona veramente bene? IL MARKETING. Utilizzare la ragazza della porta accanto che SEMBRA come noi e ci dice con occhioni dolcissimi ” FACCIAMOLO PER NOI STESSE, PER IL NOSTRO BENE”, non le creme, non le spremute drenanti, non gli 80 integratori al giorno che si beve, no, niente di questo, è solo MARKETING.

Sono stronza a smantellare la rete di vendita di queste ragazze capitanate da un’azienda leader alle spalle? Aziende che promuovono la capo aerea, la capo gruppo, la team leader e sviliscono chi vende poco? Francamente me ne infischio (come diceva Clark Gable in Via col Vento), poi diciamocelo, non stanno di certo a leggere quello che scrivo io. So per certo che nella mia attività di sostegno alle donne in difficoltà sono incappata molto spesso in ragazze disperate che per “diventare più belle” si sono trovate schiave di più prodotti insieme, compromettendo la loro salute. Sicuramente questi prodotti, per essere in vendita sul mercato, non sono pericolosi, ci mancherebbe anche, il più delle volte sono totalmente inutili. Onestamente però, credo nella medicina e nella scienza, quindi affidatevi a professionisti per questi programmi e ricordatevi che, eventualmente, in farmacia potete trovare molti integratori VERAMENTE CERTIFICATI.

Nella moltitudine del mercato di queste industrie ci sono chiaramente aziende oneste, serie, che promuovo la salute, quindi non voglio puntare il dito verso nessun brand anzi, spero che chiunque mi legga del settore possa dirsi orgoglioso e soddisfatto perché l’azienda per cui lavora non è così. Il mio scopo è come sempre la denuncia di situazioni scomode, è un mezzo per raggiungere chi si sente “sbagliato” e fargli capire che non esistono pillole della felicità che con un po’ di acqua possono portarci a risultati facili, è un modo per ragionare insieme sui meccanismi spietati del consumismo e del guadagno, che certamente non hanno a cuore il nostro benessere.

Oggi voglio dirmi che: SONO CONSAPEVOLE DI ESSERE INVECCHIATA, DI AVERE UNA TAGLIA 46, DI AVER UN CORPO CHE PORTA I SEGNI DI UNA GRAVIDANZA, DELLE MIE SMAGLIATURE, DELLA MIA CELLULITE, DEI MIEI CHILI E DELLE MIE FORME. SONO CONSAPEVOLE DI POTER CAMBIARE IN MODO SALUTARE QUANDO E SE IL MIO CORPO E LA MIA MENTE LO VORRANNO, NON PERCHE’ IL MONDO ESTERNO ME LO IMPONE. SONO UNA DONNA CHE VIVE BENE NEL SUO CORPO E SI VUOLE BENE, IL MIO CORPO E’ NATURA.

Facciamolo davvero per noi stesse.

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Mi rifiuto di sacrificare la mia salute mentale per avere un corpo perfetto.

Quante volte ho già parlato di bodyshaming e quante volte lo farò ancora, sono troppe le cose da dire e ogni stimolo esterno mi provoca nuove considerazioni. Quello che andrò a scrivere oggi è il prodotto dell’articolo di Vanity Fair su Vanessa Incontrada, che mi è piaciuto moltissimo, è stato come leggere tra le righe la sua rinascita, come è riuscita ad accettarsi; sono convinta che questo abbia fatto bene a tutte noi, ma soprattutto a lei.

Lasciatemi dire però che Vanessa Incontrada è una figa pazzesca, il fatto che sia stata giudicata per il suo corpo “rotondo” la dice lunga su come va il mondo. Ogni singola donna che ha letto l’articolo ha sicuramente pensato: “Lei? e io allora?”, si perché io rispetto a lei sono un cesso a pedali, ecco. “Lei è la porta voce di una battaglia contro il bodyshaming”, ripeto: “Lei? e io allora?”. Vanity Fair ti piace vincere facile giusto? Per promuovere un messaggio importante come il #bodypositive e l’accettazione di noi stesse hai messo in copertina una donna bellissima, come mai non hai chiamato me? Forse perché ho almeno 15 kg extra rispetto a lei, capelli arruffati, occhiaie da non sonno, ceretta fatta a pezzi quando mia figlia dorme e attualmente un herpes sul labbro superiore?

Ok, dopo la mia mini polemica vorrei anche dire che comunque un passo avanti lo abbiamo fatto, anni fa un corpo bello come il suo non sarebbe mai stato messo in copertina perché non rispettoso dei canoni inflitti dallo showbiz.

Vanity Fair come tanti altri giornali sta promuovendo finalmente questa piccola rivoluzione di “nuova bellezza”, e li ringrazio, ma non mi sento meno brutta, anzi. Infatti girando pagina mi trovo poi al cospetto con la solita crema anti cellulite, quella antirughe per le neo quarantenni, la dieta liquida per perdere 5 kg in tre ore, il digiuno intermittente delle dive, il laser per eliminare i peli, vado avanti? Cioè bodypositive dove? Diciamo che l’articolo serviva per vendere giusto qualche copia a persone “rotonde” come me e farsi condividere su facebook.

Qual è il punto? Beh, il mercato dell’immagine lavora sul nostro senso dell’inadeguatezza facendo leva sul farci sentire sbagliate perché non abbiamo ancora acquistato un determinato prodotto miracoloso, deve farci sentire brutte sempre per renderci le clienti perfette, disposte a spendere qualsiasi cifra pur di aumentare la nostra autostima.

Prendiamo un qualsiasi giornale femminile e iniziamo a sfogliarlo; per essere al passo coi tempi è necessario che pubblichi e sostenga questi nuovi corpi che stanno facendo sentire la loro voce, la bellezza naturale, la ruga che ci rende diverse, ma allo stesso tempo, troveremo un’infinità di pubblicità di integratori, prodotti snellenti, modelle in taglia 38 ecc, concludendo poi con il test dello psicologo “scopri perché non ti piaci abbastanza”.

Parliamoci chiaro, al mondo non conviene liberarci dalle catene dei canoni di bellezza, il consumismo non può smettere di farci sentire brutte, ma continuare a schiavizzarci con messaggi e tenerci in pugno sgretolando la nostra autostima, così saremo impegnate a fare altro mentre gli uomini continueranno a comandare e manovrarci.

Rendere le donne indipendenti dalla loro immagine potrebbe mettere in ginocchio delle intere economie, quante siamo ad essere schiave di questo mondo? Io per prima ancora mi trovo ferma ad ascoltare networker che promuovono l’integratore di ultima generazione e sento il bisogno di comprarlo per essere “a posto con la mia coscienza”.

E’ l’insicurezza la carta vincente su cui tutto il mercato lavora, vendere la bellezza travestendola da “benessere fisico e mentale”. Non so voi ma nonostante mi sforzi di non ascoltare questi messaggi, me li sento dentro come un martello. Ho passato anni interi ad odiare il mio corpo o parti di esso, cercando di modificarmi con diete, facendo sport contro voglia e facendomi le extension ai capelli, ma quanto sono tossici questi comportamenti?

Sono TOSSICI perché ci sembra di poter essere felici solo quando saremo entrate nella taglia 42, quando i capelli saranno lunghi, quando la pancia sarà calata o le braccia toniche, senza renderci conto che la rincorsa alla felicità non avrà mai fine. Ogni qualvolta un obiettivo sarà raggiunto ecco che una nuova immagine o messaggio ci farà odiare un’altra parte ancora del nostro corpo e il circolo vizioso riprende, questa lotta non avrà mai fine.

Mettiamo di vivere in una città che non ci piace, possiamo cambiarla, ma a lungo andare non ci piacerà più neanche quella nuova, quindi vorremo cambiarla ancora e ancora. Odiare il nostro corpo può solo portarci ad essere insoddisfatti, infelici, perennemente stressati per la ricerca della tanta agognata perfezione che, immancabilmente, il mercato dell’immagine ci sposterà sempre più lontano per tenerci imbrigliati al guinzaglio dello spendere soldi.

“Mi rifiuto di sacrificare la mia salute mentale per avere il corpo perfetto”

IO SONO COME SONO.

Nel prossimo articolo vorrei parlare di quanto spendiamo per la ricerca della felicità (diete, integratori “naturali”, elisir di bellezza) e quanto siamo disposte a stressarci per arrivare a quella che sembra essere la felicità. Se avete idee o suggerimenti scrivetemi!

Una volta mi chiamavano cicciona, adesso mi chiamano acida.

Mi sono immaginata diverse volte come sarebbe stato vivere la mia adolescenza con tutti questi hashtag contro il bodyshaming a favore del bodypositive. Si perchè io nata nel 1983, ho vissuto la mia adolescenza a partire da metà anni 90 con un piccolo problema soltanto.. l’obesità. Si lo chiamo problema, perchè la società e la cattiveria innata dei ragazzini in quella stupida età, me l’hanno fatto vivere come un problema, una colpa che dovevo pagare ogni volta che avevo il coraggio di uscire di casa.

Mi sono chiesta se vivere adesso l’adolescenza mi avrebbe fatto sentire meno sbagliata, meno brutta, meno rifiutata, meno emarginata, la risposta è che non riesco a rispondermi perchè sono cresciuta con questo file nel mio programma e non so cosa voglia dire non sentirsi giudicati. Ecco questo sarà il tema del mio articolo di oggi, chissà che la scrittura “terapeutica” possa aiutarmi a lasciare uscire in maniera definitiva dalla mente ricordi di una ragazzina che ha pianto davvero tanto.

Questo articolo è faticoso, parlare di bodyshaming mi riporta alla luce talmente tante ferite che potrei scrivere come un fiume in piena senza freni e punteggiatura. Quindi chiedo scusa a chi trova il tutto un pò troppo drammatico o prolisso, ma se è così che trovate le mie parole è perchè, fortunatamente per voi, non avete mai subito nulla di questo genere.

Non ho mai usato il cibo come sfogo o come riparo da qualche sofferenza, semplicemente ricordo che da bambina mangiavo tanto. Arrivata a 14 anni pesavo sui 90 kg, da un lato ricordo i miei familiari che cercavano di motivarmi in tutte le varie diete, dall’altra ricordo i miei compagni di scuola che mi davano ogni soprannome possibile.

Non posso e non voglio riportare parole di quelle che mi sono state dette; nonostante siano passati più di 20 anni ricordo ancora tutto, ricordo chi, e ricordo la brutalità delle loro risate. Quello che voglio mettere per iscritto sono le sensazioni che provavo per poterle lasciare andare e non sentirle più, per farlo userò una pagina del mio diario (che conservo ancora) così da percepire le sensazioni di una ragazzina di 14 anni che piange da sola in camera sua.

Per rendere più fluido e leggibile il testo ho modificato alcuni parti.

“Febbraio 1997: oggi c’era il carnevale, finalmente era arrivato anche per me il momento di andare in discoteca al pomeriggio. Mia mamma mi ha truccato e pettinato, non sapevo cosa dovevo mettermi, lei mi ha prestato la sua maglia nera anche se mi stava un pò stretta. Ero felice di vedere Andrea, ero felice di andare in un posto nuovo, ma appena arrivata ho sentito quella sensazione di disagio che non mi ha più mollato per tutto il pomeriggio. Si Andrea c’era ma non mi guardava quasi mai, quando lo faceva era per ridere con i suoi amici. Lo sapevo che non dovevo mettere la maglia di mia mamma, era troppo stretta e non mi stava bene. Sono corsa in bagno ho cercato di tirarla per allungarla così che mi coprisse un pò e ho rotto una cucitura. Ho tentato di inventare delle scuse con mia mamma, quella maglia le piaceva tanto. L’ho rovinata ma non è servito a niente perchè per loro resto una cicciona. Dovevo mettere qualcosa di più largo per coprirmi, come potevo pensare che mi guardasse davvero? una come me.”

Mi sentivo in colpa per essere andata li, perchè quelle brutte e grasse devono stare a casa nascoste, quelle belle invece possono andarci in disco, perchè i ragazzi vanno li solo per loro, non per quelle come me. Per due anni non sono più voluta andare in discoteca, pensare di andare in un luogo dove persone che neanche conoscevo potevano solo con un’occhiata annientarmi, farmi sentire nuda davanti a loro, un insulto ai loro occhi. “Una come me” è una frase letta e riletta sui miei diari.

Si lo so, sto parlando solo di una parte di bodyshaming, perchè egoisticamente mi sono fatta prendere la mano per far parlare la ragazzina di 14 anni che ho dentro. Il termine viene utilizzato per raccogliere tutto quello che riguarda la derisione dell’aspetto fisico di una persona. Shame: in inglese significa vergogna, gli insulti, la derisione che portano un soggetto a vergognarsi del proprio corpo. Va puntualizzato che  questo fenomeno prende di mira soprattutto le persone in sovrappeso. (fatshaming).

I colpevoli principali che mi hanno fatto crescere e formare come una donna senza autostima fino a qualche anno fa sono fondamentalmente due:

  • la società: da tempo ormai il troppo grasso, troppo basso, troppo alto ecc vengono guardati con disgusto, vanno eliminate le imperfezioni per poterci uniformare allo standard che la nostra società ci richiede. Fare parte dello standard significa essere nel branco, essere uguale a quello che è richiesto adesso, se si rientra nei canoni prefissati ci si può definire “belli”. Se non si fa niente per quell’imperfezione ecco che appare l’emoticon disgusto, perchè significa che si sta sfidando la società, e lei ti emarginerà in un angolo.
  • il capitalismo: certo, se la società è il burattino, il capitalismo è il tirafili. Come facciamo ad eliminare le imperfezioni che ci mettono ai margini? con i soldi, il capitalismo pubblicizza quello che è “bello”. La persona insicura, senza autostima, triste, sola, emarginata, deve assolutamente comprare quella “cosa”, è la sola salvezza per sentirsi “normale” come gli altri.

Vorrei inoltre far presente ai buonisti che destare finta preoccupazione per la salute: “lo faccio per il tuo bene, perchè stai diventando troppo grossa” è un insulto. “Sei così bella di viso, è un peccato tu non faccia niente per il tuo corpo” è un insulto. “Purtroppo arriviamo fino alla taglia 46” è un insulto. Spero sia chiaro che non esistono modi politically correct per poter esprimere pareri non richiesti sull’aspetto fisico di qualcuno, chiunque esso sia.

Superati i 30 anni ho iniziato a fare molta attività fisica, non tanto per migliorarmi esteriormente quanto per limitare la mia ulcera da stress, fare tanto moto mi ha permesso di “buttar fuori” quello che mi stava logorando dentro. Sono dimagrita si, ma non sono mai scesa sotto la taglia 46, quindi resto tuttora una donna in sovrappeso. E’ cambiato qualcosa rispetto alla ragazzina di 14 anni, le ferite si sono chiuse e sono diventate cicatrici piuttosto in vista anche, per ricordarmi sempre che le persone cattive sono tante, ora infatti hanno smesso di chiamarmi “cicciona”, mi chiamano “acida”, senza sapere che mi sono sentita sbagliata per troppo tempo.

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