Molestie – il processo alle intenzioni, ma di chi?

In perfetta connessione con il mio articolo precedente (https://wordpress.com/post/fedyontheblog.com/781), approdiamo in questo nuovo tema, ancora troppo poco conosciuto e poco RICONOSCIUTO.

Ho talmente tante cose da dire in merito alle molestie che, per non creare confusione al lettore, ho dovuto farmi schemi, ordinare le “sotto tematiche” e cercare di incastrare tutto.

Partiamo dalle basi, la definizione secondo la Treccani: (https://www.treccani.it/vocabolario/molestia): sensazione incresciosa di pena, di tormento, di incomodo, di disagio, di irritazione, provocata da persone o cose e in genere da tutto ciò che produce un turbamento del benessere fisico o della tranquillità spirituale, nel link annesso potete leggerla al completo.

Qualcosa che provoca turbamento, disagio nel benessere altrui, in effetti detta così credo di essere stata anch’io una molestatrice nella mia vita, ed infatti è così. La molestia generalizzata viene vissuta da tantissime persone in tantissimi ambiti, quello che interessa a noi però si chiama MOLESTIA DI GENERE, inflitta da un uomo su una donna.

La teoria che voglio spiegare non è semplice nella mia testa, figuriamo scriverla in modo comprensibile, cercate di seguirmi ok? Iniziamo dicendo che in situazioni di molestie ci sarà sempre un agente (chi compie la molestia) cioè il molestatore, è un soggetto subente (chi la subisce) la vittima, ma l’ago della bilancia è l’intenzione. Essendoci due soggetti ci saranno due punti di vista e due emozioni differenti. Il molestatore può agire intenzionalmente (ed ecco l’aggravante del gesto), oppure può discolparsi dicendo che non era intenzionato a farlo e scusarsi risolvendo la situazione, (ovviamente deve trattarsi di un fatto increscioso che sia dato dalla casualità). La vittima in quanto tale ha subito molestie, intenzionali o meno, quindi ha tutto il diritto di sentirsi a disagio, ma se l’atto è stato intenzionale qui si va nel penale, sempre che come tale venga riconosciuto (…)

Quanti uomini incriminati di molestie non sono stati neanche minimamente processati perché “no ma non era sua intenzione dai”, e quante donne invece sono state accusate perché “si ma tu onestamente ricordi di averlo provocato in qualche modo?”, diciamo che sperare nella coscienza pulita del molestatore è come dichiararsi delle donne bugiarde che hanno esagerato nella reazione.

Ora però vi propongo due esempi di molestie, il primo non intenzionale, il secondo si, poi trarremo insieme le conclusioni dovute:

  1. Sto camminando da sola, passa un uomo in macchina che, abbassando il finestrino emette una specie di fischio, immediatamente mi sento a disagio e gli faccio il dito medio, lui risponde: “maleducata, volevo solo farti un complimento”. Io ho sentito un disagio, quindi siamo entrati nella fase molestia (che ci piaccia o no è così). Lui voleva molestarmi? Immagino di no, ha solo lasciato che i suoi ormoni goliardici prendessero il sopravvento come fanno i babbuini su National Geographic; chi fa il verso più acuto riuscirà ad accoppiarsi per primo (e mi scuso coi babbuini per questo paragone). Cosa intendeva fare quindi? Il suo fischio voleva SOLO farmi capire che mi trova sessualmente attraente.
    1. PRIMA DOMANDA: dovrei sentirmi lusingata? Forse perché viviamo in una società che ci insegna giorno dopo giorno come le donne debbano essere belle e sensuali per valere qualcosa? Come se fosse uno dei requisiti basic per essere notate dal mondo?
    2. SECONDA DOMANDA: alla luce di quanto sopra, posso sentirmi autorizzata ad alzare il dito medio? Sono infastidita dal suo atteggiamento animale e rispondo a tono, perché divento maleducata ai suoi occhi?

Ecco forse come prima cosa fondamentale dovremmo spiegare alla comunità dei babbuini che i loro richiami non hanno l’effetto che speravano su di noi, anzi. Io ho parlato con uno di questi “babbuini” uno dei più intelligenti però, il quale mi ha risposto: “Fede, guarda che a noi non frega molto di che reazione potete avere, tanto vi lamentereste comunque”. SIPARIO.

2. Caso del molestatore che lo fa intenzionalmente intenzionalmente, in questo caso racconterò la storia di questa ragazza che si è rivolta ad un centro antiviolenza, in anonimo perché ogni info raccolta in questi luoghi è assolutamente confidenziale e purtroppo anche perché attualmente la ragazza lavora ancora nel posto incriminato. Ecco si ho già spoilerato che si tratta di molestie su luogo di lavoro, ma che strano vero? Non succede mai! La vittima: lavora in ufficio, è separata, ha una figlia piccola, l’ex marito disoccupato che non partecipa al mantenimento della bimba (anzi era arrivato a chiedere aiuti economici a lei perché lui non lavora, ma questa è un’altra storia), aggiungo anche che è straniera (n.d.a. il classico maschio medio italiano direbbe: beh allora considerando che è separata, ha figli ed è straniera dovrebbe già essere contenta di lavorare). Il molestatore: è uno dei dirigenti, ha circa 20 anni in più di lei, è un lurido maiale (scusa maiale per il paragone) e ha un debole per le donne, tutte, è sposato ma, ha detta sua, ha all’attivo diverse relazioni extra coniugali di cui ne fa continuamente vanto. Cosa fa il nostro caro dirigente molestatore? Semplice, le invia messaggi e foto che fanno veramente vomitare, foto di lui non molto vestito (tra l’altro un uomo poco gradevole alla vista), messaggi in orari notturni con tutta una serie di espressioni colorite su cosa vorrebbe fare alla nostra vittima. Lei inizialmente ne ha parlato con il suo responsabile (dirigente al pari del porco maniaco), il quale ridendo ha risposto: “si sai che lui è un po’ così”, ma si è comunque preoccupato di ammonire il colpevole che indovinate come si è giustificato? Dicendo che la vittima gli avrebbe lasciato intendere altro, cioè che gradiva, per fortuna però i suoi messaggi si sono fermati. In azienda sono tutti sereni perché la situazione si è risolta giusto? Lei non riceve più messaggi, gli è stato chiesto di non far denuncia dato che ha bisogno di lavorare, lei ha accettato in nome dello stipendio che riceve per mantenere la figlia. Il molestatore per paura di venir additato come il maniaco dell’azienda si è preoccupato di dare a tutti una versione che lo tutelasse, quindi nonostante lei fosse stata in rispettoso silenzio, ha scoperto dopo qualche settimana che i colleghi non le parlavano più perché lei aveva infangato il buon nome del dirigente X, si anche le colleghe donne.

Conclusioni da trarre?

  • la prima lampante è che in entrambi i casi ci sono due vittime che si sono sentite molestate, che si sono sentite a disagio e che nonostante abbiano alzato la mano per farlo notare non hanno risolto molto, questo è molto sconfortante,
  • nel primo caso la vittima sa per certo che nella vita incontrerà ancora uno dei tanti babbuini che urlano per strada,
  • nel secondo caso la vittima sa che il dirigente non ha imparato nulla da questa situazione anzi, la sua richiesta di aiuto l’ha portata a venir emarginata e a sentirsi a disagio ogni giorno sul lavoro, perché gli occhi di quell’uomo sono ancora sempre puntati su di lei,
  • entrambi i molestatori esercitano un potere sulle vittime, questa è una caratteristica comune in ogni situazione di violenza infatti; il molestatore ha una posizione dominante, detiene il potere e riesce ad aver in pugno sempre la vittima (in senso figurato e non). Chi subisce invece si ritrova sempre con una grande delusione, un senso di impotenza e la sensazione di non poter mai aver giustizia.

Onestamente vi dico che nella vita ho subito anch’io molestie, non importa molto se fossero o meno intenzionali, io mi sono sentita a DISAGIO, mi sono sentita SPORCA, ho avuto paura. Il mondo in cui viviamo non ci fa stare serene, alzar la mano e dire “mi sono sentita molestata” corrisponde quasi sempre ad una domanda: “Si ma tu cos’hai fatto? Hai un atteggiamento che spesso può essere frainteso”. Si perché il processo alle intenzioni non viene fatto ai molestatori, ma delle vittime, siamo noi che veniamo messe sotto accusa per capire cos’abbiamo fatto, che atteggiamenti avevamo, come eravamo vestite per meritarci un comportamento così.

Il processo è sempre verso la vittima, fintanto che sarà questa la risposta della nostra società, come possiamo dire di ROMPERE IL SILENZIO? Come possiamo far passare il messaggio che LE MOLESTIE VANNO DENUNCIATE?

Vi dico una cosa, i centri anti violenza a supporto delle donne vi possono aiutare, lavorano con specialisti in grado di rompere questi meccanismi patriarcali e malati, psicologi, avvocati, assistenti sociali, anche responsabili della sicurezza per il lavoro, e credetemi questo è il pane per i loro denti, non lasciate che tutto vada sotto l’uscio entrando a far parte della quotidianità, rivolgetevi al centro anti violenza della vostra città e raccontate sempre tutto.

Non siamo sole in queste situazioni, tantissime donne vivono quotidianamente molestie soprattutto al lavoro, non lasciatevi convincere quando vi dicono “per così poco non avresti potuto fare molto, se avessi denunciato non avresti concluso nulla”, FALSO. Capisco sia difficile rivolgersi alle forze dell’ordine (spesso sono loro i primi a cercare di “mediare”), ecco perché insisto con i centri anti violenza, i loro specialisti sono estremamente preparati e possono aiutarvi in modo silenzioso ed efficace.

A noi tutte dico di ascoltare sempre col cuore la donna che abbiamo di fronte che ci sta chiedendo aiuto, con le parole, con lo sguardo, con le mani, con il corpo.

FERMIAMO IL SILENZIO, fermiamo la sicurezza di questi uomini che pensano di avere in pugno il nostro mondo, sono loro gli unici a doversi sentire a disagio e sporchi.

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Attente al LUPO.

La buttiamo in ridere? No, sono solo provocatoria come sempre, perché credo ancora sia una lontana utopia poter uscire serene, camminare a testa alta, guardare tutti negli occhi, sorridere senza doverci coprire, essere schive, ed evitare sguardi troppo pesanti per non sentirci prede indifese come cappuccetto rosso.

Ho pensato spesso a come mi sarei sentita uscendo di casa LIBERA, io amo camminare, passeggiare, assaporare le giornate all’aperto, la dinamica è sempre quella, quando dalla parte opposta arriva una persona (specialmente di sesso maschile), mi rendo conto che mi viene AUTOMATICO abbassare lo sguardo e non riuscire a guardarlo a mia volta, (si perché un uomo ci guarda sempre, non é detto sia per secondi fini, semplicemente lui può guardare tutti negli occhi senza difficoltà). Non sto facendo di tutta l’erba un fascio, sto solo scrivendo come la maggior parte di noi ancora si sente quando si trova da sola per strada a camminare: IN PERICOLO.

Ho approfondito l’argomento con svariate donne con cui ho contatti legati alla mia attività di volontariato volta al supporto e sostegno femminile; la maggior parte ammette di abbassare lo sguardo ogni volta che incontra un uomo, tende a chiudersi nelle spalle, coprirsi, guardare altrove, mettere gli auricolari, guardare il cellulare ecc, un’ infinità di cose per proteggersi. Alla mia domanda: “come mai abbassi lo sguardo?” le risposte sono state a dir poco esaustive e perfette rappresentanti della nostra società. Le ho potute raggruppare in macro gruppi:

  • “non sta bene guardare gli uomini negli occhi”,
  • “mi sento in imbarazzo se un uomo per strada mi guarda, mi sento come se mi stesse studiando, poi con quello che si sente in giro..”
  • “non guardo negli occhi un uomo perché poi ti fischia per strada, gridando apprezzamenti che FANNO SCHIFO, come se fossimo allo zoo”
  • la percentuale di chi mi ha risposto: “si mi sembra di tenere la testa alta”, è troppo bassa ancora, inoltre le risposte erano al condizionale, quindi non sono riuscita a capire quanto potessero essere certe.

NON STA BENE GUARDARE GLI UOMINI NEGLI OCCHI. Risposta a cui mi associo anche io, non perché sia d’accordo, ma perché avverto dentro una sensazione pudica e di vergogna. Ognuno di noi ha un carattere e una morale dettata dalla famiglia in cui è cresciuto, dal carattere che si è costruito e dalla società in cui vive. Prendendo in esame il nostro piccolo paese ed è normale che una donna su due mi risponda così, la mia cara nonna mi diceva: “Non sta bene che una ragazza guardi negli occhi un uomo quando parla, non è rispettoso”. Pur non essendo d’accordo io l’ho sempre fatto, testa bassa, schiva, timida, silenziosa, piccola, indifesa, nuda, fragile, come mi sono sempre sentita. Non ho mai avuto il coraggio di tenere la testa alta, perché “chi mi credo di essere?” Sono la prima a mettermi in posizione subordinata.

MI SENTO IN IMBARAZZO SE UN UOMO PER STRADA MI GUARDA, MI SENTO COME SE MI STESSE STUDIANDO, POI CON QUELLO CHE SI SENTE IN GIRO. Questa è forse la risposta più triste, la frase “con quello che si sente in giro” é da brividi, ma di un reale pazzesco. Cos’è che si sente in giro? LO STUPRO. E non datemi dell’esagerata, frequentando i centri anti violenza mi sono fatta una bella full immersion in questo campo, e tutti coloro che mi danno della visionaria farebbero bene a venire con me un giorno a parlare con queste donne. Lo stupro fa parte della normalità, la nostra società accetta questo comportamento, UNA DONNA SU TRE E’ VITTIMA DI STUPRO, quindi significa che la nostra società non è abbastanza punitiva verso chi si comporta così. Pensate che in Italia fino al 1996 lo stupro era considerando un REATO CONTRO LA MORALE, non contro la persona vittima, assolutamente no, solo contro la morale, perché non sta bene violentare un essere umano contro la sua volontà violandolo nel suo intimo e costringendolo ad avere rapporti, NON STA BENE. Ecco, la risposta ricevuta è legata a questo, molte donne non si sentono sicure a ricambiare uno sguardo direttamente, per paura di venire poi scambiate per disponibili, fraintese e poi incantonate fino alla violenza.

NON GUARDO NEGLI OCCHI UN UOMO PERCHE’ POI TI FISCHIA PER STRADA, GRIDANDO APPREZZAMENTI CHE FANNO SCHIFO, COME SE FOSSIMO ALLO ZOO. Risposta “meno grave” della precedente certo, ma anche questa ha il suo background molto impegnativo. Notate anche voi l’ossimoro? APPREZZAMENTI CHE FANNO SCHIFO, questa vicinanza di parole in netto contrasto fra loro? La Treccani mi dice che apprezzare significa: valutare positivamente, quindi come mai farebbero schifo?! Ragazze mie, quello di cui stiamo parlando non sono lusinghe o complimenti, SONO VERE E PROPRIE MOLESTIE VERBALI che ledono la nostra libertà di girare serene, anche in solitudine. Quante di voi indossano gli auricolari anche per evitare di sentire queste parole? Come se il problema fosse nostro, siamo noi che dobbiamo difenderci tappandoci le orecchie e facendo finta di non sentire?! Quando diventerà reato anche per noi in Italia questo atteggiamento?! Se ve lo state chiedendo la risposta é si, ci sono stati in cui questo comportamento è REATO.

Vorrei aggiungere alcune riflessioni extra, molto donne e mi inserisco anch’io, mentre si parla dell’argomento, esordiscono dicendo: “so che vi sembra strano detto da me perché sono brutta, quindi é ovvio che se un uomo mi guarda non é perché ha secondi fini, ecc..”, oppure “non so perché abbia fatto questi apprezzamenti osceni, le belle donne sono altre, non di certo io”. Allora, partiamo con ordine, non andrò ad analizzare il fatto che la maggior parte delle donne si valuta brutta e inadatta perché lo abbiamo già fatto ampiamente, quello che vorrei sottolineare è che il sentirci brutte non è una protezione verso questi uomini, o meglio, la violenza verbale o lo stupro, non sono dettate dall’esigenza di poter godere della nostra bellezza. Un ESSERE MALATO che agisce in questo modo vuole prima di tutto imporre la sua presenza e dominare su di noi, vuole possederci come il soprammobile che ha in casa e decidere di romperci quando e come vuole, non ha alcun rispetto di noi e della nostra vita, non ci riconosce come persone al suo stesso livello. Una società di persone civilizzate dovrebbe punire che si comporta così. Ho preso coscienza solo da qualche anno che la maggior parte degli stupri avviene tra le mura domestiche e quindi non vengono denunciati, violenze fatte da chi ci ha promesso amore eterno e incondizionato, la cosa peggiore è che molte donne trovano “normale” che succeda in un rapporto di coppia. Termino qui l’argomento lievemente “fuori tema” rispetto a dove sono partita, è mia intenzione dedicare molto tempo alla questione “violenza domestica”, pane per i miei denti.

Non scrivo o parlo di queste cose per diventare la paladina di nessuno, solo per mettere al corrente che ci sentiamo tutte nello stesso fango, insieme dovremmo cercare di rialzarci e riprenderci la nostra posizione di lupi tra i lupi. Per vincere battaglie così difficili bisognerebbe essere tutti femministi, anche i nostri colleghi uomini dovrebbero capire che lo schierarci tutti dalla stessa parte può sconfiggere il nemico della disuguaglianza di genere. Ricordo sempre che nel nostro cuore c’è o c’è stata una donna importante: la mamma, la figlia, la sorella, la moglie, la nonna, la zia, rendiamo migliore questo mondo, guardando oltre il nostro naso.

Testa alta e camminare, speriamo presto.

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“Facciamolo per il nostro bene”, marketing e insicurezza femminili.

E’ incredibile come un argomento tira l’altro, una settimana fa parlavamo di #bodyshaming e di come il mondo del consumismo cerchi di tenerci in pugno, promuovendo, da un lato, la bellezza naturale e, dall’altro, mostrandoci immagini di quelli che sono gli standard canonici di bellezza (a cui chiaramente non apparteniamo), mortificandoci di continuo.

Ci eravamo lasciati cercando di capire quanto eravamo disposte a stressare il nostro corpo e mente per sentirci meno sbagliate, ed eccomi qui che torno a “battere il ferro finché è caldo”.

Oggi prenderò in esame l’industria estetica, non tutta chiaramente, mi vorrei concentrare su tutte quelle aziende che, facendo leva sulle nostre insicurezze, paure, e la totale mancanza di autostima, cercando di vendere scorciatoie per la bellezza e la felicità.

Faccio subito outing in merito, non voglio fare l’ipocrita, sono una delle clienti migliori per quanto riguarda parrucchieri, estetisti, negozi di vestiti, creme, trucchi, una donna completa e piena di insicurezze che cerca di colmare con l’acquisto compulsivo di quanto detto sopra, ma non è qui voglio focalizzarmi.

Iniziamo dicendo che tutti gli agi legati al mercato dell’estetica un secolo fa ovviamente non erano disponibili, il progresso, il benessere ci ha aiutati ad esser più curati e in ordine (chi più chi meno), in funzione della richiesta del mercato, perché di questo si tratta. Come dicevo nell’articolo precedente, farci sentire brutte e il modo migliore per quest’industria di trionfare e farci diventare i clienti perfetti. Qualcosa però sta cambiando, o meglio ci sta sfuggendo di mano, secondo il mio modestissimo parere, parliamone insieme.

Sono sicura che tutte abbiamo avvertito questo “cambiamento positivo” (lo virgoletto perché credo sia solo travestito da positivo), legato a una nuova visione del corpo al richiamo del #bodypositive, avete provato a cercare questo hashtag su instagram ad esempio? Qualcuno la fuori ci sta dicendo che è tempo di smetterla di cercare la perfezione nei canoni dei social, qualcuno ci sta dicendo che è ora di far trionfare il corpo in quanto tale, che la bellezza vera è quella del nostro benessere mentale, è ora di smettere di distruggere il nostro corpo in nome di qualche regola stabilita dai mass media. La bellezza naturale deve trionfare, visi senza troppo trucco, leggeri e freschi, una bellissima utopia.

Qualcosa non mi torna e vi spiego perché. Sono molto attiva sui social sia per la mia attività di scrittrice che per quella legata al mio lavoro di marketing, e mi è impossibile non notare come vengano inviati messaggi contrastanti relativamente a noi donne specialmente:

  • vogliamo parlare di corpi naturali? bene, quante di voi tutti i giorni vengono bombardate da immagini di integratori miracolosi? Prodotti da bere e ingurgitare prima o dopo i pasti?
  • quante creme snellenti avete visto negli ultimi mesi?
  • e la dieta liquida?
  • quella del digiuno intermittente?
  • quella delle carote? o delle mele?

Il loro slogan però è molto cambiato, perché le nostre care industrie di prodotti miracolosi hanno dovuto evolversi per seguire il nuovo mood della positività. Se negli anni passati lo slogan era legato al calo rapido di peso, oggi si vende tutto usando le parole: BENESSERE, NATURALE, BIO, SALUTE MENTALE E CORPOREA, TORNARE IN FORMA FISICA E PSICHICA ecc.. Il dimagrimento non vende più come una volta, quindi cosa mi sfoderano i geni del male? Si sono spostati verso questa nuova dimensione di fiocchi ed unicorni dove i loro prodotti super naturali ci permettono di arrivare alla felicità.

Mi basta aprire Instagram per vedere come un’infinità di ragazze impegnate in questo settore, il gioco è solitamente questo, integratori, uniti a due litri d’acqua al giorno, dieta salutare e attività fisica. Voglio svelarvi un segreto: tutti i fattori sopra (tolti gli integratori) porterebbero comunque ad un calo fisico, senza bisogno di pillole.

Capiamoci, so che il lavoro è lavoro e quindi se questa nuova attività porta buoni guadagni è ovvio che la si faccia, inoltre non voglio attaccare personalmente chi svolge queste funzioni, anzi io stessa mi trovo spesso dentro al vortice di necessità all’acquisto. Le networkers sono molto brave e preparate portandoci subito ad avere la necessità di acquistare per farci sentire meglio, sia in termini di benessere che in termini di autostima perché siamo certe delle parole che dicono nonostante non le conosciamo nemmeno, e quel prodotto potrebbe essere la soluzione giusta per farci alzare col sorriso domani.

E la bellezza naturale? Non mi sono dimenticata di questo argomento! Quante volte vediamo foto con hashtag come #nofilter, #nomakeupon, #naturalbeauty quando la foto ritrae un bellissimo viso femminile con labbra carnose e fillerate, sopracciglie con trucco semipermanente, capelli raccolti in un messy bun (la classica cipolla) che richiede almeno due ore di preparazione, pelle luminosa e ciglia con extension, cosa ci sarebbe di naturale in tutto questo? Se guardo il mio viso ora è di una donna di 37 anni, con rughe di espressione marcate, molte lentiggini, macchie scure post gravidanza e occhi stanchi, mi sento legittimamente brutta perché quello che vedo allo specchio, il “mio naturale” differisce ampiamente da quello che i social vogliono inculcarmi come naturale, ecco che sento il bisogno di acquistare delle soluzioni per apparire “più sana”.

Quindi, questo “cambiamento positivo” merita di restare virgolettato, perché onestamente non ci vedo niente di buono, anni fa ci dicevano di dimagrire per essere più belle per il nostro uomo, di truccarci ed essere più femminili; oggi invece con questa nuova immagine della donna emancipata, non si può più parlare di grasso o magro, sarebbe un giudizio e la nuova donna non accetta giudizi, meglio fare appello al senso del “sano”, del “benessere”, del “naturale”, per invogliarci ad “entrare nella loro rete”.

Volete sapere cos’è che funziona veramente bene? IL MARKETING. Utilizzare la ragazza della porta accanto che SEMBRA come noi e ci dice con occhioni dolcissimi ” FACCIAMOLO PER NOI STESSE, PER IL NOSTRO BENE”, non le creme, non le spremute drenanti, non gli 80 integratori al giorno che si beve, no, niente di questo, è solo MARKETING.

Sono stronza a smantellare la rete di vendita di queste ragazze capitanate da un’azienda leader alle spalle? Aziende che promuovono la capo aerea, la capo gruppo, la team leader e sviliscono chi vende poco? Francamente me ne infischio (come diceva Clark Gable in Via col Vento), poi diciamocelo, non stanno di certo a leggere quello che scrivo io. So per certo che nella mia attività di sostegno alle donne in difficoltà sono incappata molto spesso in ragazze disperate che per “diventare più belle” si sono trovate schiave di più prodotti insieme, compromettendo la loro salute. Sicuramente questi prodotti, per essere in vendita sul mercato, non sono pericolosi, ci mancherebbe anche, il più delle volte sono totalmente inutili. Onestamente però, credo nella medicina e nella scienza, quindi affidatevi a professionisti per questi programmi e ricordatevi che, eventualmente, in farmacia potete trovare molti integratori VERAMENTE CERTIFICATI.

Nella moltitudine del mercato di queste industrie ci sono chiaramente aziende oneste, serie, che promuovo la salute, quindi non voglio puntare il dito verso nessun brand anzi, spero che chiunque mi legga del settore possa dirsi orgoglioso e soddisfatto perché l’azienda per cui lavora non è così. Il mio scopo è come sempre la denuncia di situazioni scomode, è un mezzo per raggiungere chi si sente “sbagliato” e fargli capire che non esistono pillole della felicità che con un po’ di acqua possono portarci a risultati facili, è un modo per ragionare insieme sui meccanismi spietati del consumismo e del guadagno, che certamente non hanno a cuore il nostro benessere.

Oggi voglio dirmi che: SONO CONSAPEVOLE DI ESSERE INVECCHIATA, DI AVERE UNA TAGLIA 46, DI AVER UN CORPO CHE PORTA I SEGNI DI UNA GRAVIDANZA, DELLE MIE SMAGLIATURE, DELLA MIA CELLULITE, DEI MIEI CHILI E DELLE MIE FORME. SONO CONSAPEVOLE DI POTER CAMBIARE IN MODO SALUTARE QUANDO E SE IL MIO CORPO E LA MIA MENTE LO VORRANNO, NON PERCHE’ IL MONDO ESTERNO ME LO IMPONE. SONO UNA DONNA CHE VIVE BENE NEL SUO CORPO E SI VUOLE BENE, IL MIO CORPO E’ NATURA.

Facciamolo davvero per noi stesse.

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Sostenere una donna solo perché è donna è l’equivalente di un autogol.

Mi sono decisa a parlarne, una volta per tutte, per spiegare il mio punto di vista relativamente al supportarsi tra donne e il fare squadra. E’ uno dei punti su cui la corrente femminista fa leva da sempre per poter distruggere il patriarcato e chiaramente sono a favore.

Ciò non toglie che non sono d’accordo nel sostenere qualsiasi donna a prescindere, quante volte mi sono sentita dire la frase: “ma proprio tu parli così che fai la femminista?!” con quel sorriso di sfida; bene cari signori, adesso ascoltate quello che ho da dire perché lo farò per l’ultima volta.

Inizio il mio fiume di parole dicendo che mi trovo “costretta” a scriverlo qui sul blog perché nessuna persona, dopo avermi detto quella frase inutile, si è mai fermata ad ascoltare veramente la mia risposta. Se ne escono con questa battuta da uomo alfa, per poi chiaramente ridere e non prendere sul serio minimamente il mio tentativo di ribattere.

Questa osservazione mi è stata fatta perché mi sono espressa in disaccordo verso una ragazza e le sue opinioni, ogni essere umano ha delle idee, dei valori e in quel momento io ero completamente contro quanto lei stesse dicendo. Uno dei valori per me fondamentali è l’umiltà in tutti i campi della vita, non si è mai finito di imparare quindi non posso accettare che qualcuno parli e interagisca con altri “dall’alto” della sua sapienza, specialmente se questa sapienza non è dimostrata. Sono femminista certo, ma questo atteggiamento che tende a rimpicciolire gli altri non mi appartiene e lo combatto, non potrò mai sostenere una donna che cerca di affermarsi schiacciando le altre persone. Donne e uomini devono rispettare regole per convivere nella nostra società, rispettarsi tra loro e sostenersi.

Mi faccio molte domande sempre, per capirmi e studiare le mie reazioni, dargli un nome e capire certi malesseri da dove partono. Inizialmente mi sono ritrovata a pensare che tutta questa rabbia che sentivo nei confronti di alcune donne fosse invidia, per un attimo le ho viste forti perché urlavano e cercavano di essere “dominanti” in questa veste da attacca brighe. L’invidia è un sentimento ancora peggio di chi cerca di affermarsi con frusta e bastoni e onestamente dopo tante tante analisi su di me posso dire che proprio non mi appartiene. Il mio rifiuto verso chi non possiede alcuna forma di umiltà è dato dalla mia etica, dai miei ideali, una persona che è nel giusto e ha grandi capacità si può affermare e crescere senza schiacciare gli altri.

Femminismo non è sorellanza a tutti i costi, una donna che per farsi rispettare usa la voce alta, la cattiveria, l’indifferenza non potrà mai essere meritevole di sostegno da parte mia. Possiamo arrivare tutte in alto e raggiungere i nostri obiettivi senza bisogno di schiacciare qualcuno, questo è sostegno, tutto il resto non può far parte del mondo femminista, non può esistere femminismo senza rispetto dell’altro.

Lasciatemi dire anche un’ultima cosa, chi cerca di affermarsi usando l’attacco non è altro che un insicuro che cerca di mascherare la sua inadeguatezza, impreparazione, incapacità difendendosi in questo modo, pensando che la violenza verbale possa colmare la totale inettitudine che avverte. Tante donne specialmente nel mondo del lavoro sono così, questo grazie al patriarcato che ci insegna sempre che siamo inadatte, inferiori e incapaci rispetto ai nostri colleghi uomini; per sentirci al loro pari lavoriamo il doppio, facciamo dieci cose allo stesso tempo oppure diventiamo aggressive e cattive per difendere il “nostro territorio” da altre belve feroci che potrebbero scavalcarci.

Essere femminista e supportare le nostre sorelle significa:

  • fiducia: iniziamo a pensare che nessuna donna vuole “rubarci” il posto che con tanta fatica ci siamo guadagnate, lei lavora con noi, non contro di noi,
  • sostegno: incoraggiamo le nostre amiche, colleghe, sorelle, donne in generale, ricordandogli tutti i loro punti di forza che per tanti anni ci hanno convinto fossero DIFETTI,
  • empatia: mettiamoci nei panni dell’altro, l’attacco non è la risposta giusta anzi, allontana chi ci sta vicino,
  • collaborazione: si lavora insieme per arrivare ad un obiettivo di gruppo, “siamo state brave” perché lo abbiamo fatto insieme,
  • l’invidia è un sentimento genuino alle volte che può stimolarci a fare meglio, ma attenzione, c’è chi lo userà e lo manipolerà per stimolarci a lavorare di più, per sfruttarci, chiamandolo ambizione; quando diventa un sentimento negativo correte ai ripari,

“Proprio tu parli così che fai la femminista?!” “Sostenere una donna solo perché è donna trattandola coi guanti significherebbe assecondare lo stereotipo che hanno creato quelli come te, e ascoltami quando parlo”.

We rise by lifting others.

Vi lascio con questa immagine, e vi traduco le bellissime parole all’interno:

“E quando arrivi dove volevi arrivare guardati intorno e aiuta anche lei, c’è stato un tempo non troppo lontano in cui lei era te”

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Ordine di una famiglia ottimale.

Il procedimento è quasi sempre lo stesso, parto per la mia camminata giornaliera sotto il sole cocente di agosto e anziché svuotarmi dai pensieri, mi riempio. Ieri in particolare mi arriva questa foto da una cara amica che ben conosce il mio animo infiammabile.

Non so neanche bene da cosa partire, ogni parola in questa immagine mi rimanda a una vita così chiusa e spaventosa che mi provoca subito un groppo in gola, come mi mancasse l’aria.

Sono una persona estremamente spirituale, rispetto tutte le religioni, purchè esse stesse rispettino il valore degli esseri umani. Una religione è un sentimento che lega un uomo o un gruppo di uomini ad un credo verso un’entità spirituale, una luce, un’energia, da qui separo gli atei dai religiosi. Vado spesso in chiesa riconoscendola come luogo sacro dove posso nutrire il mio bisogno di contatto con la mia spiritualità, ma lo faccio come sempre a mio modo. Ho sentito da tempo la necessità di separarmi da alcuni aspetti della nostra religione, specialmente quelli legati alla famiglia e ai ruoli sociali imposti. Ritengo che alcuni di questi dogmi siano stati creati dagli uomini per gli uomini.

Ho già parlato in articoli precedenti di come anni e anni fa, fosse la società matriarcale a guidare, (breve esempio preso da FOCUS: gli egizi, avevano la parrucca nera per elevarsi al ruolo femminile; ma potevano indossarla solo dopo aver raggiunto un certo valore morale, la perfezione, la completezza era la donna), l’arrivo dell’impero romano ha significato molto per noi, in male. L’aspetto maschile e fisico ha avuto la meglio, e sapete come? con l’utilizzo della religione. Si avete capito bene, la religione cristiana è stata da sempre utilizzata per castigare e punire le donne troppo pretenziose, relegandole in un angolo della casa, la cucina. Vogliamo riflettere sulle streghe cattive bruciate nei roghi? Donne con intelletto superiore che venivano etichettate con questo nome streghe, utilizzando l’ignoranza del volgo base per rapirle e arderle vive. Le donne intelligenti sono da sempre pericolose. Sto parlando di mille argomenti insieme lo so eh? Non me ne vogliate, la mia intenzione è quella di parlare “facile” e raccontare come il maschio ha saputo sfruttare, interpretare e mettere a suo favore i testi religiosi tanto da stravolgere la società e relegarci in fondo, togliendoci ogni mezzo che potesse renderci libere.
Detto questo, sottolineo che nessuna religione che insegna il perdono, l’accettazione e il rispetto, potrebbe mai appoggiare un’immagine come quella sopra.


Questo spot pubblicitario della “famiglia ottimale” è un estratto di una religione simile alla nostra, o quanto meno con radici uguali alla nostra. Cosa vuole trasmetterci?

Partiamo con ordine, ovviamente dal numero uno indiscusso: il Marito che con le sue braccia sovrasta sopra alla famiglia, Lui è chi DIRIGE e PROVVEDE. Subito SOTTO in posizione di subordinazione abbiamo la MOGLIE, accompagnata dai verbi docili e mansueti per una donna ben addomestica, lei CONFORTA, EDUCA, INSEGNA e, il peggiore di tutti: SI PRENDE CURA (della casa, dei figli, del marito), i figli per ultimi che devono amare e obbedire.

In questa vita basic che la religione vorrebbe farci indossare, abbiamo un marito che provvede al mantenimento familiare e quindi, portando i soldi a casa, ha il pieno diritto di comandare, gestire e pretendere dalla moglie e figli. La moglie invece, sarebbe meglio fosse poco istruita (così da non avere strane idee in testa), meglio non lavori perché cosa se ne fa lei dei soldi se già ci pensa il marito? Una donna con indipendenza economica è un pericolo, meglio sia subordinata e totalmente dipendente dal suo padrone di casa. In tutto questo bel quadretto abbiamo i figli, che vedendo questo modello, potranno crescere nel modo ottimale.

A fronte di questo ripeto: nessuna religione che parli di perdono, accettazione, rispetto può volere questo. Testi risalenti a 2020 anni fa vanno sicuramente sviluppati e adattati alla nostra realtà contemporanea, perché se prendiamo per buono tutto quello che ci dicevano gli apostoli, sarebbe bene, cari i miei uomini alfa di nostro Signore, che smetteste di bestemmiare se vostra moglie vi ha preparato la pasta col pomodoro invece delle lasagne.

Ecco dove voglio arrivare, da ormai 6 anni seguo e faccio volontariato presso enti anti violenza, per poterlo fare ho seguito corsi lunghi e faticosi, anzi direi dolorosi per la precisione. Questa gabbia dorata che gli uomini si sono cuciti addosso è spesso il covo ideale per la violenza domestica. Ruoli così marcati, definiti e subordinati provocano situazioni di violenza e silenzi continui. Sono tanti gli uomini che appena hanno figli pretendono che la moglie resti a casa ad accudire la prole, creando così questo legame di dipendenza tossica e controllo su tutto, controllo economico, fisico e mentale, poi la domenica mattina in prima fila nella chiesa del paese per ascoltare quella bella lettera agli efesini. L’uomo si sente potente, padrone di tutto anche degli esseri umani con cui vive.

Attenzione però, non sto dicendo che la religione cattolica sia la fonte della violenza di genere, ci mancherebbe, il male legato a queste scelte di vita va ben oltre e non è questo il momento per analizzarlo. Volevo solo far notare come situazioni così agli antipodi siano ben ancorate alla nostra società italiana, la bella facciata della domenica religiosa e una famiglia composta da un Capo Branco Padrone e i suoi subordinati.

Quando penso al “family day” ecco cosa mi viene in mente. I bambini, la moglie e il cane non stanno sorridendo, sono imbavagliati.

Ma è mai possibile che ci siano persone che difendono i diritti di queste famiglie rispetto alle cosiddette “famiglie arcobaleno 🌈 ”? C’è chi difende queste realtà dove i bambini vivono quotidianamente sofferenze di una mamma che piange di nascosto, mentre il papà beve o gioca alle macchinette del bar, piuttosto che incoraggiare l’amore tra persone delle stesso sesso serene. Una vita familiare così medioevale può solo portare alla vincita del nostro lato oscuro, l’insofferenza totale verso chi ci sta intorno.

Possiamo essere religiosi, tutti sul podio, tutti al primo posto, è questo che qualsiasi entità benevola vorrebbe insegnarci. Siamo tutti uguali.

“Amatevi gli uni gli altri, come io ho amato voi”, diceva, e da qui vorrei si potesse ripartire.

Chiaramente questo articolo esula dalla scelta delle donne di non andare al lavoro o di non trovarlo, di non averne bisogno o di non averne la possibilità, non traiamo le conclusioni sbagliate, quello che voglio fare emergere è che la donna dovrebbe non lavorare sulla base di questi testi religiosi per non sentire il bisogno di agghindarsi, uscire di casa o distrarsi dal suo ruolo principale: PRENDERSI CURA DI.. tutto tranne di lei.

Fedy_On_The_Blog – anche oggi temi leggeri come il pranzo di Natale 🎄

Come posso disinserire la funzione multitasking dal mio sistema operativo?

Ho avuto il piacere di leggere un articolo di una donna estremamente caparbia, una comica con un intelletto sopraffino, lei si chiama Michela Giraud e sul numero di Vanity Fair di questa settimana parla di come sia importante essere donne MONOTASKING. Il suo savoir-faire ci insegna come dire no smettendo di pretendere da noi cose che non pretendiamo dagli altri.

Ho divorato il suo pezzo, riflettendo poi su come mai io mi sia sempre trovata a vivere con questa funzione attiva, in effetti nessuno mi ha chiesto esplicitamente di essere multitasking, ma perchè l’ho sempre fatto?

Mi sono sempre sentita in dovere di farlo in quanto donna, per poter valere almeno quanto un uomo, nella mia mente sono stata inferiore per molto tempo, svolgere 10 funzioni insieme mi aiutava a valutarmi quasi come gli altri. Mi faceva sentire una donna meno inutile, una donna desiderabile perché più adempiente, più utile e necessaria in campo lavorativo perché ero una sola ma lavoravo per tre. Volevo sentirmi riconosciuta, “brava”, una donna che sa fare.

Da me pretendevo una cosa sola, essere impeccabile: in forma, bella, ordinata, capello liscio, trucco, pulita, profumata, pelle morbida e idrata da curare con prodotti giusti (costo minimo un rene cad.), sorriso giusto, vestiti sempre nuovi ogni giorno (mai mettersi la stessa cosa due volte di fila). Una perfetta donna di casa che tiene pulito, in ordine, tutto stirato (anche gli asciugamani), acquistati numero due i-robot per la pulizia costante del piano sotto e sopra, vetri splendenti e “home sweet home” appeso ovunque. Non poteva essere diverso sul lavoro, il telefono ovviamente era mio, quindi si risponde al centralino, si smistano le mail, si apre al corriere, si firma la raccomandata, si fa accoglienza e nel mentre dovevo anche fare il mio lavoro, ma la pipì quando? Ah si il tutto coronato dai miei attacchi di panico. (vedi ultimo articolo: https://fedyontheblog.com/2020/07/29/presa-dal-panico/)

Cosa ci ha portato a vivere così? voglio dire, perché ci è sempre sembrato normale vivere indossando gli abiti da: donna, mamma, moglie, fidanzata, amante, crocerossina, lavoratrice, psicologa, badante, donna delle pulizie, infermiera, cuoca, modella di intimissimi e al bisogno “inserisca qui il gettone per una notte di sesso”?

Io mi sono fatta tante volte questa domanda, immagino che l’ambiente in cui siamo nate, la cultura e il folklore locale a cui siamo state esposte, ci abbiano infettato a tal punto da crescere con questo file installato. I media che ci bombardano con queste donne da copertina che oltre ad essere bellissime e leggiadre anche dopo 24 ore di travaglio, riescono a fare le lasagne e mettersi il perizoma con una mano ingessata. Gli uomini che per anni, anzi secoli, hanno saputo tramandarsi il comportamento giusto per tenerci docili e mansuete pronte ad ogni loro bisogno, pretendendo da noi molte più fatiche perché sulla carta erano loro ad andare al lavoro ogni giorno. Nei vari libri e saggi letti pare che questa caratteristica femminile derivi dalla preistoria, gli uomini erano dediti alla caccia soltanto, data come attività molto pericolosa e stressante, mentre le donne “a casa” dovevano occuparsi di tutto il resto. In questo modo i nostri cervelli si sono evoluti in maniera differente, noi multitasking..loro no. Beh, non direi consolante.

Quello che ai miei occhi risulta molto chiaro è che negli anni le donne non hanno mai potuto dire no, se qualche temeraria si azzardava, erano botte e tanto altro. Credo quindi che l’attività multitasking sia stata una sorta di “evoluzione” femminile per prevenire la violenza dell’uomo alfa, il quale sapeva come convincere la “sua amata” a non lamentarsi troppo, era meglio quindi farsi trovare sempre impeccabili per non rischiare di farlo arrabbiare.

Oggettivamente, quante richieste ci vengono fatte al giorno? Quante volte diciamo no? Ho collegato da poco i miei attacchi di panico alla vita “impeccabile” che mi ero imposta da sola di avere, la nuova prospettiva è parte integrante del mio sentirmi meglio. Non è facile, ci sono giorni in cui scelgo di fare “solo la mamma” e mi sento in colpa, come se fossi venuta meno ad uno dei miei compiti primari.

La mia domanda non ha ancora trovato la risposta che cerco.. essere multitasking è veramente una virtù? o è piuttosto una forma di autodifesa messa in atto dalla notte dei tempi verso quel mondo che ci fa sentire sempre “non abbastanza”? E soprattutto.. come si fa a disinstallare dal nostro cervello questo file medioevale?

Vi lascio il link di un libro eccezionale, da leggere, con la prefazione di una delle “mie donne” preferite: Michela Murgia.

https://www.amazon.it/s?k=bastava+chiedere&adgrpid=79869496715&gclid=Cj0KCQjwgo_5BRDuARIsADDEntSs3N_KKTKIDh9phCoHUlMC9LNmfpO4xERdyUoXb_vF1Nu5meey6hsaAqTsEALw_wcB&hvadid=387750654854&hvdev=c&hvlocphy=20570&hvnetw=g&hvqmt=e&hvrand=7143885204944499318&hvtargid=kwd-852270846184&hydadcr=18636_1822916&tag=slhyin-21&ref=pd_sl_93eqb0b2c5_e

Buona lettura e buona riflessione a tutte noi, che ogni giorno usiamo i nostri poteri magici per adempiere a tutti i vari ruoli assegnatici.

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Devi imparare a stare zitta.

“Come faremo se non ci fossero le nostre donne in questo mondo? Le donne sono forti, importanti, guidano le famiglie, crescono figli, curano la casa, amano un marito”.. che ansia. L’importante è che la donna sappia bene qual è il suo posto, al centro lui, il solo e unico marito con intorno la meravigliosa cornice.. sua moglie, la regina del focolare domestico, per lei poesie e parole d’amore senza fine, l’importante cara mogliettina è che tu sappia stare sempre un passo indietro e soprattutto che impari a stare zitta.

Siamo nel 2020 ed esiste ancora una generazione che non tollera il fatto che una donna possa anche solo alzare la mano per esprimersi, figuriamoci se si permettesse di rispondere a tono quando istigata da un un interlocutore maschile. In quel caso sguardo vitreo che dice: “ma come ti permetti di rispondermi male?”.

Noi donne siamo tenute ad azionare sempre la modalità “polite” ovvero diplomazia e dolcezza, qualsiasi altra forma verrebbe considerata una sorta di acidità, anomalia ormonale, incapacità di gestione delle emozioni, impulsività, immaturità, fragilità di sentimenti al grido di “oggi è acida, avrà il ciclo”, oppure ancora peggio: “Secondo me ha bisogno di vitamina C” e non intendo quella che si vende in farmacia, come se un rapporto sessuale con un uomo potesse ripagarmi di anni in silenzio a non rispondere perché sono nata donna e non mi è concesso avere opinioni.

In realtà ho il ciclo proprio ora che sto scrivendo, lo dico ai più temerari così da togliere ogni dubbio, ma vi assicuro non da sbalzi ormonali. Sapete cos’è che crea sbalzi d’umore alle donne? Lavorare il doppio per essere pagate quasi come un uomo ad esempio, fare la casalinga e la mamma di fronte a qualcuno che ti dice: “bello stare a casa a fare un cazzo vero?”, e ancora: lavorare otto ore al giorno poi arrivare a casa e anziché coricarmi sul divano in attesa della cena, dover fare lavatrici, stirare, fare le pulizie perché sono ruoli “nostri”, far parte del gruppo whatsapp della classe del figlio con compiti, catechismo, calcio, compleanni. Banali esempi ma.. siamo sicuri che sia il ciclo il problema?

La domanda “hai il ciclo?” posta come forme d’istigazione in risposta ad una nostra presa di posizione è da anni e anni che esiste, ci tengo a dirlo perché è bene mettere in chiaro come venivano trattare le donne in passato, e perché esiste ancora una generazione che ragiona come se fossimo ai primi del ‘900, tramandando questa mentalità chiusa da padre in figlio.

Infatti è proprio in quel periodo che vorrei soffermarmi un attimo, ai tempi i vari “medici” ritenevano le donne soggetti inferiori sia a livello cerebrale che a livello fisico, soprattutto perché sanguinanti ogni mese come se avessimo una sorta di disturbo cronico con ripercussioni anche a livello mentale, tanto da “renderci matte in quei giorni”. A partire dalla prima guerra mondiale ci fu un aumento esponenziale dei manicomi in cui venivano internate per lo più donne. Negli archivi delle loro cartelle cliniche viene quasi sempre riportata la seguente frase: “facile irritabilità, rifiuta di sottostare ai volevi del marito o della suocera, incline agli insulti, incapace di gestire la prole, rifiuto di adempiere ai compiti coniugali”. Nel periodo poi dei fasci il numero di donne fu triplicato, in troppe si rifiutarono di fare da incubatrici per la produzione in massa di figli di razza pura.

Analizziamo la situazione? Nel 1900 e dintorni, una donna di circa 30 ha già come minimo 7/8 figli, (io ho rischiato di impazzire partorendone una) mettiamoci dentro anche qualche aborto spontaneo perché l’ostetricia non era ancora ai massimi livelli. In aggiunta deve curare la casa, i figli, avere rapporti sessuali a comando in base alle esigenze del marito padrone, non può esprimere nessun genere di idea, il più delle volte picchiata perché nella normalità di una famiglia italiana media cristiana e sicuramente viveva con la suocera. Se tutto questo roseo mondo non le piaceva ecco che il ribellarsi destava subito sospetti, si chiamava il medico et voilà internata in manicomio perché irosa, con squilibri, curata se andava bene con 10 elettroshock al mese o coma farmacologici indotti (tutto questo documentato su libri es. Malacarne, donne e manicomio nell’Italia fascista, di Annacarla Valeriano).

Credo questo breve excursus sia sufficiente per capire che la battuta sugli sbalzi di umore e ciclo sia lievemente inadeguata. Avere un’opinione e rispondere a tono a provocazioni o frasi infelici non è sinonimo di acidità femminile, o donna con la lingua lunga, significa essere umano al pari degli altri che difende le proprie posizioni senza entrare nel merito del sesso di appartenenza. Non lasciatevi mai zittire da nessuno, se qualcuno vi sta ordinando di stare zitte c’è un problema.

Spero vivamente che la generazione di cui tanto parlo sia verso la fine, si tratta di uomini chiusi mentalmente che hanno vissuto in famiglie patriarcali in minuscoli paesi con livelli bassi di istruzione, ma che purtroppo si sono sparsi a macchia d’olio, infettando i figli che ai giorni nostri ancora vivono e ragionano in questa modo vergognoso. Spero anche che gli esseri umani stiano facendo in mondo che i bambini crescano senza stereotipi, liberi di parlare e di esprimersi.

Voglio che le orecchie di mia figlia non sentano mai le parole: “devi imparare a stare zitta”, perché amore mio, la libertà è un tuo diritto fondamentale.

Facciamo un passo avanti verso un’evoluzione cerebrale, la mente chiusa è la peggior prigione in cui vivere.

Questo articolo è per tutte quelle donne che negli anni del fascismo hanno perso la vita rinchiuse nei manicomi a causa della loro ribellione verso una vita di dominio maschile, io sarei stata la prima delle rinchiuse.

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La molestia verbale.

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E’ questa immagine che mi ha dato l’idea per l’articolo che sto scrivendo. Per chi ne avesse bisogno ecco la traduzione: “Sono uno scrittore, qualsiasi cosa tu dica o faccia potrebbe essere usata in una storia”.

Oggi vi racconterò la storia di una ragazza che ha deciso di vendere vestiti e scarpe tramite siti atti a questo on line e scoprì com’è facile subire la molestia verbale da parte di soggetti esterni. La favoletta sarà scritta in prima persona perchè la ragazza in questione sono io.

Nelle ultime due settimane ho avuto modo di fare il tanto temuto cambio dell’armadio, mi sono messa d’impegno decidendo di mettere da parte tutti quei vestiti, borse, scarpe accessori che non metto più. Sono per lo più vestiti nuovi che ho messo forse un paio di volte, sono una vittima degli acquisti compulsivi e non sono mai riuscita a frenarmi. Dopo una gravidanza che mi ha portato ad aumentare di una taglia, ho moltissimi capi da eliminare, questo perchè non ho nessuna voglia di mettermi a dieta o perseguire modelli di fisici stabiliti da non so bene chi.

Messi da parte tutti i capi incriminati ho iniziato a caricare immagini a tappeto su vari siti (non farò nomi). La situazione che mi si è presentata è stata a dir poco imbarazzante, ma non per me.. per chi mi ha scritto. Ho ricevuto circa una ventina di contatti 5 donne e 15 uomini. Alcuni dialoghi, i meno volgari, li pubblicherò sotto, come testimonianza. Esempio di chat relativa a scarpe col tacco: “Ciao vorrei comprare le scarpe per la mia ragazza, sono ancora disponibili?” – “si,certo” – “avrei bisogno di vederle indossate puoi metterle e farmi un video?” – “no mi spiace, non mando foto o video dei miei piedi con le scarpe” – “ok ma per 50 euro che chiedi potresti anche fare una foto dove si vedono le tue caviglie” – “scusa mi stai chiedendo delle foto dei miei piedi in cambio dell’acquisto (probabile)?”. Questo è uno dei tanti, un altro invece per un abito taglia 44: “Mi diresti le tue misure per capire se possono andar bene per la mia ragazza?” – “io ora sono una taglia 46 quindi le mie misure non fanno fede” – “sarai molto formosa quindi? curve e un bel seno?”

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Vorrei farvi notare il terzo screenshot dove lui mi scrive: “era solo per parlare, da li a pensar male ce ne vuole”, certo perchè sicuramente chiedermi se sono mora e se facevo la modella sono frasi utili per l’acquisto di un vestito da 20 euro, ma come potete vedere ha cercato di dare la colpa a me, cioè ho frainteso i suoi messaggi.

Si definisce cat calling o violenza verbale quelli frasi o esclamazioni urlate e lanciate per strada al passaggio di una ragazza, (vi dico solo che un personaggio come Macron lo ho dichiarato reato, per noi in Italia sono ancora considerati complimenti), fanno parte di questo anche tutti i vari richiami e “complimenti” fatti tramite i social.

Durante una delle mie mille stories fatte su instagram ho raccontato di questo fatto, spiegando come per un semplice vestito o scarpa un uomo si senta autorizzato a “fare il porco” e non ho intenzione di utilizzare altri eufemismi. Mi è dispiaciuto molto leggere una reazione di una ragazza che, dopo aver visto i miei video, mi risponde dicendo: “pensi di essere figa solo tu perchè ti scrivono questi?”.  Questa ragazza non ha pensato troppo al fatto che i messaggi di questi schifosi potessero urtarmi, ma lo ha letto un pò come un lamento del tipo: “oddio mi cercano tutti perchè sono troppo figa”. Come facciamo a lottare contro quelli che dicono: “si ma se l’è cercata guarda come si veste”, se poi per una cosa così puntiamo subito il dito contro una nostra simile?

Ho parlato spesso di solidarietà femminile, di empatia, di supporto, di sostegno tra donne come unico modo per battere il patriarcato e rimetterci sullo stesso piano dei nostri colleghi uomini, ma com’è possibile vincere una guerra se le nostre alleate sono le prime a vederci come nemiche? La cosa che mi ha spiazzato ancora di più è che per un attimo mi sono sentita sbagliata io, come se in effetti avessi messo in vendita vestiti o scarpe “poco raccomandabili” e che ovviamente un maschio incappato nelle mie foto sia caduto nella trappola, questo perchè sto vivendo anch’io una lotta internamente dove sto cercando di scacciare via quello che la società ha voluto inculcarmi.

Concludo la favoletta del lunedì dicendo che ho segnalato i vari utenti al sito, ma mi è stato risposto che non hanno utilizzato termini inappropriati o non sono andati contro le politiche di compra vendita del sito.

Non possiamo cercare una società che ci rispetti come individui se le prime a non ascoltarci e sostenerci siamo noi. Donne per le donne.

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