SMART MAMME 2.0

Potrei scrivere una prefazione degna di quello che andrete a leggere, ma questo pezzo, scritto d’impeto da una mia cara amica, è già perfetto così e credo non abbia bisogno di aggiunte, se non le virgolette per aprire e chiuderlo.

“Durante un colloquio chiedere ad una donna se ha o se vorrà figli è ancora legittimo? Un’aberrazione che ci riporta nel 1912. Cosi iniziava una discussione che ho letto su LinkedIn stamattina alle 6.00, durante l’ennesima poppata di mio figlio.

Giusto, sacrosanto. L’ho sempre pensato e anzi ho sempre combattuto perché questa concezione sparisse sia nei miei confronti, che in quello di colleghe o collaboratrici. Eppure, stamattina, mi sono fermata un attimo a riflettere. Fare questa domanda oggi, in questo momento di difficoltà assurda che stiamo vivendo, ha ancora solo una dimensione di inaccettabilità? Parliamone. Vi dico solo una parola. SMARTWORKING. Lavoro agile, intelligente. Fantastico. Flessibile. Puoi lavorare dove, come e quando vuoi. Si ma se hai i figli? E magari senza aiuti esterni? Aggiungiamo anche una casa da gestire nonostante con la collaborazione di tuo marito?

Ho sentito leggende di donne felicissime di svolgere smartworking da casa perché mentre impostano una call si fanno la maschera ai capelli, mentre parlano al telefono col capo si riescono a sistemare lo smalto, mentre fanno un briefing con le airpods alle orecchie, mettono su un brasato. Smartworking, smarthousing, smartcooking, tutto insieme. Poi riescono addirittura a fare pausa caffè comodamente in ciabatte. Una cosa mai vista. Tutte queste esperienze fantasmagoriche però vengono da chi non ha la compagnia dei figli a casa. Poi penso, magari sono così negativa perché io ho i figli piccolissimi e sono difficili da gestire. Purtroppo no, perché se hai un figlio grande che magari deve usare il pc per la didattica a distanza, è pure peggio. Oltre a dover condividere gli strumenti (non tutti sono cosi fortunati da avere due PC), devi trovare il tempo di seguirlo, controllargli e compiti e tenerlo stimolato perché non diventi lobotomizzato e rincoglionito di fronte ad uno schermo. Non sto dicendo che non si possa fare, ma io ho la perenne sensazione di mettere dei buchi, di raffazzonare, di non fare bene niente, sia come mamma che come lavoratrice. Tra una call e l’altra c’è la colazione, nel mentre sotto le unghie invece dello smalto residui di cacca acida che devo cambiare ogni due ore, durante un briefing imposto una poppating, prima di inviare una mail devo fare un controling che la plastilina non finisca nell’esofago, poi devo preparare il pranzing la merending e infine la cening. Ma come cavolo si fa?”

Foto poco realistica, nessuna donna sorriderebbe beata in questa situazione.

Siete d’accordo con me che questa bellissima e verissima testimonianza non aveva bisogno di presentazioni?

La pura e vera semplice realtà, io sono fortunata, ho l’aiuto di mia mamma nella gestione della bimba quindi faccio parte di chi fa smart working da casa, passando le sei ore più belle e rilassanti della mia giornata, ma non per tutte è così.

La testimonianza, centro nevralgico di questo articolo, vuole dar voce alla quantità pazzesca di mamme che si trova a dover diventare SMART in tutto, mettiamoci per un attimo nei suoi panni, un bambino alle prese con la DAD e uno appena nato che ha bisogno di ogni cura possibile, un lavoro da gestire, una casa, senza aiuti esterni. Questa SMART VITA quanto può fare bene ad una mamma alle prese con una montagna di responsabilità? E al giorno d’oggi è davvero possibile conciliare lo smartworking con la smart realtà che ci hanno destinato?

Siamo uno dei paesi con crescita demografica negativa più accentuata, e ci sono ancora UOMINI che fanno i politicanti che insistono sul fatto che le donne dovrebbero cercare di fare più le mamme perché questo è un paese di vecchi. Come si fa? Quante donne dopo aver letto questa esperienza possono davvero sentirsi stimolate a fare figli?

Esattamente dieci anni fa, durante uno degli ultimi colloqui di lavoro fatti, mi è stato chiesto: “Lei vuole figli nel breve termine? Oppure può garantirmi che per almeno due o tre anni non ne farà?”, non mi sono scandalizzata molto di fronte a questa domanda, era il quinto colloquio in un mese e ogni datore di lavoro (tutti uomini) mi avevano fatto la stessa domanda. All’ultimo fatto ho risposto no, figli non ne volevo, il giorno successivo mi è arrivata la telefonata che confermava l’assunzione.

Sono rimasta incinta esattamente 8 anni dopo e senza ragionarci molto, perché razionalmente, vedere le fatiche che fa una mamma, è un incentivo a non riprodursi e l’idea di averne magari un secondo mi terrorizza in termini di “gestione”.

Io vivo in un’isola felice, lavoro da casa con titolari (tra cui una donna, fattore MOLTO RILEVANTE) che mi danno libertà di gestione, e nonni disponibili, ma quante possono dirsi fortunate come me?

Ci si alza al mattino annaspando e si parte per una giornata piena di punti di domanda, ce la farò oggi a fare quel lavoro che mi hanno chiesto di completare con urgenza? Ma se il bambino come ieri non riesce a dormire, come faccio a finire? E se salta ancora la connessione internet come si fa con la DAD? Il pannolino chi lo cambia se io sono nel pieno del meeting? Poi finisce che la riunione si fa senza di me perché “come al solito il bambino urla e si è scollegata”. Arriva la sera con la sensazione di aver messo pezze ovunque, lavorando in modo mediocre, con sensi di colpa versi i tuoi figli perché non ti senti di essere stata una brava mamma attenta ai loro bisogni, sensi di colpa verso il tuo ruolo di “donna di casa” perché i letti sono ancora da fare, i piatti sporchi ancora sul tavolo e la lavatrice da svuotare. Arriva sera e ti senti solo le spalle pesanti, i capelli sporchi ma il bambino ha sonno e anche oggi rinuncerai a te per seguire lui.

Attualmente la giornata standard di una mamma prevede:

  • Lavoro da casa,
  • Lavoro da mamma con figli in casa,
  • Lavoro di gestione casa,

Questa è la normale routine, a cui dobbiamo aggiungere le urgenze sopravvenute:

  • Bambini ammalati, bambini che non vogliono stare davanti al pc, strumenti per la DAD che non funzionano bene, chiamate urgenti e riunioni dall’ufficio, urgenze lavorative, cacca acida che arriva fino al collo, lavandino otturato dai capelli, pranzo da cucinare, volete aggiungere altro?!
Anche qui foto poco realistica, ma non ne esistono diverse, si sa, le donne devono sorridere per essere belle.

Quando potremo anche noi tornare dal lavoro alle sei di sera, coricarci sul divano in attesa che ci preparino la cena? “Ho lavorato tutto il giorno, sono stanca” Perché il “fare la mamma” non viene percepito come un lavoro? ma più come una task standard che appartiene solo alle mamme ed è parte integrante del ruolo di donna? Come dire: “si ok fai la mamma, ma poi che lavoro fai?” Come se fare la mamma sia una cosa da niente! Ma stiamo scherzando?!

Care mamme, questo articolo parla di noi, perché nessuno lo fa, si parla dell’economia in ginocchio, si parla delle zone rosse, arancioni, gialle, si parla dei mercatini di natale che quest’anno non ci saranno, ma nessuno parla del ruolo da super eroi che ci siamo trovate addosso anche questa volta. In tutta la società noi e i nostri figli siamo i soggetti più schiacciati, ovviamente mai interpellati. Chi decide e gestisce sono sempre uomini, solitamente i meno coinvolti nella vita e nella gestione familiare, perché sappiamo bene tutti che i figli sono delle mamme.

Oggi abbiamo scelto di darci voce, in questo periodo difficile, siamo le persone più forti, coraggiose ed energiche che ci siano, nessuno ne parla, ma superiamo prove estreme ogni giorno.

Un grazie alla mia amica Anna per il vivace, sarcastico e realistico pezzo che mi ha scritto.

Saluti care mamme, vado a fare la smart cacca intanto che la figlia con la smart febbre mi lascia un pochino di smart tempo!

Fedy_On_The_Blog

L’arte del sentirsi incompresi.

Essere riconosciuti, esseri VISTI per davvero, credo sia una delle sensazioni a cui la maggior parte di noi aspiri. Una vita intera a lottare per essere visti da chi non ci vede e non ci sente.

Ecco io credo di aver buttato un sacco di anni a piangermi addosso chiamandomi l’INCOMPRESA. L’incomprensione è uno di quei sentimenti che spesso proviamo perché “non siamo capiti”, e quando non siamo capiti ci sentiamo anche non riconosciuti.

Parlo al passato perché, diciamolo piano, ho imparato da poco che in questi casi non è corretto dare la colpa agli altri che non ci vedono, o non ci comprendono, la colpa è nostra che continuiamo a sperare nel miracolo pensando che la prossima volta ci riusciremo.

Parliamo per esempi pratici che mi viene meglio, soprattutto perché l’esempio migliore in ogni argomentazione sono le mie esperienze che porto addosso.

Vi racconto questa mia storia avvenuta anni fa in un posto di lavoro che ora ho cambiato.

In questo lavoro ero sempre sotto pressione, cito testuali parole di un mio caro collega “la Fede sotto pressione va come un treno, in otto ore fa il lavoro di sedici”. Si è vero, non so perché ma facevo le mie otto ore con l’acqua alla gola correndo come una trottola, ogni volta che risolvevo qualche casino colossale mi sentivo estremamente realizzata. Il problema è che ogni volta mi aspettavo qualcosa in cambio, cosa? Eh, dura ammetterlo, mi aspettavo che il mio titolare facesse una rampa di scale e mi venisse solamente a dire: “brava Fede anche stavolta ce ne sei saltata fuori”, non mi aspettavo un aumento di stipendio o chissà quale altra ricompensa, quello è troppo per una come me che è nata sottovalutandosi, sarebbe bastata solamente una pacca sulle spalle. Ok, ma ha senso? no, non era lui quello sbagliato, ero io che mi aspettavo un applauso. Un sogno un pochino infantile per una donna adulta.

Quante volte è successo che lui facesse quelle scale? Mai. Quante volte ho aspetto che succedesse? sempre. Ho aspettato così tanto di essere notata che avevo perso di vista le mie esigenze, stavo deperendo, mi stavo logorando e mi stavo curando per una serie infinita di disturbi fisici che avevano una causa sola, il mio rapporto col lavoro.

Ad oggi, ringrazio quel collega che mi ha gentilmente “sostituito”, (lo virgoletto perché sarebbero altre le parole da dire, ma i tempo speso per lui è stato abbastanza) prendendo il mio ruolo anni fa, mi giunge voce che non abbia resistito molto, ma devo veramente ringraziarlo, se non fosse stato per lui non avrei mai cambiato aria e non avrei mai capito cosa significa QUALITA’ DI VITA.

Questa lezione mi è servita per capire che non sono gli altri ad essere sbagliati, infatti, come già scritto, quella sbagliata ero io, era nocivo il modo in cui avevo deciso di lavorare, il mio stacanovismo era scambiato per passionalità nel lavoro, la mia rabbia frenetica per attaccamento al lavoro.

Ho impiegato anni a realizzare che quel collega mi ha fatto uno dei regali più grandi, perché altrimenti oggi sarei ancora assorbita da quel lavoro senza lasciare spazio alla vita e alle mie passioni e a mia figlia.

Parlando con le mie amiche più care le lamentele che escono con il loro lavoro sono sempre le stesse, se non ci sentiamo riconosciuti dobbiamo cambiare aria, siamo nel posto sbagliato. Ha senso passare ore a rimuginare su quello che secondo noi ci meritavamo e non è stato visto? Ha senso essere rabbiosi verso quel collega che non sa la tabellina del due ma che viene sempre elogiato dai nostri superiori? No non ha senso, perché evidentemente non è la tabellina del due che serve in quel momento, quindi via, aria verso qualcuno che non sia così limitato.

Questo nel lavoro come nella vita in generale, anche in famiglia spesso ci si sente non capiti, ecco che la solitudine prende la gola e ci facciamo mille domande. Ci sono casi in cui vale la pena cercare di parlare la stessa lingua, arrivare a compromessi per il bene di un qualcosa che stiamo costruendo, altri casi dove oltre a non essere riconosciute veniamo anche annientate, di questo ne parleremo ancora.

Riassumendo, non è salutare stare seduti a contare tutte le ingiustizie che ci sentiamo di subire, non possiamo fare appello alla meritocrazia perché ahimè credo sia un valore che nel mondo del lavoro è stato ucciso, non possiamo stare fermi ad aspettare di essere visti. Chi non ci vede non ci vedrà mai.

Dedichiamo le nostre energie alle passioni che alimentano la nostra vita senza farci ammalare. Voi che mi leggete ogni giorno scrivendomi come vi sentite capiti nelle mie parole siete le persone che mi vedono bene anche senza occhiali da vista.

Il mio posto nel mondo e con voi, persone aperte dalle menti leggere.

Grazie di cuore davvero.

La favola delle pari opportunità

Questa è la storia di M. una cara amica che lavora in un’azienda del nostro territorio. Sabato sera, prima di dormire, ha voluto inviarmi una mail raccontandomi il suo lavoro e come si è ritrovata “spostata” da un ruolo all’altro. Ci siamo sentite e abbiamo scoperto che a lei sarebbe piaciuto molto che ci scrivessi un articolo, come forma di “riscatto” e io ho sperato me lo chiedesse. Quindi per tutte le M. li fuori, questo articolo è per voi, per far sentire la vostra voce che, per ovvi motivi, deve rimanere silenziosa.

Eravamo in sei nel ruolo di Project Manager in azienda, ognuno gestiva un’area geografica, la mia era quella asiatica (la più vasta), io ero l’unica ragazza.

Il mio titolare si lamentava spesso del fatto che fossimo poche, diceva che le donne in un’azienda erano necessarie soprattutto al centralino. Dovete sapere che la nostra azienda aveva la casa madre in Olanda e una delle innovazioni introdotte dalla nostra sede fu quella di togliere “la centralinista”, ruolo veramente avvilente affidato sempre e solo a donne, perchè si sa che la donna sorridente è sinonimo di dolce accoglienza. Il centralino era automatizzato al piano terra, ci si presentava e rispondevano dall’Olanda parlando in italiano, contattando poi l’ufficio compentente.

Questa novità non fu per niente gradita dal nostro titolare, sosteneva che l’arrivo di visitatori in azienda era un momento topico che andava impreziosito con l’accoglienza di un sorriso femminile che li avrebbe condotti nell’ufficio interessato, offerto un caffè, fatto una fotocopia, fornito biglietti da visita ecc. Quando sentivo queste parole mi immaginavo un ufficio del 1950 in bianco e nero con la segretaria d’azienda che faceva la stenografa.

Avevo legato molto con i miei colleghi d’ufficio, spesso uscivamo insieme per una pizza o per una birra, approfondendo l’amicizia ne risultò che ero l’unica laureata ma nonostante questo non ero ancora riuscita ad arrivare al loro stipendio, forse perchè ero stata assunta dopo pensai. Col tempo poi imparai che non era questione di “quando” ma di chi, la mia paga base era più bassa della loro e, trovandomi su questo blog, non ho bisogno di spiegarvi il perchè.

Nonostante il nostro lavoro fosse simile, mi trovavo spesso la sera ad uscire per ultima, oltre al mio ruolo di gestione progetti mi veniva chiesto di gestire anche le prenotazioni alberghi dei clienti, i taxi, i ristoranti, fare acquisti per le mogli ecc. Il mio capo diceva sempre: “dai M. ti ci vogliono 5 minuti per farlo, le donne sono multitasking”. In media arrivavano 2 gruppi di clienti a settimana e gestirli in tutti i movimenti era un lavoro a tempo pieno. Ho dimenticato di dire che il mio capo era molto conservatore, quindi dopo avermi fatto accompagnare i clienti in sala riunioni mi diceva: “M. senti se i signori gradiscono qualcosa”, ed ecco che con carta e penna prendendo le ordinazioni e scendevo alla macchina del caffè con il mio vassoietto. Si perchè in Olanda il ruolo di centralino era superato, ma per noi in Italia (lo dico al presente indicativo) è ancora un must have. (nda: Il problema non è il centralino, che ritengo essere una mansione di una certa importanza svolta indistinamente da maschi o femmine, ma tutte le mansioni di contorno che vengono attribuite solitamente a chi ne occupa la posizione).

Terminata tutta questa gestione clienti, riprendevo la mia scrivania dove le mail avevano superato il centinaio e spesso i clienti scocciati per la mia lentezza si lamentavano. Mi trovai spesso nell’ufficio del titolare per spiegare come fossi sott’acqua, il mio ruolo di Project Manager era veramente impegnativo e prenotare un aereo urgente mentre stavo facendo altro non era d’aiuto. La sua risposta era sempre la stessa: “è solo questione di organizzazione”, “non credo, i miei colleghi non devono chiamare l’albergo o portare il caffè, perchè io si?”, “vorresti dire che portare un caffè ogni tanto è un disonore? oppure che chiamare 5 minuti un albergo ti porta via tempo? dai per favore.” Cosa potevo rispondere di fronte a queste cose? Ricordo che avevo una sensazione di inadeguatezza, mi sentivo ingrata, come se il mio lavoro fosse un dono del cielo, dentro di me dicevo: “dai non lamentarti, hai un lavoro in ufficio, pensa a quante altre tue amiche sono ancora disoccupate”.

Questa situazione andò avanti per circa tre anni, lavorando circa 10 ore al giorno senza pausa pranzo, avevo perso 6 kg. Ero esausta. A fine anno il titolare mi convocò in ufficio dicendomi che in effetti aveva capito la situazione, avevo bisogno di aiuto. I clienti si lamentavano perchè spesso non rispondevo rapidamente, seguivo i progetti ma ero indaffarata anche con altro (nel mentre era arrivato un telefono fisso sulla mia scrivania con funzione di centralino e indovinate chi doveva rispondere?), a gennaio sarebbe arrivato un aiuto per me.

Al rientro dalle vacanze di Natale in effetti si arrivò un aiuto, la decisione presa fu quella di sollevarmi dall’incarico di Project Manager, lasciandomi il ruolo di “segretaria aziendale” con mansione di: centralino, organizzazione viaggi, gestione clienti, alberghi, aerei, taxi, back office e supporto ai colleghi e al titolare. La decisione fu una ferita aperta che in nessun modo riuscirò mai a far guarire, ricordo che quando chiesi spiegazioni mi fu risposto: “lo sai che quando chiamano i clienti per i progetti preferiscono sentire la voce di un tecnico, ci sono tanti ruoli più adatti per te qui in azienda, vedrai che così sarai più tranquilla e il lavoro ti piacerà, poi in tanti mi hanno riferito che spesso rispondi male, sei scorbutica, poco collaborativa, quindi ho pensato che allievarti da certi compiti fosse un modo per te per essere più sorridente”.

Si perchè essendo una donna multitasking i lavori sulla mia scrivania erano tantissimi, non riuscivo a fare tutto e spesso mi lamentavo, ero stanca, svogliata e avevo perso la grinta di sempre, diventando agli occhi degli altri “acida e silenziosa”, quindi sollevandomi dal ruolo per cui ero stata assunta, la ditta mi stava facendo un enorme favore, io ingrata non avevo detto neanche grazie.

M. lavora ancora in questa azienda, ecco perchè tutto quello che ho scritto è in forma vaga e anonima, il suo lavoro purtroppo non è cambiato negli anni, ora ha anche due figli e sappiamo bene come non ci sia mercato per noi mamme. Voglio scrivere un paio di righe facendo un copia incolla direttamente dalla sua mail:

“Piango quando penso a quanto hanno speso i miei genitori per farmi studiare, ricordo l’entusiamo della mia laurea e le speranze di una giovane ragazza realizzata. Odio svegliarmi al mattino per andare al lavoro, odio il mondo del lavoro in Italia per come mi ha messo in un angolo da subito. Non voglio prediche o consigli su quello che avrei potuto fare. Voglio solo gridare quanto mi sento fallita. Troppe volte mi sono trovata a piangere come una bambina emotiva nonostante i miei 38, e troppe volte ancora mi sento svalutata di chi lavora con me”.

La posizione della donna nel mondo del lavoro italiano è da “terzo mondo”, la colpa principale non deve essere data alle singole aziende, piuttosto allo stato che non sta in alcun modo incentivando e aiutando le donne e le aziende. Credo anche che le donne siano da tutelare nel mondo del lavoro con normative dedicate perchè attualmente la storia delle pari opportunità resta solo una bella favola. Il nostro ruolo è sempre stato di contorno, la maggior parte dei manager sono uomini, i politici sono quasi tutti uomini, le stesse task force nominate da Conte in questo momento pandemico sono tutte composte da uomini, sapete perchè? Perchè le donne sono nelle retrovie a lavorare, A FARE, sempre in passo indietro, in silenzio, la posizione che da sempre ci hanno riservato.

Io ringrazio M. per l’occasione che mi ha dato, avrei voluto scrivere tante cose in merito a questo tema, ma utilizzare una storia vera è stato il modo migliore, così da riflettere senza utilizzare opinioni o parole scomode che allo stato italiano danno solo motivi in più per metterci in un angolo. Vorrei aggiungere che fortunatamente questa è la singola situazione specifica della mia amica, sono certa che la maggior parte dei posti di lavoro ha superato queste dinamiche bersaglianti i ruoli femminili.

Non è un gran riscatto, ma spero che per una volta tu possa sentire l’importanza che meriti.

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