Una volta mi chiamavano cicciona, adesso mi chiamano acida.

Mi sono immaginata diverse volte come sarebbe stato vivere la mia adolescenza con tutti questi hashtag contro il bodyshaming a favore del bodypositive. Si perchè io nata nel 1983, ho vissuto la mia adolescenza a partire da metà anni 90 con un piccolo problema soltanto.. l’obesità. Si lo chiamo problema, perchè la società e la cattiveria innata dei ragazzini in quella stupida età, me l’hanno fatto vivere come un problema, una colpa che dovevo pagare ogni volta che avevo il coraggio di uscire di casa.

Mi sono chiesta se vivere adesso l’adolescenza mi avrebbe fatto sentire meno sbagliata, meno brutta, meno rifiutata, meno emarginata, la risposta è che non riesco a rispondermi perchè sono cresciuta con questo file nel mio programma e non so cosa voglia dire non sentirsi giudicati. Ecco questo sarà il tema del mio articolo di oggi, chissà che la scrittura “terapeutica” possa aiutarmi a lasciare uscire in maniera definitiva dalla mente ricordi di una ragazzina che ha pianto davvero tanto.

Questo articolo è faticoso, parlare di bodyshaming mi riporta alla luce talmente tante ferite che potrei scrivere come un fiume in piena senza freni e punteggiatura. Quindi chiedo scusa a chi trova il tutto un pò troppo drammatico o prolisso, ma se è così che trovate le mie parole è perchè, fortunatamente per voi, non avete mai subito nulla di questo genere.

Non ho mai usato il cibo come sfogo o come riparo da qualche sofferenza, semplicemente ricordo che da bambina mangiavo tanto. Arrivata a 14 anni pesavo sui 90 kg, da un lato ricordo i miei familiari che cercavano di motivarmi in tutte le varie diete, dall’altra ricordo i miei compagni di scuola che mi davano ogni soprannome possibile.

Non posso e non voglio riportare parole di quelle che mi sono state dette; nonostante siano passati più di 20 anni ricordo ancora tutto, ricordo chi, e ricordo la brutalità delle loro risate. Quello che voglio mettere per iscritto sono le sensazioni che provavo per poterle lasciare andare e non sentirle più, per farlo userò una pagina del mio diario (che conservo ancora) così da percepire le sensazioni di una ragazzina di 14 anni che piange da sola in camera sua.

Per rendere più fluido e leggibile il testo ho modificato alcuni parti.

“Febbraio 1997: oggi c’era il carnevale, finalmente era arrivato anche per me il momento di andare in discoteca al pomeriggio. Mia mamma mi ha truccato e pettinato, non sapevo cosa dovevo mettermi, lei mi ha prestato la sua maglia nera anche se mi stava un pò stretta. Ero felice di vedere Andrea, ero felice di andare in un posto nuovo, ma appena arrivata ho sentito quella sensazione di disagio che non mi ha più mollato per tutto il pomeriggio. Si Andrea c’era ma non mi guardava quasi mai, quando lo faceva era per ridere con i suoi amici. Lo sapevo che non dovevo mettere la maglia di mia mamma, era troppo stretta e non mi stava bene. Sono corsa in bagno ho cercato di tirarla per allungarla così che mi coprisse un pò e ho rotto una cucitura. Ho tentato di inventare delle scuse con mia mamma, quella maglia le piaceva tanto. L’ho rovinata ma non è servito a niente perchè per loro resto una cicciona. Dovevo mettere qualcosa di più largo per coprirmi, come potevo pensare che mi guardasse davvero? una come me.”

Mi sentivo in colpa per essere andata li, perchè quelle brutte e grasse devono stare a casa nascoste, quelle belle invece possono andarci in disco, perchè i ragazzi vanno li solo per loro, non per quelle come me. Per due anni non sono più voluta andare in discoteca, pensare di andare in un luogo dove persone che neanche conoscevo potevano solo con un’occhiata annientarmi, farmi sentire nuda davanti a loro, un insulto ai loro occhi. “Una come me” è una frase letta e riletta sui miei diari.

Si lo so, sto parlando solo di una parte di bodyshaming, perchè egoisticamente mi sono fatta prendere la mano per far parlare la ragazzina di 14 anni che ho dentro. Il termine viene utilizzato per raccogliere tutto quello che riguarda la derisione dell’aspetto fisico di una persona. Shame: in inglese significa vergogna, gli insulti, la derisione che portano un soggetto a vergognarsi del proprio corpo. Va puntualizzato che  questo fenomeno prende di mira soprattutto le persone in sovrappeso. (fatshaming).

I colpevoli principali che mi hanno fatto crescere e formare come una donna senza autostima fino a qualche anno fa sono fondamentalmente due:

  • la società: da tempo ormai il troppo grasso, troppo basso, troppo alto ecc vengono guardati con disgusto, vanno eliminate le imperfezioni per poterci uniformare allo standard che la nostra società ci richiede. Fare parte dello standard significa essere nel branco, essere uguale a quello che è richiesto adesso, se si rientra nei canoni prefissati ci si può definire “belli”. Se non si fa niente per quell’imperfezione ecco che appare l’emoticon disgusto, perchè significa che si sta sfidando la società, e lei ti emarginerà in un angolo.
  • il capitalismo: certo, se la società è il burattino, il capitalismo è il tirafili. Come facciamo ad eliminare le imperfezioni che ci mettono ai margini? con i soldi, il capitalismo pubblicizza quello che è “bello”. La persona insicura, senza autostima, triste, sola, emarginata, deve assolutamente comprare quella “cosa”, è la sola salvezza per sentirsi “normale” come gli altri.

Vorrei inoltre far presente ai buonisti che destare finta preoccupazione per la salute: “lo faccio per il tuo bene, perchè stai diventando troppo grossa” è un insulto. “Sei così bella di viso, è un peccato tu non faccia niente per il tuo corpo” è un insulto. “Purtroppo arriviamo fino alla taglia 46” è un insulto. Spero sia chiaro che non esistono modi politically correct per poter esprimere pareri non richiesti sull’aspetto fisico di qualcuno, chiunque esso sia.

Superati i 30 anni ho iniziato a fare molta attività fisica, non tanto per migliorarmi esteriormente quanto per limitare la mia ulcera da stress, fare tanto moto mi ha permesso di “buttar fuori” quello che mi stava logorando dentro. Sono dimagrita si, ma non sono mai scesa sotto la taglia 46, quindi resto tuttora una donna in sovrappeso. E’ cambiato qualcosa rispetto alla ragazzina di 14 anni, le ferite si sono chiuse e sono diventate cicatrici piuttosto in vista anche, per ricordarmi sempre che le persone cattive sono tante, ora infatti hanno smesso di chiamarmi “cicciona”, mi chiamano “acida”, senza sapere che mi sono sentita sbagliata per troppo tempo.

Fedy_On_The_Blogindex

7 pensieri su “Una volta mi chiamavano cicciona, adesso mi chiamano acida.

  1. Irene (la Gnoma) ha detto:

    Non so se può aiutarti… forse può aiutare me… mi riconosco nelle tue parole, nelle tue sensazioni. Da ragazza non solo ero “quella grassa” della classe, ma anche “la secchiona”. Alle superiori ho smesso di studiare, così almeno sarei stata solo “la cicciona”. Senza contare i miei genitori che, sicuramente pensando di farmi del bene, ogni volta che vedevo una persona palesemente più grassa di me e chiedevo se ero più grassa loro rispondevano “Guarda che sei così anche tu”. E mio fratello aveva il panino alla nutella di merenda e io il finocchio. E alla fine comunque io non perdevo peso e lui rimaneva secco.
    Sono cresciuta con pochi amici, convinta che non sarei mai piaciuta a nessuno, avevo paura di parlare con qualcuno, di mettermi in mostra.
    Non so bene cosa sia successo, a un certo punto. Forse ero solo stanca e ho iniziato a fregarmene. Non sono dimagrita, ma la vita mi è comunque cambiata.
    Vorrei perdere peso, almeno ci provo, ma voglio farlo per me e per la mia salute, non per piacere ad altri o perché me lo fanno notare.

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    • Fedy_On_The_Go ha detto:

      Mi riconosco anche io nelle tue parole, l’unica differenza è che io ho smesso di studiare alle medie per sentirmi parte integrante del gruppo di bulletti ignoranti. Non sarei piaciuta per il mio aspetto fisico, ma almeno piacevo per il mio carattere tosto e di sfida verso gli insegnanti. I miei due fratelli sempre magrissimi e i miei genitori mi ripetevano le stesse cose che dicevano a te. Poi alle superiori ho ripreso a studiare semplicemente perché era la mia natura, potevo essere brava in poche cose essendo grassa, lo studio era una di quelle. Ero una delusione in tutto, ma non nella scuola. La mia perdita di peso è stata anche causata da vari disturbi, la cosa dolorosa è stata vedere come negli anni persone che mi hanno emarginato, mi hanno iniziato a cercare solo perché avevo cambiato la taglia dei pantaloni. Per loro la mia porta era chiusa da tempo ed è rimasta tale, ecco perché sembro acida al mondo!

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